Certe pagine sono come specchi

Certe pagine sono come specchi e io adoro il momento in cui, mentre leggo, letteralmente vedo apparirmi sul volto le più diverse espressioni – sorpresa, tenerezza, stupore, sgomento, sdegno, disgusto, gratitudine… Mi succede con pochi libri – quelli di Luigi Pirandello sono tra questi -: mi riconosco e mi osservo nei minimi particolari, ogni parola è un dettaglio di me. *.*

Guardò in cielo la luna che pendeva su una di quelle grandi montagne, e nel placido purissimo lume che allargava il cielo, mirò, bevve le poche stelle che vi sgorgavano come polle di più vivida luce; abbassò gli occhi alla terra e rivide le montagne in fondo con le azzurre fronti levate a respirare nel lume, rivide gli alberi attoniti, i prati sonori d’acqua sotto il limpido silenzio della luna; e tutto le parve irreale, e che in quella irrealità la sua anima si soffondesse divenuta albore e silenzio e rugiada.

Ma, ecco, come una tenebra enorme le assommava a mano a mano dal fondo dello spirito, di fronte a quella limpida irrealità di sogno: il sentimento oscuro e profondo della vita, composto da tante impressioni inesprimibili, sbuffi e vortici e accavallamenti nella tenebra di più dense tenebre. Fuori di tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, c’era nella vita delle cose un altro senso che l’uomo non poteva intendere: lo dicevan quegli astri col loro lume, quelle erbe coi loro odori, quelle acque col loro murmure: un arcano senso che sbigottiva. Bisognava andar oltre a tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, per penetrare in questo senso della vita delle cose. Oltre alle meschine necessità che gli uomini si creavano, ecco altre cupe gigantesche necessità profilarsi entro il fluir fascinoso del tempo, come quelle grandi montagne là, entro l’incanto della verde silentissima alba lunare. In esse ella doveva d’ora innanzi affisarsi, infrontar con esse gli occhi inflessibili della mente, dar voce a tutte le cose inespresse del suo spirito, a quelle che sempre finora le avevano incusso sgomento, e lasciar la fatuità dei miseri casi dell’esistenza quotidiana, la fatuità degli uomini che, senz’accorgersene, vàgolano immersi nel vortice immenso della vita.

Giustino Roncella nato Boggiòlo, 1911

The Tiny Book of Tiny Stories - HitRecord

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

L’amnesia sentimentale

Negli ultimi tempi, ho raccolto diverse confidenze di care amiche alle prese con individui affetti da una particolare forma di amnesia.

I tipi in questione, sostanzialmente, flirtano con loro e/o “ce le fanno credere”, dimenticando di menzionare il fatto che sono già legati sentimentalmente ad un’altra persona.

Niente di nuovo, mi direte. Finché non si fa niente di male (!), tutto è concesso. Tanto sono solo parole, allusioni, doppi sensi e frecciatine, senza misteriosi retroscena, né tanto meno secondi fini. Solo che le mie amiche (e nel gruppo mi annovero anch’io) sono buone, sincere, trasparenti e …
Si fidano.
Si illudono.
Si espongono.
Si bruciano.
E, per fortuna, imparano. 🙂

Ora, lungi da me scrivere un post alla Sailor Moon – paladina della giustizia e del girl power – so benissimo che lo stesso fenomeno si riscontra anche al contrario e che di fanciulle “svolazzanti” ce ne sono in quantità.
So anche che in ciascuno di noi (me compresa) c’è quel tratto un po’ birichino che ci spinge a cercare spesso la tensione dell’ambiguità, del dico non dico – guarda che hai frainteso, che ci fa gongolare quando siamo oggetto di adulazione o quando possiamo esercitare sugli altri un certo, “innocente”, potere.

Eppure, il fatto che ci dimentichiamo del/della pinco pallino/a che abbiamo “scelto” come partner, sentendoci autorizzati a giocare con i sentimenti degli altri a mo’ di passatempo, credo sia la conseguenza di un problema più profondo: la vera amnesia coincide con il totale oblio dei nostri stessi sentimenti.

Molti hanno bisogno di un legame per colmare la solitudine, per combattere la noia, per esibire un trofeo, perché “se no, sei sfigato/a”.
Ma l’impegno, normalmente compreso nel pacchetto di una relazione amorosa degna di questo nome, viene concepito come optional.

Prima ancora che al partner, ideale o reale, dovremmo pensare a chi siamo e a come stiamo noi da soli: avere il coraggio di esplorare l’abisso della nostra ontologica solitudine, di scavare nei solchi delle nostre ferite e dei nostri traumi, per scovare i germi dei nostri sogni e desideri più veri, anche quelli riconducibili ad una vita di coppia piena e soddisfacente (sempre ammesso che ne vogliamo una).

Scavare per scovare.

Il più delle volte, invece, preferiamo fluttuare e rimbalzare tra mutevoli emozioni e stati d’animo, evitando il più possibile di fermarci in un luogo (uno stato mentale, una condizione di vita, una persona) che possiamo a tutti gli effetti chiamare casa.
Ci accontentiamo di bettole e tuguri, ogni tanto ci concediamo il lusso di una scappatella in hotel, ma sempre là torniamo, al nostro rifugio stretto e angusto, illusoriamente sicuro.
Tutto questo per non metterci in discussione, per non dover ammettere che ci siamo sbagliati, per non dover riconoscere che, se quella relazione non ci appaga, forse sarebbe meglio darci un taglio piuttosto che trascinarla oltre a scapito della nostra felicità.
Il fatto è che il tugurio, oltre che sicuro, lo troviamo anche incredibilmente comodo.

Due mesi fa scrivevo di empatia, e non posso che ritornare sull’argomento, anche in questo caso. Quando le circostanze (o i passi falsi dei tipi amnesici) ci fanno scoprire l’esistenza di una pinco pallina “innocentemente” presa per i fondelli, noi – ragazze che si fidano, si illudono, si espongono, si bruciano e, per fortuna, imparano – proviamo a metterci nei suoi panni, pensando: “E se mi trovassi io al posto suo?“. Inutile dire che un pensiero del genere ci rattrista e mina un po’ la fiducia che, sempre per indole, tendiamo a riporre nel prossimo. Ma no, non siamo di quelle che dicono: “Gli uomini so’ tutti uguali, tutti stronzi.” Continuiamo a credere che ce ne siano anche di onesti, sinceri con se stessi e disposti ad abitare la loro solitudine per saper riconoscere la Verità in una relazione (il legame che rende liberi).

