Sull’onore, l’auto-distruzione e l’abbandono: la ricerca di un perché.

Ieri sera, facendo zapping, mi sono imbattuta in un servizio di “Le Iene” dedicato ai ragazzi di Scampia, che hanno optato per la malavita perché privi di un’alternativa che possa risollevarli dal degrado in cui sono costretti a vivere.
Giovani che hanno già all’attivo rapine, spaccio di droga, sparatorie, intimidazioni, azioni violente non soltanto contro gruppi rivali ma anche ai danni di bambini e anziani inermi.
Durante l’intervista, rilasciata con i volti coperti dai passamontagna, questi ragazzi parlavano dell’onore, della necessità di manifestare in ogni occasione la propria forza e supremazia, dell’indifferenza rispetto al rischio di essere scoperti e arrestati, del rispetto che devono guadagnarsi per assicurarsi un futuro in un ambiente che soffoca i loro sogni e la loro semplice aspirazione a svolgere un lavoro degno di questo nome.
Gli occhi e le bocche che si intravedevano dagli spiragli della stoffa nera non lasciavano trapelare nessun moto di paura o di pietà, nessuna forma di pentimento, nessun desiderio di riscatto. La legge del più forte è la sola che sanno applicare, perché la legge “giusta” non ascolta le loro richieste di aiuto; così questi ragazzi, poco più che adolescenti, si trovano sballottati in un’arena senza regole, in cui sopravvive chi è più spietato, chi spara senza timore, chi sa annullare ogni possibile rimorso per compiere l’atto più efferato.

Queste immagini, così come tanti altri eventi tragici accaduti nei giorni scorsi, i cui protagonisti sono ragazzi e ragazze che, nell’illusione dello sballo e del successo, finiscono per distruggere se stessi e le persone che li circondano, mi hanno turbato, hanno messo in moto dentro di me il turbinio di riflessioni che sempre mi travolge quando cerco spiegazioni e imploro risposte.

Spesso mi dico che dovrei smettere di leggere, per placare questa tempesta che mi assale, tanto più che, nella maggior parte dei casi, a chi mi sta intorno questo tumulto rimane nascosto, vuoi per la mia esitazione a manifestare tali pensieri, vuoi per il timore o la pigrizia altrui nel dare seguito ai miei input, troppo “contorti”, troppo “retorici”.

Eppure è nelle parole che io trovo le risposte, in quelle scritte da chi prima di me ha avuto grandi o piccole intuizioni, essenziali per svelare quelle realtà in cui tutti noi siamo quotidianamente immersi ma che il più delle volte non siamo in grado di leggere.
Qualche giorno fa, scorrendo alcuni passi delle Confessioni di Agostino, rilevavo la corrispondenza tra alcuni episodi della sua vita turbolenta prima della conversione ed eventi a cui io stessa ho assistito negli ultimi anni, mesi, giorni.
A questo serve leggere: a riconoscere tra le righe le persone della nostra vita, a ricostruire esperienze assorbendo da chi ne ha già vissute di simili i parametri per giudicarle.

Aiace e Filottète.
Stamattina ho pensato a questi due personaggi del mito greco, collegando le loro storie a quanto ho visto e ascoltato ieri sera e ad altri fatti che ho vissuto o di cui ho avuto notizia negli ultimi tempi.
Aiace Telamonio fu uno degli eroi più valorosi durante la Guerra di Troia, l’unico a non aver avuto mai bisogno dell’intervento divino per sopravvivere e vincere in battaglia, esempio di tenacia e perseveranza per tutti gli Achei.
Dopo la morte di Achille, tra lui e Odisseo scoppiò una disputa su chi dovesse essere l’erede delle armi del grande eroe e la scelta dei capi, caduta sul re di Itaca, fu per lui motivo d’ira e di profonda invidia. Atena gli lanciò un incantesimo rendendolo folle, al punto che, credendo di far strage degli Atridi – Agamennone e Menelao – considerati ormai rivali perché traditori, Aiace si lanciò furente contro un gregge di pecore. Rinsavito e accortosi dell’errore commesso, provò una vergogna così grande per l’onore perduto da decidere di togliersi la vita: piantò nella sabbia la spada che Ettore gli aveva donato al termine del loro duello e vi si gettò in preda alla disperazione. Dal terreno macchiato del suo sangue spuntò un fiore rosso, con incise sulla foglia le lettere “Ai”, iniziali dell’eroe e richiamo al lamento della Terra per aver perso un così grande eroe.

