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A volte ritornano… La risata pensante e la politica dell’allegria

fade1Sono passati 4 mesi (quattro??!!) dal mio ultimo post. I motivi sono tanti, troppi da elencare. Fondamentalmente, c’è da dire che il mio rapporto con la scrittura è un po’ particolare: ci sono periodi in cui imbratto continuamente il taccuino con pensieri, storie, appunti e disegnini, e periodi di aridità to-ta-le; per quanto la mia mente sia in costante iper-attività, mi risulta difficile mettere per iscritto ciò che accade dentro di (ma anche intorno a) me.
Pigrizia, sfiducia nel potenziale lettore, irriducibilità in forma scritta di pensieri troppo elaborati? Fate un po’ voi.

Oggi torno a scrivere su questa piattaforma, nel tentativo di sintetizzare gli avvenimenti interiori e quelli “mondani” degli ultimi 4 mesi e trarne delle utili conclusioni da consegnare alla “me” dell’anno venturo. Bell’impresa. -.-”

Il 2013 è stato l’anno di “If You Were Me – Se Tu Fossi Me”. Non ne ho mai parlato qui e in effetti il progetto sarebbe troppo lungo da spiegare adesso. Vi rimando per questo alla pagina facebook (clicca qui), dicendovi che, in sostanza, si tratta di un’idea alternativa e positiva per combattere il problema della violenza sulle donne, ma applicabile altresì a tutti i contesti di discriminazione e ingiustizia nei confronti dell’ “altro”. “If You Were Me”, negli ultimi 4 mesi, è cresciuto assumendo forme che io e Serena (la mia amica co-autrice) non avremmo mai immaginato: siamo state invitate a Milano e a Cesena per collaborare con gallerie d’arte e scuole e continuiamo a ricevere riscontri positivi e proposte in diversi settori di produzione culturale e promozione sociale. Questo ci rende molto orgogliose e piene di fiducia rispetto alla possibilità di rendere concreto qualcosa che fino al maggio scorso era un’idea bella ma piuttosto aleatoria. 🙂

In realtà, “If You Were Me” costituisce per me la punta di un iceberg, la sintesi di un sistema di pensiero e di vita elaborato da tempo, arricchito giorno dopo giorno e che sto mettendo in pratica soprattutto in quest’ultimo periodo. E arriviamo così al capitolo “avvenimenti interiori”.

Inevitabile, a questo punto, dare la “colpa” a certi libri letti e a certi film visti recentemente, che mi hanno offerto chiavi di lettura nuove e più profonde rispetto ad alcuni episodi di vita quotidiana, di quelle che ti fanno sentire la “sorpresa della relazione tra le cose” e del “tutto torna”. So che corro il rischio di annoiarvi e di farvi abbandonare il campo esattamente ADESSO, ma io vado avanti e qualcosa la devo pur citare.

#1 Aldo Palazzeschi, “Il Controdolore
#2 Luigi Pirandello, novelle, saggio sull’umorismo, opere teatrali, romanzi (tanto, con lui, come capiti, capiti bene)
#3 il film “No. I giorni dell’arcobaleno“di Pablo Larraìn

Cosa hanno in comune queste opere? Il fatto di rovesciare l’abitudinaria e piagnucolante percezione della realtà attraverso due dinamiche che mi piace chiamare “risata pensante” e “politica dell’allegria“. C’è qualcosa di rivoluzionario nel ridere con consapevolezza anche del dolore e della sofferenza più atroci. Lungi dallo “sminuire”, l’umorismo che supera la semplice ironia, il sentimento che approfondisce il mero avvertimento del contrario sono àncore di salvezza delle più meravigliose rispetto al rischio di cedere alla disperazione, quantunque sembrino passare per una sua diretta parente: la follia.

