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I libri della mia vita – #6 “Edipo Re”, Sofocle

A malapena, le tragedie greche – e tutte le opere del teatro antico – si leggono al Liceo Classico e, considerando il fatto che questo indirizzo scolastico viene scelto da un numero sempre più esiguo di studenti, è un vero peccato.

Capolavori che meriterebbero di essere tramandati come un “possesso perenne” al pari della Storia (l’espressione fu adottata da Tucidide in riferimento alla sua opera sulla Guerra del Peloponneso), vere e proprie “scuole del sentimento” in cui ciascuno può imparare a riconoscere e decifrare i propri moti interiori, confrontandosi con semi-dèi ed eroi, immortali modelli di virtù e al tempo stesso emblemi della caducità umana.edipo_re2

Di tragedie greche alle quali sono affezionata ce ne sono diverse; la “mia” eroina per eccellenza è senza dubbio Antigone, ma mi appassionano al pari le vicende narrate nella trilogia dell’Orestea e quelle di Aiace, Filottete, Medea…
Ma tra tutte, l’opera che più amo per la sua struggente bellezza e la profonda verità dei  contenuti è Edipo Re, di Sofocle (Colono, 496 a.C. – Atene, 406 a.C.): il dramma della scoperta di sè, del confronto doloroso con la propria identità, dilaniata da mille conflitti, col mondo esterno, col passato e con le sue conseguenze nella vita presente.

Il pensiero dominante in quest’opera è il tratto caratteristico che distingue la “filosofia” di Sofocle da quella del suo predecessore e avversario Eschilo; se per quest’ultimo la sofferenza doveva essere accettata dall’uomo come messaggio divino e occasione per imparare, per Sofocle il rapporto è nettamente invertito: ciò che l’uomo apprende (in particolare, ciò che riguarda la sua stessa vita) è per lui fonte di sofferenza.

Edipo, l’eroe che, risolvendo l’enigma della Sfinge, aveva liberato Tebe dal terrore ed era stato acclamato come nuovo re, per amore della sua patria oppressa dalla peste, accetta di intraprendere una tortuosa indagine alla ricerca del colpevole dell’omicidio del suo predecessore Laio: solo così l’ira degli dèi potrà essere placata.

L’intera trama della vicenda viene sviluppata da Sofocle con un’affascinante maestria nell’uso di metafore e allusioni a quella terribile verità che il lettore (o meglio, lo spettatore) scoprirà soltanto alla fine, insieme allo stesso Edipo: verità che in greco si dice alètheia, cioè colei che, pur non essendo nascosta (alfa privativo + lantàno – nascondere), nell’essere ri-velata, viene al tempo stesso, nuovamente, celata.

Il dramma è tutto incentrato sul rapporto tra visione e conoscenza, e dimostra la pericolosità delle convinzioni umane quando esse, per ostinazione o per orgoglio, non vengono sottoposte al vaglio del confronto con l’altro.
Emblematico, in questo senso, è il dialogo tra l’indovino cieco Tiresia ed Edipo, nel quale colui che fisicamente non vede spietatamente mostra la verità a colui che, pur pretendendo di vedere, non conosce.

Ahimè! Com’è terribile sapere, quando il sapere non giova a chi sa! […]

Questo giorno ti farà nascere e morire. (Tiresia)

Va bene che qui di mezzo ci sono il fato e la nota concezione della “colpa dei padri che ricade sui figli”, come se gli individui fossero marionette in mano agli dèi, ma la componente propriamente umana è altresì indagata con attualissima lucidità, nei sentimenti e comportamenti legati al senso di responsabilità verso la patria, all’amore paterno e sponsale, al potere e alla superbia, alla paura, al senso di colpa, alla solitudine…

Il gesto estremo di Edipo, conseguenza della scoperta di aver inconsapevolmente ucciso il padre e sposato la madre, sarà proprio quello di cavarsi le orbite degli occhi con le fibbie strappate dal vestito della consorte, morta suicida per la disperazione.

Voi non vedrete né i mali che ho patito né quelli che ho compiuto, ma in avvenire vedrete soltanto nella tenebra coloro che mai avrei dovuto vedere, né potrete riconoscere coloro che avrei voluto vedere. (Edipo)

Il racconto del funesto epilogo di questa storia viene affidato alle parole sconvolte di un messaggero; nel teatro greco, infatti, le scene di violenza e morte non venivano mai rappresentate davanti al pubblico.
L’ultima immagine che viene mostrata, invece, è quella di Edipo, grondante sangue dagli occhi, che si avvia, rassegnato e solo, verso l’esilio, costretto a separarsi anche dalle figlie amate, frutto dell’incesto con Giocasta.

“Possesso perenne” è senza dubbio l’ultimo verso, pronunciato dal capo-coro alla fine della tragedia, una massima valida ancora oggi in tutti quei momenti di silenzio in cui, in preda all’angoscia o animati dalla speranza, domandiamo a noi stessi chi siamo.

Guardate, abitanti di Tebe: Edipo è questi, che sciolse l’enigma famoso e fu potente tra gli uomini. Nessuno mirò senza invidia la sua fortuna; ed ora vedete in quale gorgo di sciagura è precipitato. E allora fissa il tuo occhio al giorno estremo e non dire felice uomo mortale, prima che abbia varcato il termine della vita senza aver patito dolore. (Corifeo)

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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