Il paradosso è che finché teniamo i piedi in due scarpe, in realtà restiamo fermi e impantanati, perché niente di serio e duraturo può sbocciare nell’ambiguità.
Le camminate più lunghe e sorprendenti le intraprendiamo quando scegliamo il paio di scarpe migliore, quelle che non solo ci piacciono esternamente, ma nelle quali possiamo percorrere i sentieri più impervi senza stancarci.
Alla fine della strada, saranno logore e sdrucite, ma avranno lasciato le impronte più belle.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

“Agisci prima, pensa dopo”: il mio incontro con Roman Krznaric

Chi mi conosce bene sa quanto negli ultimi anni mi sia dedicata per lavoro (ma anche per diletto!) alla teoria e alla pratica dell’empatia.

Tra le più importanti fonti di ispirazione per le mie attività didattiche e ludiche, molte delle quali proposte nell’ambito del progetto If You Were Me, c’è sicuramente il libro Empathy di Roman Krznaric. Per due anni – da quando ho letto per caso un articolo sull’Empathy Museum, da lui fondato – ho inseguito il sogno di conoscerlo e collaborare con lui e il suo team. Poco dopo l’esplosione di interesse mediatico intorno all’iniziativa “A Mile in My Shoes”, la prima organizzata a Londra dall’Empathy Museum, scrissi una mail all’indirizzo indicato sul sito per raccontare a Roman la storia di IYWM e per ringraziarlo di quante cose, inconsapevolmente, mi aveva insegnato. Purtroppo, non ricevetti risposta.

Qualche giorno fa, grazie al Presidente della Fondazione Empatia Milano – che conosce personalmente Roman – sono riuscita a contattarlo!
Gli ho rimandato la mail di due anni fa e l’ho aggiornato su quanto nel frattempo è accaduto, compresi i progetti che mi vedono coinvolta proprio a fianco della FEM, in collaborazione con l’Empathy Museum (chi l’avrebbe mai detto!). Nel rispondermi, si è scusato della mancata risposta a quel primo messaggio (non gli era stato recapitato dal suo team!) e, a sua volta, ha manifestato grande interesse per le idee di cui gli avevo scritto a suo tempo e per le novità che oggi bollono in pentola. Super-fomento!! Poiché sapevo che avrebbe partecipato al Festival delle Scienze, organizzato dal National Geographic al Parco della Musica, gli ho chiesto di poterci incontrare di persona e lui è stato così gentile ed entusiasta da darmi appuntamento ieri pomeriggio prima della sua conferenza, durante la quale avrebbe presentato il suo nuovo libro Carpe Diem Regained – The Vanishing Art of Seizing the Day.

Abbiamo trascorso una piacevolissima ora, fitta fitta di chiacchiere sui temi più disparati: il progetto IYWM, Platone, Pirandello, come trasmettere e coltivare l’empatia, come affrontare il bullismo a scuola, la mia passione per il coro, i suoi libri, i suoi viaggi e le sue ricerche, il coraggio contro i pregiudizi, le sorprese di una conversazione con uno sconosciuto, le espressioni latine che hanno forgiato la cultura occidentale… arrivando così ai contenuti del suo intervento sull’importanza e le molteplici interpretazioni attuali del “Carpe Diem” oraziano.

Durante la conferenza, Roman ha risvegliato nei presenti quella smania mista a timore che assale ognuno di noi quando ci si presenta l’occasione di mettere in pratica il motto “Act first, think later” – “Agisci prima, pensa dopo”. Per me, che sono una “rimuginona” di prima categoria, ascoltarlo ha avuto l’effetto di una bella shakerata. Certo, sarebbe folle gettare all’aria tutta la mia proverbiale lucidità nel ponderare ogni minimo dettaglio, i pro e i contro di una decisione che devo prendere, ma sto imparando, in altri ambiti, anche a fidarmi di un istinto “buono”.

Soprattutto, mi sto godendo la libertà di fare alcune cose da sola, cogliendo l’occasione per superare il primo spaesamento e buttarmi a conoscere persone e realtà nuove. Non sempre facile, ma è un esercizio davvero utile e fruttuoso!

Tornando a Roman, alla fine della conferenza ha detto di volersi dedicare ad una nuova attività empatica per godere e condividere con altre persone il momento presente… ha deciso di unirsi ad un coro!
Potete immaginare quanto mi abbia reso felice questa notizia.

Insomma, l’intenso pomeriggio di ieri mi ha dato una bella carica rispetto all’idea di prendere davvero in mano la mia vita e farne tutti i giorni un capolavoro, per me e per le persone che incontro. Allora, il primo regalo che voglio farmi è… un bel volo col paramotore!! Sapete, ogni volta che vedo omini che volteggiano per aria con parapendio e simili, dico sempre: “Vorrei farlo anch’io!!” E sono anni che lo dico soltanto… Ecco, è ora di cogliere l’attimo e godermi il sole da un’altra prospettiva!

Daje! 😀

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Non lasciar morire il cuore

Rime del cuore morto

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
come il cuore di Cristo, ora sei morto;
t’accoglie non so più qual triste orto
odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare
e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!
Come un’antenna fu il mio cuore umano,
antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo
e senza terra e senza mare, acceso
solo per sé, solo per sé sospeso
nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure
velata da una palpebra latente;
fu come un’ostia enorme, incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere
tocche le labbra del sacrificante,
ostia le cui piccole parti infrante
non trovarono un cuore ove giacere.

Questa è una delle poesie di Sergio Corazzini che amo di più.
Ogni volta che la leggo mi atterrisce e mi scuote dentro.
Quando la scrisse, il poeta era nel pieno della sua giovinezza, ma già consapevole della fine ormai prossima.
Sarebbe morto nel 1907, a soli 21 anni, di tubercolosi.

