Ricerca di sé(nso),  Sproloqui

Perché molte persone hanno paura dell’amore gratuito

Di tattiche e aspettative deluse

Quando mi chiedono della mia vita sentimentale, tendo a rispondere che è sempre stata, ed è tuttora, piuttosto piatta. Le mie relazioni amorose si contano sulle dita di una mano… con le dita mozzate. Stento a definirle delle vere e proprie storie d’amore, le descriverei piuttosto come rapporti anomali, per mia fortuna brevi (questo posso dirlo, naturalmente, soltanto a posteriori), e caratterizzati da una immane fatica psicologica, inframezzata da pochi momenti idilliaci e romantici. Ci tengo a precisare che no, non me le sono andate a cercare, ma forse è vero che, inconsciamente, tendiamo ad attirare ciò che pensiamo di meritare… e questo mi suscita non poche domande.
Tutte le altre “storie”, dunque, si sono svolte per lo più nella mia testolina iperattiva, abituata a sezionare e analizzare ogni minimo particolare, frasi, sguardi, gesti, messaggi sottintesi e malintesi, per ricavarne film alla Serendipity che …ok, Maria Sara, lo vuoi capire che Jonathan Trager non esiste?

Che poi gran parte delle energie mentali in queste faccende se ne va nel tragicomico sforzo di trovare la strategia vincente. Sì, perché fin da adolescenti, il distorto mondo delle relazioni in cui noi ragazze siamo cresciute ci ha abituate a ricorrere sempre a delle tattiche per attrarre, sedurre, conquistare, accalappiare il belloccio di turno che ci faceva perdere la testa anche solo con due moine.
Ricordo ancora con quanto entusiasmo (?!), negli anni dell’università, lessi Le regole: i 35 comandamenti per trovare lui, per non perderlo più e per perderlo quando vi pare, illuminante manualetto per imparare il segreto dei segreti: come condurre il gioco facendo credere al belloccio di cui sopra che, in realtà, stia facendo tutto lui. Manipolazione, in sostanza.
Per carità, c’erano anche dei passaggi condivisibili sull’importanza di tenersi impegnate, dando la priorità a se stesse e alle proprie passioni, invece che stare lì a elemosinare attenzioni da tipi indecisi e incostanti.
Fatto sta che con me queste tattiche non hanno mai funzionato, molto probabilmente perché tentennavo nel metterle in pratica, trovandole, nella maggior parte dei casi, limitanti, subdole e disoneste.
“Non accettare un invito per il sabato, se ti viene rivolto dopo il mercoledì”. Oh mio Dio, ma se mi chiama il giorno stesso per propormi un caffè o una passeggiata, io voglio potermi fiondare da lui a razzo in preda all’euforia.
Eh no, “non è corretto nei tuoi confronti, lui sta approfittando della tua eccessiva disponibilità, vede che stai ai suoi comodi e non rispetta il tuo tempo”. Ma che palle!

E quindi, soprattutto negli ultimi anni, penso di aver trovato un mio equilibrio nell’adottare quei pochi accorgimenti che non mi fanno violenza e, per il resto, assecondo con prudenza la mia spontaneità, ben sapendo che le conseguenze potrebbero essere disastrose oppure utili a velocizzare il processo di liberazione da potenziale relazione tossica.

Il nocciolo della questione è che, in questo equilibrio piuttosto precario, la controparte delle tattiche, per me, è niente meno che l’esperienza evangelica dell’amore gratuito, questo dono immenso che somiglia ad una palla infuocata che non sappiamo bene come maneggiare, visto l’alto rischio di bruciarsi. La metafora non è casuale, mi sa.

Se c’è una cosa che ho imparato dalle relazioni che ho vissuto, o anche solo immaginato, è che la forma più alta di amore – la più faticosa ma al tempo stesso liberante – è quella che si fonda sulla gratuità.
C’è stato chi mi voleva cambiare, sminuire, sviare, chi mi ha preso in giro per poi dirmi che avevo fatto tutto da sola, chi mi ha corteggiato fino allo stremo per poi sparire senza lasciare traccia. Eppure, a costo di cuscini impregnati di lacrime e assordanti silenzi, io non ho mai avuto alcun dubbio che valesse la pena continuare ad amarli “da lontano”, in forza di quella bontà che avevo visto in loro.

Ma è proprio qui che si squarcia il velo delle mie piccole certezze, di fronte a un paradosso che per me costituisce la domanda delle domande, la prima e forse l’unica che vorrò rivolgere al Padreterno quando lo vedrò faccia a faccia. Onestamente, Signore mio, si tratta di una questione che mi fa piuttosto incazzare, per cui non credo che ci andrò leggera quando sarà il momento.

