Libri

I libri della mia vita – #5 Poesie di Sergio Corazzini

Una mattina qualsiasi di qualche anno fa.

Scendo dal 40 e mi incammino verso Sant’Andrea della Valle.
Semaforo verde, attraverso la strada, Corso Rinascimento.
Tra la gente incrocio lo sguardo di un amico.
“Che ci fai da queste parti?” mi chiede.
“Non mi prendere per pazza” rispondo, “Da queste parti visse il mio poeta preferito. Voglio cercare la sua casa.”

Sorride divertito, ma decide di assecondare la mia pazzia: “Dai ti accompagno, la troviamo insieme e poi ti saluto.”
Percorriamo la via in lungo e in largo, poche indicazioni annotate su un post-it, Piazza Navona, “Torniamo indietro”, tra le mani stringo un libro di poesie. Chiediamo ai Carabinieri, “Boh, mai sentita ‘sta Via dei Sediari, provate più avanti.” Esatto, più in là, l’insegna del McDonald, enorme, quanto stona con le sedie di paglia esposte fuori dalle botteghe.
“Oh ci siamo passati mille volte davanti a ‘sta traversa”…
“Bene, siamo arrivati! Mantenuta la promessa, io adesso mi tolgo dai piedi”…
“Grazie per avermi fatto compagnia, passerò qualche minuto qui e poi me ne vado anch’io, all’università…”

La casa. Immagino sia quella al centro della via; mi affaccio all’interno del cortile, ovviamente manco ‘na targa…te pare! Un bel balcone, vasi di fiori, nessun passante a cui chiedere. Una tipografia in fondo alla strada, apro il mio libro, pagina 251, “La tipografia abbandonata”…magari è la stessa, chissà! Sussurro la poesia, la leggo per me. Sfoglio le pagine, leggo altri versi, sollevo lo sguardo ogni tanto e sorrido. Immagino lui che si affaccia da lì.

Saremmo stati grandi amici, io e Sergio; probabilmente, se lo avessi conosciuto davvero, avrei finito per innamorarmi di lui, della sua testa, del suo cuore. E forse non avrei fatto nemmeno in tempo a dirglielo. Giovane vita spenta a 21 anni, tubercolosi.

La prima volta che lessi una sua poesia ero al Liceo. Studiavamo i Crepuscolari. Lui, poeta minore, produzione sorprendente per un ragazzetto con così poca esperienza.

“Desolazione del povero poeta sentimentale” …già il titolo mi stupì.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

L’angoscia e la speranza. Sorelle. La mia fu una piccola, ma profonda esperienza di compassione.

Qualche anno dopo fu Pirandello, inspiegabilmente, a richiamarmi alla mente quel “dolce e pensoso fanciullo”. Esame di letteratura italiana. Dall’ironia all’umorismo. Leopardi, Manzoni, Pirandello. Ed io, per una strana, eppur efficace, associazione di idee, aggiunsi lui: Corazzini.
Ricordo che, rileggendo quella poesia che aveva suscitato in me adolescenziale simpatia, non riuscii a trattenere le lacrime, tanta fu la forza di un unico pensiero: “Lui non lo sa, eppure mi ha capito.”
In quei giorni, ebbi la stessa reazione leggendo un romanzo di Luigi che tanti altri colleghi di cnum008corazziniorso avevano definito palloso: Quaderni di Serafino Gubbio Operatore”

Quello fu il primo di tanti esami universitari, in cui la commozione accompagnò lo studio, e il risultato positivo sul libretto nascondeva in realtà un traguardo ancora più profondo raggiunto nel mio percorso di crescita.

A Natale del 2006 un altro amico mi regalò la raccolta di Poesie di Sergio.
Non fu una sorpresa, gliel’avevo chiesto espressamente: l’unica copia rimasta (forse l’unica ad essere esposta) nella libreria di Termini.
Alcuni versi, col tempo, li ho mandati a memoria. Ora che risfoglio ancora una volta questo libro per me così prezioso, ritrovo un trifoglio che fa da segnalibro ad una delle poesie più belle.

Angoscia e speranza. Non venitemi a dire che vado sempre a cercarmi cose deprimenti. Il loro connubio è l’essenza stessa della giovinezza. Angoscia e speranza, emergono entrambe dalle parole di Sergio. Sorelle… E Sorella fu, per lui, anche la morte.

Rime del cuore morto

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
come il cuore di Cristo, ora sei morto;
t’accoglie no so più qual triste orto
odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare
e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!
Come un’antenna fu il mio cuore umano,
antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo
e senza terra e senza mare, acceso
solo per sé, solo per sé sospeso
nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure
velata da una palpebra latente;
fu come un’ostia enorme incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere
tocche le labbra del sacrificante,
ostia le cui piccole parti infrante
non trovarono un cuore ove giacere.

 

 

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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