Non lasciar morire il cuore

Rime del cuore morto

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
come il cuore di Cristo, ora sei morto;
t’accoglie non so più qual triste orto
odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare
e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!
Come un’antenna fu il mio cuore umano,
antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo
e senza terra e senza mare, acceso
solo per sé, solo per sé sospeso
nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure
velata da una palpebra latente;
fu come un’ostia enorme, incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere
tocche le labbra del sacrificante,
ostia le cui piccole parti infrante
non trovarono un cuore ove giacere.

Questa è una delle poesie di Sergio Corazzini che amo di più.
Ogni volta che la leggo mi atterrisce e mi scuote dentro.
Quando la scrisse, il poeta era nel pieno della sua giovinezza, ma già consapevole della fine ormai prossima.
Sarebbe morto nel 1907, a soli 21 anni, di tubercolosi.

Molte volte mi sono sentita come Sergio, bisognosa di ascolto e comprensione.
Pensando a tutto quello che mi ardeva dentro e constatando quanto fosse difficile, se non impossibile, trasmetterlo alle persone intorno a me, mi sono spesso identificata nelle sue parole: “Bruciava e parve gelo”.

Riconosco nei suoi versi la delusione e la disperazione di tanti adolescenti e miei coetanei, che non riescono più a nutrire il loro cuore di sogni e speranze e lo lasciano morire nell’apatia, nella diffidenza, nella disillusione.
Le lettere dei ragazzi che “scelgono” la morte per mettere fine al tormento del bullismo e dell’isolamento ne sono la dimostrazione agghiacciante.
Nei discorsi che ascolto – e in quelli che anche io, a volte, faccio a me stessa -, emerge una spossatezza interiore che rallenta il passo nel percorso verso la realizzazione di sé e la vera serenità.

Questa consapevolezza fa parte del mio personale “pungolo nella carne”, un complesso di sentimenti e pensieri sulla vita e le relazioni che sarebbe piuttosto difficile spiegare in questa sede.
L’unica cosa che riesco a dire oggi, per poi tornare nel Silenzio che caratterizza questo giorno, è che non voglio assistere inerte a questa dilagante agonia.

Ieri scrivevo che l’amore è un cuscino morbido su cui il cuore può adagiarsi e riposare, ma può anche diventare una pietra dura e spigolosa su cui lo stesso cuore fatica a prendere sonno.
Ed è un bene che sia così.
Abbiamo tutti bisogno di un rifugio dove fermarci per riprendere fiato, ma dobbiamo anche essere disposti a metterci continuamente in discussione, per non rischiare di alienarci dal mondo.

Spesso sentiamo il cuore così carico e pesante che sembra scoppiarci nel petto.
Ma, il più delle volte, il tonfo lo avvertiamo solo noi.
Ci ostiniamo a chiuderlo nel nostro sepolcro e non permettiamo a nessuno di ribaltare la pietra posta all’ingresso.

“La morte nel cuore” è la realtà più dolorosa che si possa sperimentare.
L’isolamento ne è, al tempo stesso, l’origine e la conseguenza.

Io non posso arrendermi all’idea che sia inutile o controproducente aprirci al prossimo “tanto non può capirmi fino in fondo, né può aiutarmi veramente a risolvere i miei problemi”.

Vorrei che fossimo, gli uni per gli altri, una casa con le pareti elastiche, dove permettiamo al nostro cuore di espandersi e in cui possiamo accogliere i cuori gioiosi o malconci di chi vorrà entrare.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *