Sproloqui

Non voglio tornare alla vita di prima

Negli ultimi mesi ho trascorso molto tempo da sola. Ho cercato, a volte spasmodicamente, di abitare un tempo che fosse tutto per me – pochi minuti, ore o giorni interi -, per riappropriarmi di me stessa. Viaggi solitari, lunghe passeggiate al parco e al mare, o silenziose sessioni di contemplazione che, se anche il corpo non era in movimento, permettessero alla mia mente di vagare libera.
Abitare questo tempo ha significato riconquistare la mia indipendenza interiore, ritrovare una forza d’animo e una serenità che per anni avevo cercato e mai raggiunto pienamente.
Ho imparato a volermi più bene, a coccolarmi e ad essere più misericordiosa verso le mie debolezze e i miei limiti; questa ricerca di silenzio e di tranquillità mi ha insegnato ad essere più comprensiva ed essenziale anche nelle relazioni con gli altri; ho rafforzato, così, i rapporti positivi e nutrienti, e ho lasciato scemare quelli nocivi e noiosi.
Quando avverto che si stanno per innescare dinamiche pericolose di dipendenza affettiva, stanchezza emotiva, scoraggiamento, mi fermo, respiro e ritorno al mio centro.

Questi pensieri li ho scritti qualche settimana prima del famigerato blocco, causato dall’epidemia di coronavirus.
Ciò significa che, prima che venisse imposta, io la solitudine l’avevo scelta.
Per quanto, nella mia vita, sia sempre stata circondata da amici e coinvolta in tante attività, la solitudine non mi ha mai spaventato, anzi.
La verità è che le riflessioni più profonde, le domande più scomode, le sofferenze più grandi, le ho sempre gestite da sola – forte anche di un equipaggiamento interiore affinato nel tempo e piuttosto collaudato – e, di tutto questo lavorìo, pochi dei miei affetti hanno realmente la percezione.

Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fingi.

Fernando Pessoa

Intendiamoci, amo la buona compagnia e credo sia importante condividere gioie e tristezze con le persone di cui ci si fida; sono anche convinta che, nei rapporti che scegliamo liberamente di coltivare, le parole di Papa Francesco, “Affidando si custodisce“, siano profondamente vere.
Ma, nel mio percorso di crescita, ho potuto sperimentare, in più occasioni, la profonda verità anche di altre parole: “Beata solitudo, sola beatitudo” (su queste, l’attribuzione è dubbia, c’è chi dice Seneca, chi San Bernardo, vabbè, chiunque fosse, aveva ragione).
Il proficuo periodo che stavo vivendo prima della quarantena ne è la prova.

Forse è per questo che, per me, dovermi distaccare ancora di più dal resto del mondo, almeno fisicamente, non ha rappresentato un trauma, tutt’altro.
Questa permanenza a casa mi sta letteralmente ricreando e sta incidendo molto positivamente sulla qualità della mia vita.

Comincio con l’ammettere che SONO FORTUNATA. Così metto le mani avanti con tutti quelli che mi diranno: “Beh, vabbè, ma te c’hai ‘na casa grande, un piano tutto tuo, il giardino, l’orto, mamma e papà…”. Ok, sì, ho una graaande fortuna, una enooorme fortuna. In questo periodo di clausura – che di chiuso ha avuto ben poco – me ne sono resa conto ancora di più.
Tutti i giorni posso costatare gli effetti benefici che la meraviglia e la gratitudine producono sul mio umore e la mia creatività.

La prima cosa che ho fatto, all’inizio della quarantena, è stata disattivare la sveglia delle 6:00. Adesso, mi alzo naturalmente verso le 8:30 e ho tutto il tempo e la calma per: scendere in cucina, riscaldare un bicchiere d’acqua, spremere mezzo limone, mischiare il tutto e scolarmi questo elisir di lunga vita mentre osservo il cielo azzurro e gli uccellini che, quatti quatti, vengono a rubare i croccantini del gatto; risalire su e fare 10 minuti di risveglio muscolare, a volte in silenzio, a volte con una musica rilassante in sottofondo; tornare giù e uscire a raccogliere le fragole (ne trovo almeno 5 o 6 al giorno!) da aggiungere al mio yogurt miele cannella noci e cereali che, in certe mattine piene di sole, vado a gustarmi fuori, seduta sotto la vite o passeggiando in giardino.
Prima, nella scansione svizzera dei minuti che intercorrevano tra il mio risveglio mugugnante e la corsa verso il treno, il tempo per la colazione andava dalle 6:15 alle 6:30 circa, il mio sguardo perso nel vuoto o fisso sulle lancette.

