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I libri della mia vita – #1 “Aut-Aut”, Soren Kierkegaard

aut-autDisarmante.

E’ il primo aggettivo che mi viene in mente ripensando a questo libro, che non mi ha semplicemente cambiato la vita, me l’ha proprio sconvolta.
E’ un testo talmente significativo e pieno, che mi verrebbe voglia di trascrivervelo qui per intero; ma farò lo sforzo di scegliere qualche estratto, giusto per rendere l’idea.

Conoscere Kierkegaard è stata per me un’esperienza devastante e rigenerante al tempo stesso. Il primo incontro con lui lo devo al mio professore di filosofia morale all’università, che ci fece leggere “Timore e Tremore”, altra autentica “botta” a livello di contenuti e profondità di pensiero (a cui, magari, dedicherò un altro post).

Soren (sì, ormai lo considero come un vecchio amico) è uno che non te la manda a dire, non ti addolcisce la pillola; è uno che, con la tagliente lucidità delle sue parole, riesce a mettere a nudo tutti i meccanismi di difesa e finzione, tutti i compromessi a cui ciascuno di noi ostinatamente ricorre nel gestire il rapporto con gli altri e con se stesso.
Ti frega, inevitabilmente. Ti sgama, e non ti lascia vie di fuga.

Ma nonostante la fatica che costano certe ammissioni, non puoi che ringraziarlo per il suo bombardamento di provocazioni, e riconoscere che finalmente hai tra le mani l’occasione rara (per alcuni unica) di scavare a fondo dentro te stesso e cercare di dare una risposta alle domande che ti tormentano e che troppo spesso vorresti ignorare.

Chi vive esteticamente attende tutto da fuori. Da ciò il terrore malsano col quale molti parlano dell’orrore di non aver trovato il loro giusto posto nel mondo. Nessuno vorrà negare la gioia che deriva dall’aver trovato il proprio posto; ma un terrore come quello denota sempre che l’individuo attende tutto dal suo posto e nulla da se stesso. Chi vive eticamente saprà anche sceglier bene il suo posto; se invece sente che ha sbagliato o che si elevano ostacoli che non sono in suo potere, non perde il coraggio, perchè non rinuncia alla sovranità su se stesso. Egli vede subito il suo compito, e perciò è immediatamente attivo.[…] Chi vive eticamente sa che importante è solo quell’umanità che si trova in ogni relazione, quell’energia colla quale la si considera. […] Chi vive eticamente sa che ovunque è un’arena; che anche il più misero uomo ha la sua; che il suo ballo, se lo vuole, può essere altrettanto bello, altrettanto grazioso, altrettanto mimico, altrettanto vivace come quello di coloro ai quali fu dato un posto nella storia. E’ quest’arte di schermitori, quest’agilità che è veramente la vita immortale dell’etica. Per colui che vive esteticamente vale il vecchio detto: “essere o non essere”; e quanto più esteticamente gli è concesso di vivere, tanto più son le condizioni che la sua vita esige; e quando gli manca solo la più piccola è un uomo morto: chi vive eticamente ha sempre una via di scampo; quando tutto gli è contro, quando l’oscurità della tempesta cova su di lui sì che il suo vicino non lo vede più, egli pertanto non ha fatto naufragio e rimane sempre un punto al quale egli si stringe, questo punto è: se stesso.

La disperazione, il vivere fuori da stessi, è per Kierkegaard la caratteristica tipica dello stadio estetico, che inevitabilmente conduce alla noia e alla perdita del senso della propria esistenza.
Lo stadio etico, invece, è quello a cui approda chi compie consapevolmente una scelta, LA scelta.

Cosa temi dunque? Tu non devi partorire un altro uomo, devi solo partorire te stesso. Eppure, lo so, in ciò è una serietà che scuote tutta l’anima; divenir coscienti di se stessi nel proprio eterno valore è il momento più importante di tutta la vita. […] in senso eterno ed inalterabile, si diventa coscienti di se stessi come quello che si è. Eppure, si può farne a meno! Ecco, qui, v’è un aut-aut.

In questo testo manca ancora l’ultimo degli stadi dell’esistenza indagati da Soren, quello religioso, nel quale l’individuo che ha accolto se stesso e compiuto la scelta decisiva tra il bene e il male, si rapporta con l’Assoluto.
Capite bene che riassumere in un articolo un sistema filosofico così complesso e un tema (quello della conoscenza di sè) che affonda le sue radici nella cultura greca, è un’impresa piuttosto ardua. Magari una proficua discussione potremmo innescarla in “sede di commenti”.

Posso soltanto dirvi che, per quanto un testo filosofico come questo possa comportare la difficoltà di una lettura lenta, fatta di continue riprese e sopracciglia aggrottate al massimo della concentrazione, pagine come quelle di “Aut-Aut” restano impresse nel cervello e nel cuore per sempre. E l’effetto straordinario di riflessioni così VERE non rimane soltanto a livello di pensiero.

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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