Come “facciamo” l’amore

Ieri sera, su Deejay tv ho visto lo spot di un nuovo programma intitolato “Undressed” (Svestiti), che recitava così: “Un esperimento romantico per trovare il tuo partner ideale. Due sconosciuti in cerca dell’anima gemella si incontrano per la prima volta direttamente a letto. Sei pronto a spogliarti e a condividere la tua intimità con uno sconosciuto? Trenta minuti per conoscersi e scegliersi…”
Ovviamente i due sconosciuti sono giovani e aitanti, ti pare che ingaggiavano una fanciulla tutta brufoli e cellulite o un maschietto ipo-dotato? Il programma non è ancora in onda, per cui esprimo la mia perplessità giusto in base a 50 secondi di spot…Poi chissà, quella di farsi dire da un terzo incomodo come gestire un primo appuntamento si rivelerà un’idea geniale e ci saranno sempre più persone accoppiate e felici nel mondo, non metto limiti alla “fantasia” umana.

Ripensando a quanto ho visto, però, c’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa e che, fondamentalmente, è al centro di tutta la mia riflessione: il letto. Su di esso è costantemente puntata la telecamera, su di esso nasce e si consuma questo “rito” un po’ anomalo e piuttosto rapido di conoscenza reciproca.

La mia innata tendenza a perdermi (per ritrovarmi) nelle associazioni di idee, stamattina, mi ha condotto nientemeno che all’Odissea, precisamente al Libro XXIII.
Mi riferisco al momento in cui Penelope riconosce senza più esitazioni Odisseo, dopo che quest’ultimo le ha rivelato il segreto (noto solo a loro due) legato alla costruzione del talamo nuziale.
Per mettere alla prova l’ospite misterioso, Penelope aveva ordinato all’ancella Euriclea di far spostare il letto all’esterno affinché l’uomo potesse riposarvi.

E Odisseo, sdegnato, disse alla moglie solerte:
“Donna, è assai doloroso quello che hai detto.
Chi mise altrove il mio letto? Sarebbe difficile
anche a chi è accorto, se non viene e lo sposta,
volendolo, un dio in un luogo diverso, senza difficoltà.
Nessun uomo, vivo, mortale, neppure giovane e forte
lo smuoverebbe con facilità: perché v’è un grande segreto
nel letto lavorato con arte; lo costruii io stesso, non altri.
Nel recinto cresceva un ulivo dalle foglie sottili,
rigoglioso, fiorente: come una colonna era grosso.
Intorno ad esso feci il mio talamo, finché lo finii
con pietre connesse, e coprii d’un buon tetto la stanza,
vi apposi una porta ben salda, fittamente connessa.”

Dopo aver spiegato nei minimi dettagli tutte le fasi del suo faticoso lavoro, Odisseo non lascia più alcun dubbio alla consorte:

Disse così, e lì le si sciolsero ginocchia e cuore,
nel riconoscere i segni che Odisseo le rivelò, sicuri.
Piangendo gli corse incontro, gettò le braccia
al collo di Odisseo e gli disse…

penelopeulisse

Dopo tanto vagare, tante peripezie, tante avventure amorose che sembravano aver distolto l’eroe dal pensiero dell’unica donna della sua vita, è lì che torna Odisseo, in quel luogo che solo lui e la moglie conoscono perché insieme lo hanno costruito e vissuto, prima che la guerra separasse i loro corpi ma non i loro cuori. Quel talamo è l’unico luogo nel quale Odisseo può rivelare – completamente – la sua identità, perché esso contiene una storia. …Che non è stata scritta in mezz’ora.

Alla luce di questi pensieri più recenti, ho deciso che è arrivato il momento di pubblicare uno scritto che avevo cominciato a imbastire ad aprile dello scorso anno e che ho continuato a rimpolpare fino ad oggi. L’ho tenuto così tanto tempo nel cassetto, forse perché lo ritenevo scomodo, o perché mettevo in conto che la mia opinione in merito potesse cambiare. E per un “attimo”, in effetti, ho pensato di poter confutare questa riflessione con un approccio più easy. Ma non ha funzionato.

Al centro, come sempre, ci sono le parole, il peso e il significato che attribuiamo loro, soprattutto quando le usiamo troppo, senza fermarci a pensare.

Fare l’amore.
La chiave è tutta lì, nel verbo fare.
Agire, costruire, faticare.

Due persone che si amano davvero fanno l’amore sempre, anche quando non sono insieme. Perché la forza che li unisce e che, al tempo stesso, li lascia liberi, li spinge ad agire con amore verso tutti, a fare e comunicare l’amore con la loro stessa vita, fuori, anche alle persone che non conoscono.

Molte persone si accontentano di fare sesso per scappare da quelle nevrosi a cui non sanno dare un nome, limitandosi a godere del corpo dell’altro/a in un atto che il più delle volte è fine a se stesso.
Chiusi in una stanza, chiusi verso il mondo, chiusi in un egoismo che non ha niente a che fare con l’Amore, che è conoscenza di sé nell’esplorazione dell’altro/a.

Nulla di sbagliato in tutto ciò; fortemente limitato e limitante, quello sì. Come una conversazione telefonica interrotta perché cade la linea, come un film appassionante di cui non hai visto l’inizio e non vedrai la fine, come la torta più buona del mondo che hai dovuto lasciare nel piatto dopo il primo morso.
Il godimento prima o poi si esaurisce, spesso proprio dopo una sola “botta e via”: soddisfatto il capriccio, si cerca il prossimo dove, come e se capita, senza responsabilità, senza impegno, senza amore.

Abbiamo tanto decantato il “sesso libero” e non abbiamo idea di cosa sia la libertà nelle relazioni, soprattutto in quelle sentimentali. Ovvio che poi sgraniamo gli occhi e ci straniamo, non riuscendo a concepire l’apparente ossimoro contenuto nella frase: “Ti amo, ma sono felice anche senza di te” (titolo di un libro di J. Jaramillo).

Quando due persone fanno l’amore si cercano, hanno bisogno l’uno dell’altra per ricaricarsi di quell’amore che il mondo assorbe con le sue sfide, le sue cattiverie, le sue richieste di aiuto.
Allora gli amanti, nel segreto del loro talamo, uniscono i loro corpi per ri-donarsi a vicenda quell’energia vitale che li tiene aperti e attenti verso il mondo.
È il momento eterno più sublime in cui la dolcezza e la passione sprigionano una vita sempre nuova, che non lascia mai spazio al vuoto.

La dipendenza deriva dalla mancanza e genera il vuoto.
La libertà deriva dalla consapevolezza e genera vita.

Poi non venite a dirmi che leggo troppi libri.

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