Molte volte mi sono sentita come Sergio, bisognosa di ascolto e comprensione.
Pensando a tutto quello che mi ardeva dentro e constatando quanto fosse difficile, se non impossibile, trasmetterlo alle persone intorno a me, mi sono spesso identificata nelle sue parole: “Bruciava e parve gelo”.

Riconosco nei suoi versi la delusione e la disperazione di tanti adolescenti e miei coetanei, che non riescono più a nutrire il loro cuore di sogni e speranze e lo lasciano morire nell’apatia, nella diffidenza, nella disillusione.
Le lettere dei ragazzi che “scelgono” la morte per mettere fine al tormento del bullismo e dell’isolamento ne sono la dimostrazione agghiacciante.
Nei discorsi che ascolto – e in quelli che anche io, a volte, faccio a me stessa -, emerge una spossatezza interiore che rallenta il passo nel percorso verso la realizzazione di sé e la vera serenità.

Questa consapevolezza fa parte del mio personale “pungolo nella carne”, un complesso di sentimenti e pensieri sulla vita e le relazioni che sarebbe piuttosto difficile spiegare in questa sede.
L’unica cosa che riesco a dire oggi, per poi tornare nel Silenzio che caratterizza questo giorno, è che non voglio assistere inerte a questa dilagante agonia.

Ieri scrivevo che l’amore è un cuscino morbido su cui il cuore può adagiarsi e riposare, ma può anche diventare una pietra dura e spigolosa su cui lo stesso cuore fatica a prendere sonno.
Ed è un bene che sia così.
Abbiamo tutti bisogno di un rifugio dove fermarci per riprendere fiato, ma dobbiamo anche essere disposti a metterci continuamente in discussione, per non rischiare di alienarci dal mondo.

Spesso sentiamo il cuore così carico e pesante che sembra scoppiarci nel petto.
Ma, il più delle volte, il tonfo lo avvertiamo solo noi.
Ci ostiniamo a chiuderlo nel nostro sepolcro e non permettiamo a nessuno di ribaltare la pietra posta all’ingresso.

“La morte nel cuore” è la realtà più dolorosa che si possa sperimentare.
L’isolamento ne è, al tempo stesso, l’origine e la conseguenza.

Io non posso arrendermi all’idea che sia inutile o controproducente aprirci al prossimo “tanto non può capirmi fino in fondo, né può aiutarmi veramente a risolvere i miei problemi”.

Vorrei che fossimo, gli uni per gli altri, una casa con le pareti elastiche, dove permettiamo al nostro cuore di espandersi e in cui possiamo accogliere i cuori gioiosi o malconci di chi vorrà entrare.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Parole, immagini e bellezza a Milano

Le note positive di questo articolo si limitano al weekend in corso che, ormai, volge al termine, visto che sto scrivendo proprio dal treno che, da Milano, mi riporterà a casa.

Sono venuta al nord per una full-immersion culturale, il cui primo tassello è stato l’incontro, molto proficuo, con il presidente della FEM Fondazione Empatia Milano. Ci siamo confrontati sulla possibilità di intraprendere, tramite If You Were Me e non solo, azioni comuni per diffondere una vera e propria rivoluzione empatica, a partire dalla provocazione lanciata da Roman Krznaric nel suo libro intitolato, appunto, Empathy. Mi sento molto curiosa e ispirata all’idea di intraprendere questa collaborazione! 🙂

Seconda tappa, Tempo di Libri, Fiera Internazionale dell’Editoria. Al di là del consueto giro tra i coloratissimi stand, mi ha particolarmente colpito l’incontro con Massimo Recalcati, che ha presentato il suo libro “Contro il sacrificio”. Una bomba atomica, voglio leggerlo quanto prima!! Cerco di riassumere i contenuti del discorso con alcuni flash che ho appuntato che, certo, andrebbero contestualizzati e argomentati ma… a chi è interessato lo racconto a voce! 😀

Contrariamente a quanto il Cristianesimo occidentale ha predicato e praticato per secoli, la vera liberazione che ha portato Gesù è la liberazione dall’incubo del sacrificio.
Il volto di Dio ha solo il volto del prossimo. Il dono di sé non è sacrificio, è dimensione generativa della vita. Vale in sé, non attende tornaconto. Il regno è ora, la felicità è ora.
Se io faccio il bene controvoglia, diceva Agostino, cioè senza desiderio di farlo, non è bene. Il bene risiede nell’atto stesso del desiderio del bene.
Il nostro obiettivo, allora, è vivere coerentemente alla legge del desiderio che ci abita. La vita felice è quella che sacrifica il sacrificio. Se il dovere esprime i miei desideri, è una vita felice.
Stamattina, su consiglio del mio amico Maury, sono andata a visitare la Chiesa di San Maurizio, ribattezzata la “Cappella Sistina di Milano” e, direi, a ragion veduta! Ammirare i meravigliosi affreschi che la riempiono (oh, non c’è un angolo vuoto!) con, in sottofondo, il “Miserere” di Allegri, è stata un’esperienza davvero sublime.
Sevi capita, andateci!!
Da ultimo, la mostra dedicata all’Impressionismo e alle Avanguardie del Novecento al Palazzo Reale. I capolavori del Philadelphia Museum of Art – di Monet, Manet, Renoir, Pissarro, Cassat, Van Gogh, Gauguin, Braque, Chagall, Picasso, Dalì, Klee e tanti altri -, mi hanno, prevedibilmente, rapita. L’allestimento sobrio e molto chiaro permette di muoversi facilmente tra le tappe del percorso artistico di questi pittori, in un intreccio di colori e forme che “arrivano” all’osservatore con un’immediatezza sorprendente. Condivido con voi l’opera che mi è piaciuta di più. Ho un debole per Chagall, quindi non poteva che essere sua: Nella notte.
Buona settimana!
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

L’accordo minore

Eh sì, ogni tanto ci vuole pure quello.
Perché è vero che, banalmente, la vita non è sempre rose e fiori.
E tra le note positive può insinuarsi un accordo minore, capace di durare anche tutta una settimana.