Aiace non poteva sopportare la derisione a cui lo avrebbero condannato quelli che erano stati suoi compagni, non poteva più concepire la sua vita senza il rispetto e l’onore che si era guadagnato con fatica sul campo di battaglia. Vinto dalla sua mania di prevalere, non poteva accettare di essere messo da parte.
In tanti aspetti, secondo me, i suoi sentimenti sono sovrapponibili a quelli dei ragazzi che ho visto ieri, capaci di rivoltarsi contro i loro simili per affermare un potere che li illude e li acceca, rendendoli folli. Perdere l’onore equivale a morire, tanto vale essere essi stessi gli artefici della loro (auto-)distruzione.
D’altra parte, rilevo dinamiche corrispondenti anche in quei tanti adolescenti che, non riuscendo a gestire prese in giro e vessazioni per il loro aspetto, il loro orientamento sessuale, il loro ceto sociale, prendono talmente in odio la propria vita da decidere di porle fine, in un silenzio che diventa assordante quando è ormai troppo tardi.
Tutto l’impegno profuso in un percorso di studi che non si svolge come previsto crolla di fronte all’ennesimo fallimento, al mancato riconoscimento; e piuttosto che ammettere che forse sarebbe stato meglio intraprendere un’altra strada, anche se opposta a quella magari tacitamente imposta da altri, un ragazzo dice addio alla spensieratezza dei suoi anni più belli, terrorizzato dall’idea di dover dare spiegazioni, di trovarsi da solo nel fare qualche passo indietro. E questo perché, forse, sul suo cammino non ha mai incontrato nessuno che gli dicesse: “Vai bene così, vali per quello che sei, non per quello che sai o dimostri di sapere.”

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Anche Filottète era un eroe illustre, abilissimo arciere secondo solo ad Eracle, dal quale aveva ricevuto in dono l’arco e le frecce. Eppure, non gli fu permesso di partecipare alla Guerra di Troia; morso ad un piede da un serpente, la sua ferita si infettò talmente tanto da emanare un fetore insopportabile, al punto che Odisseo e gli altri capi degli Achei decisero di lasciarlo sull’isola di Lemno, in esilio per dieci lunghi anni. Solo alla fine della Guerra, un oracolo rivelò ai Greci che l’esito dei combattimenti sarebbe dipeso dalla presenza sul campo di battaglia dell'”erede” di Eracle. Il ritorno di Filottète fu architettato dallo stesso Odisseo e dal figlio di Achille, Neottolemo, i quali agirono dapprima con l’inganno – foriero di ulteriori equivoci e conflitti -, poi con la rivelazione sincera dello scopo della loro missione sull’isola. L’intervento dell’arciere nella Guerra di Troia sancì numerose vittorie, compresa quella definitiva, con l’uccisione di Paride.

Anche la situazione di abbandono e isolamento vissuta da questo personaggio è per molti versi riconducibile a quella dei ragazzi di Scampia, che sperimentano questa esclusione dalla vita praticamente tutti i giorni. Il puzzo che emana la loro ferita disgusta e tiene lontano il resto della società che, per paura di contaminarsi, si rifiuta di prestare una cura. Se invece lo Stato e la società civile si rendessero conto che riammettere questi ragazzi sul “campo di battaglia” è l’unico modo per ripristinare la loro dignità, davvero emergerebbero concrete possibilità di vincere la “guerra”. Invece le ferite di questi combattenti vengono lasciate imputridire e lo schifo tutto intorno non fa che aumentare, non lasciando scampo alla solitudine e dando adito al reiterarsi del male.
Eppure, nei luoghi più impensabili, esistono dei “campi di battaglia” che rappresentano un’occasione di riscatto, come il Campo dei Miracoli che oppone i suoi meravigliosi colori al grigio di un quartiere difficile, come è quello di Corviale, a Roma. I piedi incacreniti di tanti “Filottète” in questo posto vengono curati, e ciascuno viene riammesso in campo perché possa contribuire, secondo le sue singolari e insostituibili capacità, alla vittoria di un bellissimo gioco – che è un vero e proprio progetto educativo – che si chiama CalcioSociale.

Ora, io lo so che quando parto con le associazioni di idee è difficile fermarmi. Allora un freno me lo impongo io. Penso solo che, se raccontassimo ai nostri studenti, a cominciare dai più piccoli, queste storie, le antiche così come le nuove, quelle tragiche così come quelle ricche di speranza, offriremmo loro delle chiavi di lettura preziose per aiutarli a comprendere se stessi e il mondo che li circonda.
I tragediografi greci avevano in mente proprio questo intento quando allestivano le loro opere teatrali: nel raccontare le vicende degli eroi, mettevano a nudo le contraddizioni dell’umanità.

Quale rivoluzione avverrebbe se anche noi riuscissimo a fare lo stesso!

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