Perché molte persone hanno paura della gratuità?
Perché scappano dall’amore incondizionato?
Cos’è che le spaventa e le induce a fuggire?

Ma andiamo con ordine.

“Non cercarlo tu per prima, non dargli troppe attenzioni, non dimostrarti sempre disponibile”. Tattiche, dicevamo.
E invece, se poco poco mi sbilancio con una gentilezza, un pensiero, un’iniziativa… disastro! Apocalisse!! Ritirataaa!
“Oddio, questa si accolla”, “Mi vuole incastrare”, “Hai capito male”, “Non me la sento”.
Ma “non me la sento” cosa? Mi hai forse vista arrivare al galoppo con una fede nuziale tra le mani, manco volessi invertire le regole della Giostra dell’Anello?
Mettiamo in chiaro una cosa: se dimostro un qualsivoglia interesse adesso, non vuol dire che questo resterà immutato per sempre. Significa soltanto che vorrei coltivarlo come un’opportunità per conoscere meglio me stessa e la persona che ho di fronte, e magari tante altre belle cose che da sola non scoprirei.

Ma, dal momento che la cultura del do ut des pervade irrimediabilmente le dinamiche relazionali, tendiamo a montare aspettative reciproche e a sviluppare ansie da prestazione che ci bloccano, mettendo in crisi la nostra fallace stabilità emotiva. Su la maschera, baby!
Neale Donald Walsch in Conversazioni con Dio spiega esattamente qual è il punto.

Non obblighi, ma opportunità.

Innanzi tutto, accertati di impegnarti in un rapporto per le motivazioni giuste. (“Giuste” in relazione al più vasto proposito al quale tendi nella vita.) […] la maggior parte delle persone continua a impegnarsi in un rapporto per i motivi “sbagliati”, per mettere fine alla solitudine, per colmare un vuoto, per assicurarsi l’amore, o qualcuno da amare e questi sono alcuni dei motivi migliori. Altri lo fanno per salvare il proprio ego, porre termine alla depressione, migliorare la vita sessuale, riprendersi da una relazione precedente o, che tu lo creda o no, per alleviare la noia.

Accertati che tu e la tua controparte siate in accordo circa il proponimento.
Se entrambi vi accordate consapevolmente sulla premessa che lo scopo della vostra relazione è di creare un’opportunità, non un obbligo – un’opportunità per crescere, per esprimere se stessi in maniera completa, per elevare le vostre vite alla più alta potenzialità, per eliminare ogni falso pensiero o idea meschina abbiate mai albergato sul vostro conto e per una riunione finale con Dio attraverso la comunione delle vostre due anime – se assumete questo solenne impegno invece degli impegni che vi state solitamente assumendo, il rapporto avrà avuto inizio su delle ottime premesse. Avrà preso avvio con il piede giusto. Sarà una felicissima partenza.

Il problema è che questo bel proponimento io non faccio in tempo nemmeno a formularlo. Perché, lo sapete meglio di me, c’è tutto un codice di comportamento da seguire, fatto di azioni e reazioni prevedibili e, per così dire, inducibili. Aspettative e obblighi. Again.

Le cose, poi, si complicano quando il legame sembra più consolidato ma, per motivi apparentemente inspiegabili, a un certo punto si sfalda. NonPossoImpegnarmiMiPrendeIlPanicoVoglioStarePerIFattiMieiNonMiSentoAll’AltezzaNonSeiTuSonoIoTiLascioPerchéTiAmoTroppo.

Anni fa, in preda al risentimento e alla delusione causati dal reiterarsi di questo genere di situazioni, lessi Atti dell’Amore di Søren Kierkegaard. E piansi tanto.
Nella descrizione che l’Autore fa di Pietro, rividi tutte le persone che avevo idealizzato e che mi avevano deluso (o meglio, rispetto alle quali io mi sentivo delusa, dopo aver constatato che non coincidevano con l’idea che mi ero fatta di loro). Eppure, nonostante tutto, a queste persone io continuavo a voler bene, spesso senza che loro lo sapessero.