Allora ci può stare una giornata intera programmata (e, sostanzialmente, persa) in funzione di un evento che, nel frattempo, è stato annullato a tua insaputa.
Ci può stare un pomeriggio di insensato vagabondaggio sotto la pioggia, Villa Borghese deserta, il freddo nelle ossa, un senso di solitudine che ti esalta e atterrisce al tempo stesso.
Ci può stare anche la monotonia di giorni che trascorrono col freno a mano inserito, senza che accadano episodi degni di nota (positiva, s’intende).

Eppure, così come alla mia gioia incontenibile, sento di essere “affezionata” anche alla mia malinconia, alla mia tristezza, alle mie lacrime silenziose.
Fa tutto parte dell’altalena emotiva che mi dondola dentro.
[Appena ho scritto questa frase mi è tornata in mente l’altalena che avevo da bambina, mi piaceva tantissimo. Ne vorrei una anche adesso 🙂 ]

La fiducia minata, uno sforzo non riconosciuto, comportamenti che deludono, la sensazione di essere come Tantalo, che cerca di afferrare con tutte le sue forze frutti prelibati che continuamente gli sfuggono.
Quando mi sento giù di tono (tanto per mantenere la metafora musicale), in realtà, maturo una coscienza più profonda delle mie emozioni, con pazienza ed esercizio riconosco le cause dei miei stati d’animo, provo a dar loro un nome e accetto di viverli per come si presentano, senza ostinarmi a combatterli con maschere e falsità, ma cercando comunque la forza per non lasciarmi travolgere.

Cantando in un coro, mi capita spesso di intonare scale maggiori e minori e di studiare brani che iniziano in tonalità minore e finiscono in maggiore.
Su e giù, piano e forte, lento e vivace, triste e allegro, l’armonia scaturisce anche (e soprattutto) da un intreccio di contrasti.

Nella maggior parte dei casi, riesco a placare un po’ la tempesta con un bel libro o ricorrendo alle mie canzoni del cuore.
Quella che condivido con voi è particolarmente adatta, viste le condizioni atmosferiche degli ultimi giorni, che di certo mi hanno aiutato ben poco in termini di buon umore.

E per quanto, anche adesso che chiudo questo articolo non mi senta proprio al top, conservo la speranza di rivedere il sole al di là delle nuvole.

Up above the clouds” Turin Brakes

one, two, three, four
up above the clouds, it is always a blue sky
some will try a trick, but you just look them in the eyes
what will they do, when the money runs dry?
where will they go, when the jet planes can’t fly?
when all is said and done i will love you
when all is said and done i’ll still love you
starring out at the stars, you feel helpless and so small
nothing but closed down bars, no one helps you when you fall
one day this world will be returning to this prime
we’ll all be gone, there’ll be no more roads to find
when all is said and done i will love you
when all is said and done i’ll still love you
the rain came again,
cleaning the dream and it always makes me cry, oh my
something about the rain, it sends memories through my veins
memories always stain, you can’t wash them down the drain
where will i go when my broken body dies?
and what will i know when i look up to the skies?
when all is said and done will you love me?
the rain came again, cleaning the dream
and it always makes me cry, oh my
up above the clouds, it is always a blue sky

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Più note positive fanno una bella canzone

Amici! L’esperimento continua. E con risultati particolarmente interessanti, questa settimana! Salto i preamboli ed entro subito nel vivo del racconto…

Lunedì, 12 febbraio

Ho messo il naso fuori di casa alle 7.05 e la prima parola che ho pronunciato è stata “waaah” davanti ad un cielo rosa-arancione nel quale, piano piano, si faceva largo il sole.

Ho ricevuto un bellissimo messaggio da Serenella, una ragazza che ho conosciuto due anni fa a Roma Tre. Non ci siamo più riviste, ma mi ha scritto che, da allora, segue con passione i post che condivido su Facebook, compreso l’articolo ‘La nota positiva’.

“Sei davvero un contenitore di idee belle e buone.”

Così mi ha detto. Sono sicura che lo sia anche lei, una fonte di ottimi stimoli per gli alunni che segue con tanta dedizione. Le ho inviato con molto piacere l’audio della conferenza sulle fiabe e la felicità… Sono curiosa di sapere cosa ne penseranno i suoi ragazzi!

Martedì, 13 febbraio

Pranzetto gustoso con la mia amica Paola + “Holly e Benji” nel suo bellissimo pancione. E’ sempre bello rivedere Paolina: la nostra è un’amicizia “di vecchia data”, ma si rinnova e si rafforza ogni volta che ci sentiamo o trascorriamo un po’ di tempo insieme.

Ho incontrato per caso Gian Marco alla Stazione Termini e, durante il viaggio in treno, mi ha invitato ad assistere ad una prova aperta dell’attore, regista, perfomer (e tante altre cose) Antonio Rezza. Ancora non ho imparato che le proposte di Jama hanno spesso dei risvolti folli. Per cui non mi sono ritrovata ad assistere ad un semplice spettacolo ma… a farne parte! Con tutta una serie di sketch e gag, in cui Rezza affidava a ciascuno un determinato ruolo o movimento. Divertentissimo 🙂 Ormai Gian Marco non è più Jama, ma “il fratello che è tornato Fresco Fresco dalla Germania”! XD