Da due mesi a questa parte, le mie mattinate trascorrono tra smart-affacci in ufficio e stimolanti attività intellettuali: passo molto tempo a leggere e ad ascoltare diversi generi di musica.
La lettura principale delle ultime settimane è I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Avendo, finalmente, a disposizione ore continuative di pace, ho deciso di intraprendere questa avventura sempre rimandata, per pigrizia o pregiudizio, alimentando, anche così, quell’orgoglio nazionale che, diversamente, sarebbe rimasto solo a sventolare in balcone.
Mi sono lasciata catturare dalla bellezza dell’edizione in tre volumi che ho a casa: la copertina verde e il titolo inciso in oro, le pagine ingiallite e il testo incastonato tra eleganti ghirigori, le illustrazioni anticheggianti simil acquaforte. Sul contenuto ci sarebbe da scrivere un post a parte, per cui mi limito a tre pensieri: certi episodi sembrano scritti oggi, il lessico è di quelli che avviluppano, e l’intreccio più intricato ed intrigante di una serie tv dei nostri tempi.
Tra gli altri libri di cui, per ora, sto leggendo solo alcuni brani, ci sono Elogio dell’ozio di Bertrand Russell e Screw Work, Let’s Play – How to Do What You Love and Get Paid for It di John Williams.
Penso che, alla fine di questo post, capirete perché li ho scelti!
Prima, riuscivo a leggere prevalentemente sul treno, con scarsi risultati in termini di attenzione, giacché mi prendeva quasi subito l’abbiocco oppure venivo distratta dalle chiacchiere degli altri passeggeri o dalla schifo-musica che tunztunzava dalle loro cuffiette.

Quanto alla musica, grazie alla mia collaborazione Gigs Guide – che consiste nel raccogliere e promuovere i concerti in streaming che gli artisti di tutto il mondo stanno offrendo sui loro profili social o su altre piattaforme online -, ho scoperto cantanti e gruppi favolosi, che non vedo l’ora di ascoltare dal vivo, quando sarà di nuovo possibile.

Un altro aspetto assai bello di questa quarantena è il fatto che, adesso, posso pranzare con i miei, gustando prelibatezze e chiacchierando in tutta tranquillità. Inoltre, ho preso l’abitudine di sintonizzarmi su Rai5 verso le 14, per guardare qualche bel documentario. Mia madre non è molto entusiasta di questo zapping a tranello perché, il più delle volte, si ritrova ad assistere, a fine pasto, a sanguinose scene di lotta tra animali, e inorridisce quando spuntano serpenti dalla lingua biforcuta o altri rettili e insetti che le fanno un po’ senso. Io mi diverto come una matta, e me ne sto lì a bocca aperta a ripetere “Ma che figata!” in continuazione. Così, in poco più di due mesi, mi sono fatta una cultura sulla vegetazione e la fauna delle Filippine – eleggendo il tarsio come mia nuova mascotte -, ho scoperto la storia sorprendente delle civiltà africane, mi sono tuffata negli abissi degli oceani per ammirare pesci dai colori sgargianti, mi sono persa tra i vicoli delle città fantasma italiane e nei boschi pieni di vita dei nostri Appennini e… mi sono anche innamorata!
Ahahah, di chi? Di un esploratore inglese di nome Levison Wood, che è talmente matto da aver attraversato a piedi prima i territori dall’Afghanistan al Bhutan, e poi quelli dal Messico alla Colombia. Non contento, per il suo ultimo documentario, Walking With Elephants, ha percorso a piedi alcune regioni dell’Africa sulle tracce degli “ultimi giganti”.
Tutta questa sopita passione per la wildlife, riemersa grazie alla tv, mi ha trasformato in una piccola esploratrice: sono andata a ripescare i libri sugli animali e l’ambiente di quando io e i miei fratelli eravamo piccoli e mi ritrovo a sfogliarli con avidità infantile, mi addentro in giardino per scovare lucertole, gechi, insetti e pennuti. Giorno dopo giorno, ho annotato mentalmente le trasformazioni della natura legate all’incedere della primavera, ed ora mi emoziono di fronte al tripudio di fiori colorati e multiformi, il cui profumo inebria e stordisce, e ascoltando originali sinfonie di cinguettii.
Uno dei miei passatempi preferiti è diventato quello di osservare il gran numero di cippiuippi (aka uccelli) che svolazzano tra il prato e gli alberi del mio giardino e poi si posano a terra per sbocconcellare i vermetti che hanno beccato.
Prima, alle 14, rientravo in ufficio dalla pausa pranzo (se non altro, il più delle volte, cercavo di trascorrere quell’ora da sola, al parco – vedi sopra).

Il vero, inaudito, miracolo di questo periodo è che, adesso, mi sto allenando tutti i giorni. TUTTI. I. GIORNI. La mia proverbiale pigrizia nei confronti dello sport ha ceduto il passo ad una costanza senza precedenti. Ogni pomeriggio, dedico tra i 30 e i 50 minuti al mio allenamento casalingo, di cui sto riscontrando gli effetti in termini di resistenza e maggiore energia.
E’ vero che, una volta superato l’ostacolo mentale del cominciare a muoversi, è proprio il corpo che te lo chiede: benessere chiama benessere. Faccio stretching addirittura prima di dormire, ma vi rendete conto?
Prima, lamentavo sempre dolori alla schiena, mal di collo e acciacchi vari, attribuibili al contro-allenamento che la vita da pendolare ti porta a fare; il motto era “pigrizia chiama pigrizia”, e difficilmente mi sarei messa a fare squat e jumping jacks dopo una giornata di “Roman” Race.