Amare l’uomo che si vede

Di solito si pensa che quando un uomo è cambiato essenzialmente in peggio, questo cambiamento dispensi dall’amarlo. Bella confusione di linguaggio: essere dispensati dall’amare, come se questo fosse una costrizione, un peso di cui si desidera sbarazzarsi! Ma il Cristianesimo domanda: forse che tu, per questo cambiamento non lo vedi più?
E la risposta sarà: certo che lo vedo, io vedo appunto che non merita più di essere amato. Ma se tu vedi questo, allora in fondo non vedi lui […]: tu vedi soltanto l’indegnità, ed ammetti con questo che tu, quando amavi lui, in un altro senso non amavi lui, ma soltanto vedevi le sue qualità e perfezioni che tu amavi. Dal punto di vista cristiano invece l’amore è appunto amare l’uomo che si vede. Il punto non è di amare le perfezioni che si vedono in un uomo: ciò che conta non è che l’uomo sia o non sia perfetto, ed anche se è doloroso che quest’uomo sia cambiato, non ha cessato tuttavia di essere lo stesso uomo. […] Di un seduttore si dice che ruba il cuore di una ragazza; ma di ogni amore puramente umano si deve dire, anche quando è il più bello, ch’è un po’ ladro, perché ruba le perfezioni dell’amato; mentre l’amore cristiano si concilia con tutte le imperfezioni e debolezze dell’amato e in tutti i suoi cambiamenti rimane con lui, amando l’uomo che vede. […] Se vuoi perciò diventare perfetto nell’amore, cerca di compiere questo dovere di amare l’uomo che vedi come tu lo vedi: quando egli è completamente cambiato, quando non ti ama più e forse con indifferenza si volta dall’altra parte o si volta ad amare un altro – amalo come tu lo vedi, quando ti tradisce e ti rinnega.

La differenza, tuttavia, sta nel fatto che l’amore incondizionato di Cristo riuscì a trasformare Pietro, vincendo le sue resistenze. Quello che ho sperimentato e sperimento io, invece, è un rifiuto, ostile o diffidente, una porta chiusa contro una mano tesa che vorrebbe soltanto dare, senza pretendere di ricevere nulla in cambio.

A questo punto, il mio cervello stanco e tormentato prova a intraprendere due strade, per cercare di dipanare il triplice quesito oggetto del presente sproloquio.

Non me lo merito, devo essere perfetto per essere amato

Devi essere contento, devi auto-compiacerti e avere stima di te
Mostrare tutto quel che fai, aggiornarti, evolverti e correre sempre
Affossare gli altri con forza e senza sporcarti le mani
Povera mente, io ti uccido ogni giorno con le mie idee
Povero cuore, io ti metto alla prova ma povero me…

(Altrove, Eugenio in Via di Gioia)

Fin da piccoli, abbiamo incamerato l’idea di doverci meritare l’affetto e l’amore degli altri, facendo i bravi bambini, salutando e ringraziando i grandi, prendendo bei voti a scuola, trovando un lavoro serio.
Per quanto i nostri cari abbiano provato a mascherarle, più o meno consciamente siamo sempre stati oggetto delle loro aspettative. È inevitabile, per quanto si sforzino, gli altri finiscono sempre per proiettare su di noi i loro fallimenti e frustrazioni, e noi difficilmente riusciamo ad instaurare legami che non siano fondati sul disperato tentativo di farli contenti o, quanto meno, di non deluderli.
Così, quando qualcuno ci dice che Dio per primo ci ha voluti e amati esattamente così, come siamo, fatichiamo a crederci. Perché anche il Suo, di Amore, è stato infangato dalla logica del merito (sentitamente ringraziamo i catechisti che si sono prodigati per convincerci di ciò -.-“) e noi, francamente, non ci fidiamo.

Per migliaia di anni la gente non ha prestato fede alle promesse di Dio per la più straordinaria delle ragioni: erano troppo belle per essere vere. Per cui tutti hanno finito per scegliere una promessa più modesta, un amore in tono minore. Perché la più alta delle promesse di Dio deriva dall’amore più elevato. Però voi non potete concepire un amore perfetto e quindi anche una promessa perfetta diventa inconcepibile. Come lo è una persona perfetta. Perciò non potete credere nemmeno in Voi Stessi. La mancanza di fede in ciascuna di queste cose significa la mancanza di fede in Dio. Poiché credere in Dio induce a credere nel più grande dono di Dio, un amore incondizionato, e nella Sua più grande promessa, un potenziale illimitato. (Conversazioni con Dio, Neale Donald Walsch)

Così, quando succede che quell’amore gratuito e incondizionato si manifesti nelle parole e nei gesti di una persona in carne ed ossa, molti pensano che dietro debba esserci per forza la fregatura. Non riescono a concepire che quella persona possa aver fatto talmente il pieno di un Amore incommensurabile e misericordioso da volerlo riversare tale e quale (con tutti i limiti umani, certo) su di loro, senza che gliene venga restituita neppure una briciola. E la cosa che più mi fa soffrire è proprio questa: non c’è modo di farglielo capire.
“Ti voglio bene e basta, santo cielo. Non puoi semplicemente prenderti questo po’ di amore che vorrei donarti? Non te lo voglio imporre, né costringerti a ricambiarlo, sta qui, per te, a disposizione.”
E invece no. Divagano, si ammutinano, scappano, spariscono.

