“La paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.”

ominimusicaVi ricordate quando, a scuola, ci dicevano di isolare il bullo di turno, affinchè si rendesse conto da solo dell’inefficacia delle sue azioni “violente”?

Riflettevo sul fatto che, almeno in linea di principio, If You Were Me – Se Tu Fossi Me si fonda sulla stessa logica: io non voglio DOVER PARLARE della violenza. Non la ignoro quando viene commessa, anzi, la analizzo a fondo! Ma decido di non darle seguito, affinchè non si amplifichi nelle parole (che spesso la distorcono rendendola “spettacolo”) e soprattutto nei gesti di altri. E a lungo andare, spererei di non doverne parlare perchè effettivamente non ce n’è più motivo. Utopia?

Ora, il problema, secondo me, risiede nel fatto che all'”isolamento” del violento (ben altra cosa rispetto alla punizione) non sempre corrisponde un’azione più forte e più efficace in termini educativi. Si tratta di far crescere i bambini in una mentalità basata sul rispetto reciproco, che NON DIA “RAGIONE” ALLA VIOLENZA DI EMERGERE come risposta alla diversità e alle inevitabili incomprensioni tra generi, razze, culture…

In sostanza, paradossalmente, bisognerebbe agire come se la violenza non ci fosse, comunicando concetti come l’accoglienza, l’ascolto, l’immedesimazione nell’altro e non favorendo comportamenti negativi come la fuga, il sospetto, la vendetta. Bisognerebbe arrivare a concepire la violenza così come andrebbe concepita la paura: un sentimento che emerge di fronte a un pericolo che, realmente, (ancora) non c’è. Quindi, come qualcosa che, razionalmente, non ha motivo di esistere; l’unico motivo che ne spiegherebbe l’esistenza, se proprio vogliamo trovarne uno, è, in entrambi i casi, la NON CONOSCENZA (del pericolo temuto, così come della persona resa oggetto di violenza). Tant’è vero che, una volta “smascherato” l’oggetto della paura, la paura svanisce. Toh!

A questo punto, giustamente, qualcuno potrebbe dire che l’aggressività e la violenza sono insite nell’uomo come “energie” che in qualche modo vanno sfogate, ma tra la pulsione e l’azione, per fortuna c’è la ragione. E nella maggior parte dei casi si tratta di un problema culturale più che “psichico”.

Come lo facciamo funzionare ‘sto cervello?

La paura bussò alla porta. La conoscenza andò ad aprire e non trovò nessuno.

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