Mercoledì, 14 febbraio

Sono andata alla Sapienza per partecipare ad un incontro con Michela Murgia, dal titolo “La libreria come spazio narrativo”, organizzato dalla Scuola Librai Italiani di Roma. Ascoltare dal vivo questa scrittrice è davvero un’esperienza illuminante, resa ancora più piacevole dalla sua autoironia e spontaneità. Al centro del suo discorso, l’importanza della libreria come luogo vivo, nel quale si possono intrecciare relazioni profonde con i libri e le persone. La lettura come esercizio faticoso, un corpo a corpo tra lettore e libro – la Murgia, in questo senso, “tifa” per il cartaceo ed io condivido pienamente il suo pensiero: con l’e-book, molte sfumature dell’esperienza si perdono – che ciascuno svolge a modo suo, nei luoghi e con i tempi che, di volta in volta, gli sono più congeniali. La lettura come esperienza travolgente, che ha il potere di suscitare nel lettore la sensazione di aver vissuto realmente episodi riferiti o persino inventati da un altro, che riconosce la libertà del fruitore nella sua scelta di salvare e ricordare determinate pagine e scartarne altre, per motivi del tutto personali e strettamente soggettivi.
Mi ha particolarmente colpito il riferimento che l’autrice ha fatto all’episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto, per spiegare la bibliodiversità che dovrebbe caratterizzare una libreria. Ai tentativi di corruzione da parte del diavolo, Gesù risponde citando la Scrittura; nel bel mezzo del dialogo, allora, Satana cerca di cogliere in fallo l’avversario e cita per primo la Bibbia quando propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del tempio, tanto Dio stesso darà ordini ai suoi angeli affinché lo salvino. E la risposta di Gesù suona “furba” e inaspettata:

“Sta scritto anche…”

Come a dire che il pericolo più grande consiste nell’assolutizzare un pensiero o una condotta senza mai considerare le alternative, che potrebbero essere altrettanto valide. Questa replica è l’emblema della bibliodiversità che caratterizza la Bibbia stessa (non a caso, è un insieme di libri e di idee, spesso in contraddizione tra loro, checché ne dicano quelli che, forzando il testo, intravedono “continuità” e “completamento” tra episodi e affermazioni incompatibili tra loro e con lo stesso messaggio cristiano) e che, applicata all’orizzonte più ampio dell’editoria e della cultura, garantisce il rispetto della democrazia contro ogni forma di fondamentalismo.

Giovedì, 15 febbraio

Quella di oggi non è una nota positiva sola, neppure una singola canzone, ma una sinfonia spettacolare: il nuovo album di Max Gazzé, “Alchemaya”, inciso con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga. Concedetevi il tempo di ascoltarlo, senza fare nient’altro.

Venerdì, 16 febbraio

Ho visto “La felicità è un sistema complesso“. Protagonista eccezionale (Valerio Mastandrea), trama originale e scelte di regia particolarmente creative. Lungi dal presentare l’idea di felicità in termini didascalici e moralisti, il film è costellato da scene “evocative” che sospendono l’azione (piuttosto lenta, in verità, ma proprio per questo davvero interessante), lasciando allo spettatore una grande libertà interpretativa. Io vado matta per quelle narrazioni “incomplete”, nelle quali il non detto è molto più importante delle cose raccontate e spiegate.

Sabato, 17 febbraio

Sono andata in TIVVÙ! Con il Coro Lavinium, ci siamo esibiti durante il programma “Ci vediamo da Arianna” di TV2000.  Una giornata piena di risate, musica, luci e colori, persone molto simpatiche – tra i VIP: i Sonohra, Dario Ballantini, Michele La Ginestra, Fioretta Mari -, accoglienti e professionali. Una bellissima esperienza, che spero si possa ripetere in futuro!

Domenica, 18 febbraio

Dopo una settimana così intensa, direi che una domenica a casa, all’insegna del relax, è la cosa migliore che si possa desiderare. Sul canale NOVE stanno trasmettendo “Serendipity”, uno dei miei film preferiti. So tutte le battute a memoria – chi mi conosce lo sa -, ma non riesco a resistere all’inguaribile romanticismo di Jonathan Trager. E poi è grazie a questo film che ho conosciuto Nick Drake… la bellissima “Northern Sky” che fa da sottofondo all’ultima scena… Uaaah. Basta, ora pubblico l’articolo e mi bevo una bella tisana. What else? 😀

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

La nota positiva

Dopo più di un anno, torno per soffiare via la polvere da questo archivio digitale.
Qualche giorno fa, ho fatto lo stesso con i miei vecchi taccuini.
Ho ritrovato molti pensieri, bozze di lettere, testi e accordi di canzoni, poesie e aforismi, disegnini e citazioni, un mondo di parole e immagini che, per molti aspetti, mi rappresenta ancora.
Mi ha fatto uno strano effetto constatare la presenza di temi ricorrenti nel corso degli anni, legati soprattutto a dubbi interiori che si riaffacciano nella mia vita ad intervalli più o meno regolari.
Al tempo stesso, ho a disposizione abbastanza “cronologia” per poter individuare, in retrospettiva, le tappe della mia crescita interiore.

Oggi torno su questo blog con lo stesso spirito che mi aveva spinto ad aprirlo 6 anni fa, animata dalla voglia di raccontare un po’ di me e delle mie avventure quotidiane, soprattutto quelle che mi permettono di conoscere persone e cose nuove.
Pensando a quali temi “importanti” avrei potuto affrontare, non mi sono venute in mente grandi idee. Così, ho deciso di ispirarmi ad un esperimento proposto da uno scrittore israeliano, Yuval Abramovitz, che ho avuto il piacere di conoscere per via del mio lavoro in casa editrice.
Yuval è autore di un libro intitolato “The List“, nel quale racconta com’è la cambiata la sua vita da quando ha dato retta all’impulso di condividere sul suo blog una personale “lista dei desideri”, scritta quando, da adolescente, aveva dovuto trascorrere un lungo periodo su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente.
Condividendo i suoi sogni e obiettivi con il resto del mondo e chiedendo ai followers di fare altrettanto, Yuval ha dato vita ad un vero e proprio movimento di persone che si aiutano a vicenda per realizzare i propri e gli altrui desideri, mettendo a disposizione contatti, competenze, consigli.
Tirare fuori i sogni più semplici così come quelli che riteniamo irrealizzabili, ragionarci un po’ su e scrivere per ciascun desiderio i passi concreti che possiamo compiere per arrivare alla meta, condividere la lista con il maggior numero di persone possibili: il “gioco” funziona perché insegna a trovare il giusto equilibrio tra l’avere la testa tra le nuvole e il tenere i piedi ben piantati a terra, ancorati alla realtà e preparati a percorrerla in lungo e in largo.