Arriviamo al capitolo rapporti sociali e amicizie.
Ve la dico così, senza mezzi termini.
Non mi siete mancati. 😀
O meglio, non ho sentito la vostra mancanza come pensavo di doverla sentire. In fin dei conti, questa lontananza forzata non ha fatto altro che confermare l’inattaccabilità dei legami stabili e l’inconsistenza di quelli fasulli. Chi era latitante è sparito del tutto (yuhu!), chi è voluto restare ha trovato modi per farlo, con una video-chiamata, un messaggio, un mazzo di peonie, una preghiera. Gli amici che ho potuto incontrare ultimamente sono effettivamente quelli che volevo vedere, pian piano recupererò anche con tutti gli altri; d’altra parte, confesso che è stato liberatorio non dover improvvisare sorrisi di circostanza o intrattenere conversazioni con persone che non stimo.
La sola attività sociale che mi manca – perché è molto più di questo – è il coro, l’hic et nunc delle nostre insostituibili armonie. Da metà marzo, stiamo sperimentando le prove online. Non è la stessa cosa, certo, ma stiamo cercando di ricavare il meglio da questa modalità alternativa, studiando teoria musicale e affinando la capacità di ascolto, anche della nostra stessa voce, visto che gli esercizi dobbiamo necessariamente farli da soli. Abbiamo realizzato un emozionante coro virtuale, che ci ha permesso di arrivare con le nostre voci in luoghi dove le nostre gambe, probabilmente, non ci avrebbero mai portato. Dopo quindici anni di attività, forse ci serviva una sfida così particolare per capire quanto siamo privilegiati a far parte di una realtà musicale unica in un territorio “addormentato” come il nostro.

Sono stata titubante per giorni, chiedendomi se valesse la pena pubblicare questo articolo, che non toglie e non aggiunge niente alla retorica con cui ci stiamo raccontando questo strano periodo. Ho anche sorriso leggendo un post su Facebook che ironizzava sul fatto che, quando si vive un evento collettivo, l’umanità si sente in dovere di raccontare a tutti come l’ha vissuto, ma in questo caso non si sarebbe trattato di un singolo momento, come un terremoto o lo sbarco sulla Luna, ma di oltre due mesi di quarantena.
Poi mi sono convinta a diffondere questo sproloquio, leggendo le parole di Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera di lunedì scorso, in cui mi sono ritrovata pienamente.

Il virus […] è il naufragio che ci ha aperto gli occhi su balconi, cucine, riti e relazioni quotidiane, mostrandoceli come un approdo. Solo se mi ci aggrappo come un naufrago, il presente diventa, da isola deserta, luogo delle concrete possibilità date alla vita per fiorire. Non è un illusorio «penso positivo», ma un coraggioso «prendo posizione»: le potenzialità delle situazioni si scoprono solo se le «riceviamo» come si fa con i regali.

In questi due mesi ho intravisto e, in parte, sperimentato le concrete possibilità che potrei dare alla mia vita per farla fiorire.
Ho punzecchiato le mie molteplici identità perché venissero allo scoperto e ho lasciato che si esprimessero liberamente, con azioni reali o anche solo a livello di pensiero.
Ho accolto le tante “estranee inseparabili da me”, con le quali non sempre riuscivo a dialogare nella vita di prima.
Questi giorni di “chiusura” mi hanno aperto la mente e il cuore verso nuove strade, che voglio intraprendere senza frapporre metaforiche mascherine tra me e la realtà.
E, se è vero che si impara a donare quanto più si sanno riconoscere e apprezzare i doni ricevuti, io posso dire di aver fatto incetta di doni, a tutti i livelli, e sarò ben felice di elargirne a mia volta, quando ne avrò occasione.
Non voglio tornare alla vita di prima, come se questo miracolo non fosse accaduto.

Non voglio condurre una vita frenetica.
Non voglio diventare schiavo delle macchine, della burocrazia, della noia, della bruttezza.
Non voglio essere un idiota, un robot, un pendolare.
Non voglio diventare il frammento di una persona.
Voglio fare le mie cose.
Voglio vivere in modo (relativamente) semplice.
Voglio avere a che fare con le persone, non con delle maschere.
Le persone sono importanti. La natura è importante. La bellezza è importante. La totalità è importante.
Voglio essere capace di prendermi cura.

E. F. Schumacher

Ecco, se ho avuto la fortuna di “avere la vita facile” in questi 60 e passa giorni, ho cercato di sfruttarla per chiedermi come avere una vita felice.
Quando torneremo alla normalità, farò di tutto per non perdere lo sguardo attento e il pensiero creativo che sto esercitando adesso, anzi voglio che diventino i cardini della mia vita “di dopo”.
Voglio prendermi cura di me, delle mie idee e dei miei progetti, e prendermi cura degli altri con la disponibilità a sporcarmi le mani e a metterle davvero in pasta (possibilmente senza guanti).

Non sempre si è felici quando si è buoni, ma si è sempre buoni quando si è felici.

Oscar Wilde



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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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