Badate bene: una volta intrapresi, questi sono discorsi che spaventano. Perchè smontano e confondono i fondamenti del “si è sempre pensato e fatto così”: il serioso e compunto rispetto per il dolore altrui (che il più delle volte si traduce in un minuto di silenzio nelle pubbliche assemblee), lo spiattellamento in prima pagina e in tv di immagini terribili, disgustose a volte, con la pretesa che servano a sensibilizzare e a generare indignazione (col risultato che si esaspera l’ “indign-” e non si potenzia l’ “-azione”, quella buona, propositiva, positiva).
Ecco cosa dice Palazzeschi:

Che il riso (gioia) è più profondo del pianto (dolore), ce lo dimostra il fatto che l’uomo, appena nato, quando è ancora incapace di tutto, è però abilissimo di lunghi interminabili piagnistei. Prima che possa pagarsi il lusso di una bella risata avrà dovuto seguire una buona maturazione. BISOGNA ABITUARSI A RIDERE DI TUTTO QUELLO DI CUI ABITUALMENTE SI PIANGE, sviluppando la nostra profondità. L’UOMO NON PUÒ ESSERE CONSIDERATO SERIAMENTE CHE QUANDO RIDE. La serietà in tal caso ci viene dalla ammirazione, dall’invidia, dalla vanità. QUELLO CHE SI DICE IL DOLORE UMANO NON È CHE IL CORPO CALDO ED INTENSO DELLA GIOIA RICOPERTO DI UNA GELATINA DI FREDDE LAGRIME GRIGIASTRE. Scortecciate e troverete la felicità.

Io lo trovo meraviglioso e troppo, troppo vero. Folle, “immorale”, ma vero. Non a caso, tra le novelle che più ho amato di Pirandello ce n’è una che s’intitola “Quand’ero matto“. Che l’autore usi l’imperfetto mi fa riflettere non poco, sulla difficoltà di tener fede nel tempo a quella “follia” che rende liberi, ma, inevitabilmente, tanto, tanto soli.

Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse veramente così e alle altre coscienze attribuisse l’identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l’idea d’una realtà comune a tutti, d’una verità e anche di un’esistenza che ci sorpassa: Dio. Ma non per la gente savia, ripeto.

L’esperienza di “If You Were Me” si esplica tutta qui. Quando osserviamo gli altri, esploriamo le loro vite, li compatiamo per le loro disgrazie o ridiamo superficialmente delle loro sfortune, non ci rendiamo conto che è di noi stessi che stiamo piagnucolando o ridendo. Arrivare alla “eguale coscienza di sè e degli altri” sembra un’operazione abbastanza scontata, ma è una faticosa conquista, terribile e splendida al tempo stesso. Ci rende consapevoli che, nella nostra solitudine (innegabile), non siamo soli.
E il paradosso è che proprio ciò che meno amiamo di noi e della nostra condizione può trasformarsi nel nostro punto di forza e di rinascita.

Il film sopracitato racconta proprio la storia (vera) della vittoria del NO al referendum del 1988 con il quale si chiedeva al Cile di mantenere al governo Augusto Pinochet. Lo slogan scelto per la campagna pubblicitaria fu “Chile, l’alegria ya viene” – “Cile, l’allegria sta arrivando” e i video-spot mandati in tv proponevano scene di gente felice, piena di speranza, di sogni, di voglia di fare. Ve l’immaginate? In un regime che si perpetuava attraverso torture, omicidi, sequestri, l’alternativa non si fondò sulla denuncia dello status quo, ma sull’idea di “ciò che può essere se…”.
Attenzione! Non si tratta di dimenticare o ignorare ciò che di brutto e di male ci accade e ci circonda, al contrario! La “risata pensante” e la “politica dell’allegria” derivano da una consapevolezza profonda e da una riflessione “tosta” sugli eventi, tutt’altro che immediate!

La radice di tutto, ad ogni modo, risiede in quella faticosisssssima, stoica, capacità di distinguere le cose che dipendono da noi da quelle che non dipendono da noi (vedi post dedicato al mio caro amico Epitteto).
Per quanto riusciamo a raggiungere un’eguale coscienza di noi stessi e del prossimo, l’altro rimane sempre “Altro da me”, unico, irripetibile, libero e “non modificabile” da un mio intervento più o meno “interessato”.

Qui si aprirebbe un altro squarcio di riflessioni che affido ad un prossimo post. Per adesso mi fermo…solo a scrivere…che a smettere di pensare proprio non ci riesco! 🙂

Ciriciao Gente!

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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