L’amnesia sentimentale

Negli ultimi tempi, ho raccolto diverse confidenze di care amiche alle prese con individui affetti da una particolare forma di amnesia.

I tipi in questione, sostanzialmente, flirtano con loro e/o “ce le fanno credere”, dimenticando di menzionare il fatto che sono già legati sentimentalmente ad un’altra persona.

Niente di nuovo, mi direte. Finché non si fa niente di male (!), tutto è concesso. Tanto sono solo parole, allusioni, doppi sensi e frecciatine, senza misteriosi retroscena, né tanto meno secondi fini. Solo che le mie amiche (e nel gruppo mi annovero anch’io) sono buone, sincere, trasparenti e …
Si fidano.
Si illudono.
Si espongono.
Si bruciano.
E, per fortuna, imparano. 🙂

Ora, lungi da me scrivere un post alla Sailor Moon – paladina della giustizia e del girl power – so benissimo che lo stesso fenomeno si riscontra anche al contrario e che di fanciulle “svolazzanti” ce ne sono in quantità.
So anche che in ciascuno di noi (me compresa) c’è quel tratto un po’ birichino che ci spinge a cercare spesso la tensione dell’ambiguità, del dico non dico – guarda che hai frainteso, che ci fa gongolare quando siamo oggetto di adulazione o quando possiamo esercitare sugli altri un certo, “innocente”, potere.

Eppure, il fatto che ci dimentichiamo del/della pinco pallino/a che abbiamo “scelto” come partner, sentendoci autorizzati a giocare con i sentimenti degli altri a mo’ di passatempo, credo sia la conseguenza di un problema più profondo: la vera amnesia coincide con il totale oblio dei nostri stessi sentimenti.

Molti hanno bisogno di un legame per colmare la solitudine, per combattere la noia, per esibire un trofeo, perché “se no, sei sfigato/a”.
Ma l’impegno, normalmente compreso nel pacchetto di una relazione amorosa degna di questo nome, viene concepito come optional.

Prima ancora che al partner, ideale o reale, dovremmo pensare a chi siamo e a come stiamo noi da soli: avere il coraggio di esplorare l’abisso della nostra ontologica solitudine, di scavare nei solchi delle nostre ferite e dei nostri traumi, per scovare i germi dei nostri sogni e desideri più veri, anche quelli riconducibili ad una vita di coppia piena e soddisfacente (sempre ammesso che ne vogliamo una).

Scavare per scovare.

Il più delle volte, invece, preferiamo fluttuare e rimbalzare tra mutevoli emozioni e stati d’animo, evitando il più possibile di fermarci in un luogo (uno stato mentale, una condizione di vita, una persona) che possiamo a tutti gli effetti chiamare casa.
Ci accontentiamo di bettole e tuguri, ogni tanto ci concediamo il lusso di una scappatella in hotel, ma sempre là torniamo, al nostro rifugio stretto e angusto, illusoriamente sicuro.
Tutto questo per non metterci in discussione, per non dover ammettere che ci siamo sbagliati, per non dover riconoscere che, se quella relazione non ci appaga, forse sarebbe meglio darci un taglio piuttosto che trascinarla oltre a scapito della nostra felicità.
Il fatto è che il tugurio, oltre che sicuro, lo troviamo anche incredibilmente comodo.

Due mesi fa scrivevo di empatia, e non posso che ritornare sull’argomento, anche in questo caso. Quando le circostanze (o i passi falsi dei tipi amnesici) ci fanno scoprire l’esistenza di una pinco pallina “innocentemente” presa per i fondelli, noi – ragazze che si fidano, si illudono, si espongono, si bruciano e, per fortuna, imparano – proviamo a metterci nei suoi panni, pensando: “E se mi trovassi io al posto suo?“. Inutile dire che un pensiero del genere ci rattrista e mina un po’ la fiducia che, sempre per indole, tendiamo a riporre nel prossimo. Ma no, non siamo di quelle che dicono: “Gli uomini so’ tutti uguali, tutti stronzi.” Continuiamo a credere che ce ne siano anche di onesti, sinceri con se stessi e disposti ad abitare la loro solitudine per saper riconoscere la Verità in una relazione (il legame che rende liberi).

Il paradosso è che finché teniamo i piedi in due scarpe, in realtà restiamo fermi e impantanati, perché niente di serio e duraturo può sbocciare nell’ambiguità.
Le camminate più lunghe e sorprendenti le intraprendiamo quando scegliamo il paio di scarpe migliore, quelle che non solo ci piacciono esternamente, ma nelle quali possiamo percorrere i sentieri più impervi senza stancarci.
Alla fine della strada, saranno logore e sdrucite, ma avranno lasciato le impronte più belle.

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