La mia versione dell’esperimento parte dalla constatazione di quante persone intorno a me siano essenzialmente insoddisfatte della vita che conducono.
Amici vicini e lontani mi raccontano delle loro frustrazioni e delusioni, di quanto si sentano inadeguati, stanchi, demotivati.
Anche io mi trovo in un (ennesimo) periodo della mia vita piuttosto inquieto: provo a portare avanti la composizione del mio puzzle e, accanto alle sezioni già ultimate, ne vedo tante altre ancora vuote; sul mio tavolo ci sono molti pezzi sparpagliati, alcuni potrei averli persi o forse devo ancora trovarli; altri continuo a rigirarli tra le dita, a volte mi ostino a pigiarli in uno spazio che non può accoglierli perché i bordi non coincidono, altri ancora li osservo e li esamino e non ho proprio idea di dove piazzarli.

L’esercizio che ho provato a fare per non cedere allo sconforto (che ogni tanto mi prende eh, non è che ne sia totalmente immune!) consiste nell’annotare ogni giorno una o più “note positive”, episodi che mi fanno sorridere, gioire, provare gratitudine, divertire: circostanze che, in generale, mi fanno stare bene. Ogni giorno, voglio prestare sempre più attenzione alle persone e alle cose belle che mi circondano, trovare motivi per amare la vita e stimoli per continuare a plasmarla in vista dei miei obiettivi più importanti.
Non voglio indossare lenti rosa e correre il rischio di distorcere la realtà; mi basta allenare una facoltà che troppo spesso diamo per scontata: accorgersi.
Voglio tenere gli occhi aperti e le orecchie tese per rendermi conto del bene che già esiste intorno a me e di quello che sono in grado di compiere io quando resto aperta alla vita.
Questo non vuol dire che ignorerò i motivi di fastidio, rabbia o tristezza; altrimenti finirei per vivere una vita a metà, fondata su una pericolosa illusione. Annoterò anche i momenti NO ma, alla fine della partita, non permetterò che abbiano la meglio.

Venerdì, 2 febbraio

Ho ricevuto un messaggio inaspettato dalla mia amica Valentina, che mi ha riempito il cuore.
Termina con queste parole:

So che tu puoi farcela, credo in te.
Non dubitare mai di te stessa Marias,
perché credimi, sei una persona davvero speciale.
Sei una persona amabile, stimabile e anche un modello per me!
Non hai nulla di cui temere!

Sabato, 3 febbraio

Ho visitato per la prima volta il Convento di Sant’Andrea a Collevecchio, in occasione di un ritiro dedicato al tema della misericordia.
Ho conosciuto persone simpatiche e accoglienti e ho imparato una parola ebraica molto bella.

Hesed: amore fedele.

Domenica, 4 febbraio

Video-chiamata Italia-Australia con la mia amica Claudia. Abbiamo parlato di tante cose, di successi e delusioni, di progetti e desideri. Nonostante la lontananza fisica, i nostri pensieri sono sempre molto vicini.

Lunedì, 5 febbraio

Giornata NO: Risveglio con mal di testa lancinante. Noia e dolori. Tristezza a palate.

Martedì, 6 febbraio

Sono uscita dall’ufficio insieme a Lucia e, mentre chiacchieravamo, ci siamo imbattute in un cagnolino talmente piccolo e cuccioloso che sembrava un peluche. Nel giro di pochi secondi, ci siamo trasformate in due bimbette in preda alla più coccolosa tenerezza.

Sull’albero di non so cosa, che troneggia davanti alla fermata del “mio” bus, ho visto i primi germogli dei fiori rosa che lo riempiono in primavera. Mi è venuto da sorridere pensando a quando i rami saranno carichi e basterà una folata di vento a far scendere sulla mia testa una “nevicata” di petali.

Mercoledì, 7 febbraio

Uscendo di casa, verso le 7:10, ho ascoltato il canto degli uccelli con più attenzione del solito.

Sono arrivata a lavoro in anticipo e mi sono goduta il tragitto tra la fermata dell’autobus e l’ufficio camminando molto lentamente.

Giovedì, 8 febbraio

Ho incontrato una persona che non vedevo da tempo, un ragazzo conosciuto un annetto fa “grazie” alle vicissitudini legate al binomio Atac+sciopero.
Un tipo simpatico, molto cordiale. Mi fa sempre piacere chiacchierare con lui perché, nonostante le nostre conversazioni si limitino al tempo di una corsa sul bus, tra battute e risate spontanee, riusciamo sempre a raccontarci qualcosa di nuovo.

Su Facebook, ho scoperto la pagina di Giuliano, “Sorpresi dalla gioia“, il cui intento è di condividere messaggi positivi, di incoraggiamento e di speranza, ispirati soprattutto alle opere di Clive S. Lewis.

Ho terminato la traduzione dall’inglese di un libro sul mondo dei transmedia, che rappresentano il futuro (nemmeno troppo lontano) della comunicazione e dell’intrattenimento digitale. Davvero molto interessante e utile.

Venerdì, 9 febbraio

Insieme a mio padre e a Dominique, ho partecipato ad un incontro al Campo dei Miracoli (sede di Calciosociale, un luogo bellissimo in cui vi consiglio di andare, almeno una volta), dal titolo “Sperare nell’impossibile: virtù o illusione?”. Il relatore, Don Paolo Scquizzato, ha incentrato il suo discorso sull’interpretazione di alcune fiabe, spiegandone personaggi e simboli come veicoli di messaggi universali. Una delle riflessioni che mi hanno colpito di più è stata la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è vero. Mentre reale è semplicemente tutto ciò che di concreto possiamo constatare con i nostri sensi, vero coincide con fecondo, è qualcosa o qualcuno che genera vita, che la rinnova continuamente e le dà senso. (Ho la registrazione audio dell’incontro; se volete ascoltarlo, basta chiedere :D).

Sabato, 10 febbraio

Ho rivisto la mia amica Serena, compagna di pazze avventure con cui ho condiviso anni importanti della mia vita e progetti “fortunati”.
Abbiamo trascorso un pomeriggio di chiacchiere e risate, addolcito da una gustosissima cioccolata calda.

Domenica, 11 febbraio

La nota positiva di oggi è una puntata del programma “Quante storie“, intitolata “La ricerca costante del bene”. L’ospite in studio è Vito Mancuso, autore del libro “Il bisogno di pensare”. Ho letto questo testo all’incirca un mese fa, ho lasciato che mi scavasse dentro. Consiglio a tutti di leggerlo perché apre davvero la mente e il cuore.

Poco fa, la mia amica-sorella Sara mi ha taggato su Facebook, scrivendomi “Non ci sono parole per descrivere un’amica come te”. Il post contiene la foto del biglietto destinato a suo figlio Federico nel giorno del suo Battesimo, lo scorso 23 dicembre. Gli auguravo di sperimentare sempre la pienezza dell’Amore.

La partita tra le mie giornate di inizio febbraio si conclude 9 a 1. Ottimo risultato, direi. Domani si ricomincia. 🙂

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Sol-o con te

Trascorse i primi anni della sua vita come in una una campana di vetro, che attutiva i suoni e i rumori di fuori confondendoli in incubi e speranze senza nome.
Ricurva su se stessa, timida e solitaria, fingeva di no ma era impaurita dal confronto col mondo.
Contatti umani ne aveva, sì, a patto che non invadessero il suo spazio vitale e non minacciassero le sue piccole convinzioni, ingoiate e assimilate senza che i denti della ragione avessero il tempo di triturarle, per il troppo timore di sbagliare e di tradire incertezze senza saperle spiegare.

Quando, lentamente, provò a schiudersi, si lasciò guidare dalla curiosità e non poteva fare a meno di guardare sempre più in là, oltre la superficie delle cose e oltre gli occhi delle persone.
Uscendo allo scoperto, poté gradualmente distendere il corpo e la mente, sollevandosi sinuosa fino alle vette più alte dentro e fuori di sé.

Eppure capì ben presto che, nell’esaltante e faticosa salita, lo spazio per i compagni di viaggio si sarebbe assottigliato ad ogni passo. Toccata la cima, fu soddisfatta di sé ma si accorse di essere rimasta sola.

Dolorosa, seguì la discesa. Giù in picchiata senza curve né deviazioni, affondò tra le lacrime in un baratro profondo, oltre l’origine del primo entusiasmo, oltre il regno delle grandi illusioni.

Giunta all’incrocio con un sentiero già battuto, attinse dal cammino un nuovo senso per le cose, imparò le unità di misura per pesare le persone e l’assenza di misura necessaria per amarle.

Ora la vedo mentre accenna un sorriso. La speranza e la forza le si leggono sul viso.
Se il primo tratto di una vita immaginata era stato lento e in salita, quello da percorrere adesso è piccolo e semplice, come ciò che nella vita conta davvero.
Richiede un
movimento più breve, essenziale: non più verso l’alto ma verso gli altri.

Solo adesso la sua vera melodia può iniziare.
Tendendo le mani, ha imparato
a cantare.

vinilo-clave-de-sol.jpg

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Sull’onore, l’auto-distruzione e l’abbandono: la ricerca di un perché.

Ieri sera, facendo zapping, mi sono imbattuta in un servizio di “Le Iene” dedicato ai ragazzi di Scampia, che hanno optato per la malavita perché privi di un’alternativa che possa risollevarli dal degrado in cui sono costretti a vivere.
Giovani che hanno già all’attivo rapine, spaccio di droga, sparatorie, intimidazioni, azioni violente non soltanto contro gruppi rivali ma anche ai danni di bambini e anziani inermi.
Durante l’intervista, rilasciata con i volti coperti dai passamontagna, questi ragazzi parlavano dell’onore, della necessità di manifestare in ogni occasione la propria forza e supremazia, dell’indifferenza rispetto al rischio di essere scoperti e arrestati, del rispetto che devono guadagnarsi per assicurarsi un futuro in un ambiente che soffoca i loro sogni e la loro semplice aspirazione a svolgere un lavoro degno di questo nome.
Gli occhi e le bocche che si intravedevano dagli spiragli della stoffa nera non lasciavano trapelare nessun moto di paura o di pietà, nessuna forma di pentimento, nessun desiderio di riscatto. La legge del più forte è la sola che sanno applicare, perché la legge “giusta” non ascolta le loro richieste di aiuto; così questi ragazzi, poco più che adolescenti, si trovano sballottati in un’arena senza regole, in cui sopravvive chi è più spietato, chi spara senza timore, chi sa annullare ogni possibile rimorso per compiere l’atto più efferato.

Queste immagini, così come tanti altri eventi tragici accaduti nei giorni scorsi, i cui protagonisti sono ragazzi e ragazze che, nell’illusione dello sballo e del successo, finiscono per distruggere se stessi e le persone che li circondano, mi hanno turbato, hanno messo in moto dentro di me il turbinio di riflessioni che sempre mi travolge quando cerco spiegazioni e imploro risposte.

Spesso mi dico che dovrei smettere di leggere, per placare questa tempesta che mi assale, tanto più che, nella maggior parte dei casi, a chi mi sta intorno questo tumulto rimane nascosto, vuoi per la mia esitazione a manifestare tali pensieri, vuoi per il timore o la pigrizia altrui nel dare seguito ai miei input, troppo “contorti”, troppo “retorici”.

Eppure è nelle parole che io trovo le risposte, in quelle scritte da chi prima di me ha avuto grandi o piccole intuizioni, essenziali per svelare quelle realtà in cui tutti noi siamo quotidianamente immersi ma che il più delle volte non siamo in grado di leggere.
Qualche giorno fa, scorrendo alcuni passi delle Confessioni di Agostino, rilevavo la corrispondenza tra alcuni episodi della sua vita turbolenta prima della conversione ed eventi a cui io stessa ho assistito negli ultimi anni, mesi, giorni.
A questo serve leggere: a riconoscere tra le righe le persone della nostra vita, a ricostruire esperienze assorbendo da chi ne ha già vissute di simili i parametri per giudicarle.