Il peso della responsabilità: amare l’altro/a allo stesso modo

Allora mi viene da pensare che, evidentemente, questo amore incondizionato tanto innocuo non è.
La gratuità, infatti, mette in crisi la (presunta) stabilità delle relazioni basate sulla reciprocità pilotata.
Perché di fronte ad un amore che non pretende nulla, le logiche dell’obbligo e dell’aspettativa decadono. Le certezze crollano. Non ci sono più appigli, soltanto rischiosi ed esaltanti slanci di libertà.
Ed è proprio questo a far paura: la mancanza di controllo, il sentirsi disarmati, smascherati, messi in discussione.
“Se il tuo amore non (si) pone condizioni, chi sono io per importi le mie?”
Ecco dove si va a schiantare il nostro bisogno di conferme e validazioni, che inquina la meraviglia e la gratitudine che dovremmo provare per il semplice (!) fatto di stare al mondo.
Qui mi viene in soccorso la mia canzone del cuore, And So It Goes di Billy Joel. Chi mi conosce sa che, di questa versione, non posso ascoltarne più di 10 secondi senza che mi vengano i lucciconi. Ci vuole poco a capire perché.


But if my silence made you leave
Then that would be my worst mistake
So I will share this room with you
And you can have this heart to break

Ecco, questo brano, secondo me, racchiude tutta la Bellezza di quello che potrebbe essere un incontro libero tra due persone, disponibili ad accogliere e accarezzare le proprie fragilità e quelle dell’altro/a.
“Affidando si custodisce”, ha detto Papa Francesco, ma perché il solo pensiero di lasciarsi scomodamare terrorizza così tante persone? (Sì, l’ho inventata io questa parola, c’è bisogno che ve la spieghi?).

Allora sapete che c’è? Alla fine di questo sproloquio sconclusionato io una risposta non l’ho trovata e accetto il fatto che questi punti interrogativi mi accompagneranno fino alla fine dei miei giorni.
Forse avevo solo bisogno di mettere nero su bianco tutti questi pensieri per alleggerirne un po’ il peso, in un momento della mia vita pieno di invisibili trasformazioni.
Da un po’ di anni, tendo a prediligere sempre di più il silenzio quando mi trovo ad affrontare simili subbugli interiori, mi sembra che le parole li ingabbino e ne banalizzino la portata.
Così, dopo questo exploit, nuovamente mi taccio.
Con tutta me stessa, voglio continuare a credere che, anche se sembra insensato, amare la mia libertà e quella degli altri sia l’unico modo per essere autenticamente felice.
D’altra parte, sempre più spesso, me ne sto zitta e ritirata perché, come scriveva Sergio Corazzini, Troppo amor mi stancò. Fatico ad espormi perché penso che, dopo tutte queste delusioni, mi devo difendere e sì, lo ammetto, anche io ho il terrore di lasciarmi scomodamare.
Però, ve lo assicuro, ci sto lavorando. <3

E non hai spine per potere pungere quando qualcuno scopre quello che sei, solo petali di rosa da donare a chi sai (Vola lontano, Ivan Segreto)

Sì, le cose che gli altri pensano, dicono o fanno talvolta saranno fonte di dolore per voi, fino a quando cesseranno di esserlo. Quello che vi farà giungere più rapidamente da un punto all’altro è la totale sincerità, l’essere desiderosi di sostenere, di riconoscere e dichiarare ciò che si prova in merito a un’esperienza. Dite la vostra verità, con gentilezza, ma senza reticenze e riserve. Vivete la vostra verità, con dolcezza ma in maniera totale e coerente. Cambiate la verità con disinvoltura e in fretta quando la vostra esperienza vi porta nuove chiarezze.
(Conversazioni con Dio, Neale Donald Walsch)

Io ti voglio bene e ne ringrazio Dio
Che mi dà la tenerezza, che mi dà la forza
Che mi dà la libertà che non ho io…
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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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