Aiace e Filottète.
Stamattina ho pensato a questi due personaggi del mito greco, collegando le loro storie a quanto ho visto e ascoltato ieri sera e ad altri fatti che ho vissuto o di cui ho avuto notizia negli ultimi tempi.
Aiace Telamonio fu uno degli eroi più valorosi durante la Guerra di Troia, l’unico a non aver avuto mai bisogno dell’intervento divino per sopravvivere e vincere in battaglia, esempio di tenacia e perseveranza per tutti gli Achei.
Dopo la morte di Achille, tra lui e Odisseo scoppiò una disputa su chi dovesse essere l’erede delle armi del grande eroe e la scelta dei capi, caduta sul re di Itaca, fu per lui motivo d’ira e di profonda invidia. Atena gli lanciò un incantesimo rendendolo folle, al punto che, credendo di far strage degli Atridi – Agamennone e Menelao – considerati ormai rivali perché traditori, Aiace si lanciò furente contro un gregge di pecore. Rinsavito e accortosi dell’errore commesso, provò una vergogna così grande per l’onore perduto da decidere di togliersi la vita: piantò nella sabbia la spada che Ettore gli aveva donato al termine del loro duello e vi si gettò in preda alla disperazione. Dal terreno macchiato del suo sangue spuntò un fiore rosso, con incise sulla foglia le lettere “Ai”, iniziali dell’eroe e richiamo al lamento della Terra per aver perso un così grande eroe.

Aiace non poteva sopportare la derisione a cui lo avrebbero condannato quelli che erano stati suoi compagni, non poteva più concepire la sua vita senza il rispetto e l’onore che si era guadagnato con fatica sul campo di battaglia. Vinto dalla sua mania di prevalere, non poteva accettare di essere messo da parte.
In tanti aspetti, secondo me, i suoi sentimenti sono sovrapponibili a quelli dei ragazzi che ho visto ieri, capaci di rivoltarsi contro i loro simili per affermare un potere che li illude e li acceca, rendendoli folli. Perdere l’onore equivale a morire, tanto vale essere essi stessi gli artefici della loro (auto-)distruzione.
D’altra parte, rilevo dinamiche corrispondenti anche in quei tanti adolescenti che, non riuscendo a gestire prese in giro e vessazioni per il loro aspetto, il loro orientamento sessuale, il loro ceto sociale, prendono talmente in odio la propria vita da decidere di porle fine, in un silenzio che diventa assordante quando è ormai troppo tardi.
Tutto l’impegno profuso in un percorso di studi che non si svolge come previsto crolla di fronte all’ennesimo fallimento, al mancato riconoscimento; e piuttosto che ammettere che forse sarebbe stato meglio intraprendere un’altra strada, anche se opposta a quella magari tacitamente imposta da altri, un ragazzo dice addio alla spensieratezza dei suoi anni più belli, terrorizzato dall’idea di dover dare spiegazioni, di trovarsi da solo nel fare qualche passo indietro. E questo perché, forse, sul suo cammino non ha mai incontrato nessuno che gli dicesse: “Vai bene così, vali per quello che sei, non per quello che sai o dimostri di sapere.”

aiace_suicidio_N

Anche Filottète era un eroe illustre, abilissimo arciere secondo solo ad Eracle, dal quale aveva ricevuto in dono l’arco e le frecce. Eppure, non gli fu permesso di partecipare alla Guerra di Troia; morso ad un piede da un serpente, la sua ferita si infettò talmente tanto da emanare un fetore insopportabile, al punto che Odisseo e gli altri capi degli Achei decisero di lasciarlo sull’isola di Lemno, in esilio per dieci lunghi anni. Solo alla fine della Guerra, un oracolo rivelò ai Greci che l’esito dei combattimenti sarebbe dipeso dalla presenza sul campo di battaglia dell'”erede” di Eracle. Il ritorno di Filottète fu architettato dallo stesso Odisseo e dal figlio di Achille, Neottolemo, i quali agirono dapprima con l’inganno – foriero di ulteriori equivoci e conflitti -, poi con la rivelazione sincera dello scopo della loro missione sull’isola. L’intervento dell’arciere nella Guerra di Troia sancì numerose vittorie, compresa quella definitiva, con l’uccisione di Paride.

Anche la situazione di abbandono e isolamento vissuta da questo personaggio è per molti versi riconducibile a quella dei ragazzi di Scampia, che sperimentano questa esclusione dalla vita praticamente tutti i giorni. Il puzzo che emana la loro ferita disgusta e tiene lontano il resto della società che, per paura di contaminarsi, si rifiuta di prestare una cura. Se invece lo Stato e la società civile si rendessero conto che riammettere questi ragazzi sul “campo di battaglia” è l’unico modo per ripristinare la loro dignità, davvero emergerebbero concrete possibilità di vincere la “guerra”. Invece le ferite di questi combattenti vengono lasciate imputridire e lo schifo tutto intorno non fa che aumentare, non lasciando scampo alla solitudine e dando adito al reiterarsi del male.
Eppure, nei luoghi più impensabili, esistono dei “campi di battaglia” che rappresentano un’occasione di riscatto, come il Campo dei Miracoli che oppone i suoi meravigliosi colori al grigio di un quartiere difficile, come è quello di Corviale, a Roma. I piedi incacreniti di tanti “Filottète” in questo posto vengono curati, e ciascuno viene riammesso in campo perché possa contribuire, secondo le sue singolari e insostituibili capacità, alla vittoria di un bellissimo gioco – che è un vero e proprio progetto educativo – che si chiama CalcioSociale.

Ora, io lo so che quando parto con le associazioni di idee è difficile fermarmi. Allora un freno me lo impongo io. Penso solo che, se raccontassimo ai nostri studenti, a cominciare dai più piccoli, queste storie, le antiche così come le nuove, quelle tragiche così come quelle ricche di speranza, offriremmo loro delle chiavi di lettura preziose per aiutarli a comprendere se stessi e il mondo che li circonda.
I tragediografi greci avevano in mente proprio questo intento quando allestivano le loro opere teatrali: nel raccontare le vicende degli eroi, mettevano a nudo le contraddizioni dell’umanità.

Quale rivoluzione avverrebbe se anche noi riuscissimo a fare lo stesso!

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather