Non lasciar morire il cuore

Rime del cuore morto

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
come il cuore di Cristo, ora sei morto;
t’accoglie non so più qual triste orto
odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare
e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!
Come un’antenna fu il mio cuore umano,
antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo
e senza terra e senza mare, acceso
solo per sé, solo per sé sospeso
nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure
velata da una palpebra latente;
fu come un’ostia enorme, incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere
tocche le labbra del sacrificante,
ostia le cui piccole parti infrante
non trovarono un cuore ove giacere.

Questa è una delle poesie di Sergio Corazzini che amo di più.
Ogni volta che la leggo mi atterrisce e mi scuote dentro.
Quando la scrisse, il poeta era nel pieno della sua giovinezza, ma già consapevole della fine ormai prossima.
Sarebbe morto nel 1907, a soli 21 anni, di tubercolosi.

Molte volte mi sono sentita come Sergio, bisognosa di ascolto e comprensione.
Pensando a tutto quello che mi ardeva dentro e constatando quanto fosse difficile, se non impossibile, trasmetterlo alle persone intorno a me, mi sono spesso identificata nelle sue parole: “Bruciava e parve gelo”.

Riconosco nei suoi versi la delusione e la disperazione di tanti adolescenti e miei coetanei, che non riescono più a nutrire il loro cuore di sogni e speranze e lo lasciano morire nell’apatia, nella diffidenza, nella disillusione.
Le lettere dei ragazzi che “scelgono” la morte per mettere fine al tormento del bullismo e dell’isolamento ne sono la dimostrazione agghiacciante.
Nei discorsi che ascolto – e in quelli che anche io, a volte, faccio a me stessa -, emerge una spossatezza interiore che rallenta il passo nel percorso verso la realizzazione di sé e la vera serenità.

Questa consapevolezza fa parte del mio personale “pungolo nella carne”, un complesso di sentimenti e pensieri sulla vita e le relazioni che sarebbe piuttosto difficile spiegare in questa sede.
L’unica cosa che riesco a dire oggi, per poi tornare nel Silenzio che caratterizza questo giorno, è che non voglio assistere inerte a questa dilagante agonia.

Ieri scrivevo che l’amore è un cuscino morbido su cui il cuore può adagiarsi e riposare, ma può anche diventare una pietra dura e spigolosa su cui lo stesso cuore fatica a prendere sonno.
Ed è un bene che sia così.
Abbiamo tutti bisogno di un rifugio dove fermarci per riprendere fiato, ma dobbiamo anche essere disposti a metterci continuamente in discussione, per non rischiare di alienarci dal mondo.

Spesso sentiamo il cuore così carico e pesante che sembra scoppiarci nel petto.
Ma, il più delle volte, il tonfo lo avvertiamo solo noi.
Ci ostiniamo a chiuderlo nel nostro sepolcro e non permettiamo a nessuno di ribaltare la pietra posta all’ingresso.

“La morte nel cuore” è la realtà più dolorosa che si possa sperimentare.
L’isolamento ne è, al tempo stesso, l’origine e la conseguenza.

Io non posso arrendermi all’idea che sia inutile o controproducente aprirci al prossimo “tanto non può capirmi fino in fondo, né può aiutarmi veramente a risolvere i miei problemi”.

Vorrei che fossimo, gli uni per gli altri, una casa con le pareti elastiche, dove permettiamo al nostro cuore di espandersi e in cui possiamo accogliere i cuori gioiosi o malconci di chi vorrà entrare.

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Parole, immagini e bellezza a Milano

Le note positive di questo articolo si limitano al weekend in corso che, ormai, volge al termine, visto che sto scrivendo proprio dal treno che, da Milano, mi riporterà a casa.

Sono venuta al nord per una full-immersion culturale, il cui primo tassello è stato l’incontro, molto proficuo, con il presidente della FEM Fondazione Empatia Milano. Ci siamo confrontati sulla possibilità di intraprendere, tramite If You Were Me e non solo, azioni comuni per diffondere una vera e propria rivoluzione empatica, a partire dalla provocazione lanciata da Roman Krznaric nel suo libro intitolato, appunto, Empathy. Mi sento molto curiosa e ispirata all’idea di intraprendere questa collaborazione! 🙂

Seconda tappa, Tempo di Libri, Fiera Internazionale dell’Editoria. Al di là del consueto giro tra i coloratissimi stand, mi ha particolarmente colpito l’incontro con Massimo Recalcati, che ha presentato il suo libro “Contro il sacrificio”. Una bomba atomica, voglio leggerlo quanto prima!! Cerco di riassumere i contenuti del discorso con alcuni flash che ho appuntato che, certo, andrebbero contestualizzati e argomentati ma… a chi è interessato lo racconto a voce! 😀

Contrariamente a quanto il Cristianesimo occidentale ha predicato e praticato per secoli, la vera liberazione che ha portato Gesù è la liberazione dall’incubo del sacrificio.
Il volto di Dio ha solo il volto del prossimo. Il dono di sé non è sacrificio, è dimensione generativa della vita. Vale in sé, non attende tornaconto. Il regno è ora, la felicità è ora.
Se io faccio il bene controvoglia, diceva Agostino, cioè senza desiderio di farlo, non è bene. Il bene risiede nell’atto stesso del desiderio del bene.
Il nostro obiettivo, allora, è vivere coerentemente alla legge del desiderio che ci abita. La vita felice è quella che sacrifica il sacrificio. Se il dovere esprime i miei desideri, è una vita felice.
Stamattina, su consiglio del mio amico Maury, sono andata a visitare la Chiesa di San Maurizio, ribattezzata la “Cappella Sistina di Milano” e, direi, a ragion veduta! Ammirare i meravigliosi affreschi che la riempiono (oh, non c’è un angolo vuoto!) con, in sottofondo, il “Miserere” di Allegri, è stata un’esperienza davvero sublime.
Sevi capita, andateci!!
Da ultimo, la mostra dedicata all’Impressionismo e alle Avanguardie del Novecento al Palazzo Reale. I capolavori del Philadelphia Museum of Art – di Monet, Manet, Renoir, Pissarro, Cassat, Van Gogh, Gauguin, Braque, Chagall, Picasso, Dalì, Klee e tanti altri -, mi hanno, prevedibilmente, rapita. L’allestimento sobrio e molto chiaro permette di muoversi facilmente tra le tappe del percorso artistico di questi pittori, in un intreccio di colori e forme che “arrivano” all’osservatore con un’immediatezza sorprendente. Condivido con voi l’opera che mi è piaciuta di più. Ho un debole per Chagall, quindi non poteva che essere sua: Nella notte.
Buona settimana!
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L’accordo minore

Eh sì, ogni tanto ci vuole pure quello.
Perché è vero che, banalmente, la vita non è sempre rose e fiori.
E tra le note positive può insinuarsi un accordo minore, capace di durare anche tutta una settimana.

Allora ci può stare una giornata intera programmata (e, sostanzialmente, persa) in funzione di un evento che, nel frattempo, è stato annullato a tua insaputa.
Ci può stare un pomeriggio di insensato vagabondaggio sotto la pioggia, Villa Borghese deserta, il freddo nelle ossa, un senso di solitudine che ti esalta e atterrisce al tempo stesso.
Ci può stare anche la monotonia di giorni che trascorrono col freno a mano inserito, senza che accadano episodi degni di nota (positiva, s’intende).

Eppure, così come alla mia gioia incontenibile, sento di essere “affezionata” anche alla mia malinconia, alla mia tristezza, alle mie lacrime silenziose.
Fa tutto parte dell’altalena emotiva che mi dondola dentro.
[Appena ho scritto questa frase mi è tornata in mente l’altalena che avevo da bambina, mi piaceva tantissimo. Ne vorrei una anche adesso 🙂 ]

La fiducia minata, uno sforzo non riconosciuto, comportamenti che deludono, la sensazione di essere come Tantalo, che cerca di afferrare con tutte le sue forze frutti prelibati che continuamente gli sfuggono.
Quando mi sento giù di tono (tanto per mantenere la metafora musicale), in realtà, maturo una coscienza più profonda delle mie emozioni, con pazienza ed esercizio riconosco le cause dei miei stati d’animo, provo a dar loro un nome e accetto di viverli per come si presentano, senza ostinarmi a combatterli con maschere e falsità, ma cercando comunque la forza per non lasciarmi travolgere.

Cantando in un coro, mi capita spesso di intonare scale maggiori e minori e di studiare brani che iniziano in tonalità minore e finiscono in maggiore.
Su e giù, piano e forte, lento e vivace, triste e allegro, l’armonia scaturisce anche (e soprattutto) da un intreccio di contrasti.

Nella maggior parte dei casi, riesco a placare un po’ la tempesta con un bel libro o ricorrendo alle mie canzoni del cuore.
Quella che condivido con voi è particolarmente adatta, viste le condizioni atmosferiche degli ultimi giorni, che di certo mi hanno aiutato ben poco in termini di buon umore.

E per quanto, anche adesso che chiudo questo articolo non mi senta proprio al top, conservo la speranza di rivedere il sole al di là delle nuvole.

Up above the clouds” Turin Brakes

one, two, three, four
up above the clouds, it is always a blue sky
some will try a trick, but you just look them in the eyes
what will they do, when the money runs dry?
where will they go, when the jet planes can’t fly?
when all is said and done i will love you
when all is said and done i’ll still love you
starring out at the stars, you feel helpless and so small
nothing but closed down bars, no one helps you when you fall
one day this world will be returning to this prime
we’ll all be gone, there’ll be no more roads to find
when all is said and done i will love you
when all is said and done i’ll still love you
the rain came again,
cleaning the dream and it always makes me cry, oh my
something about the rain, it sends memories through my veins
memories always stain, you can’t wash them down the drain
where will i go when my broken body dies?
and what will i know when i look up to the skies?
when all is said and done will you love me?
the rain came again, cleaning the dream
and it always makes me cry, oh my
up above the clouds, it is always a blue sky

 

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Più note positive fanno una bella canzone

Amici! L’esperimento continua. E con risultati particolarmente interessanti, questa settimana! Salto i preamboli ed entro subito nel vivo del racconto…

Lunedì, 12 febbraio

Ho messo il naso fuori di casa alle 7.05 e la prima parola che ho pronunciato è stata “waaah” davanti ad un cielo rosa-arancione nel quale, piano piano, si faceva largo il sole.

Ho ricevuto un bellissimo messaggio da Serenella, una ragazza che ho conosciuto due anni fa a Roma Tre. Non ci siamo più riviste, ma mi ha scritto che, da allora, segue con passione i post che condivido su Facebook, compreso l’articolo ‘La nota positiva’.

“Sei davvero un contenitore di idee belle e buone.”

Così mi ha detto. Sono sicura che lo sia anche lei, una fonte di ottimi stimoli per gli alunni che segue con tanta dedizione. Le ho inviato con molto piacere l’audio della conferenza sulle fiabe e la felicità… Sono curiosa di sapere cosa ne penseranno i suoi ragazzi!

Martedì, 13 febbraio

Pranzetto gustoso con la mia amica Paola + “Holly e Benji” nel suo bellissimo pancione. E’ sempre bello rivedere Paolina: la nostra è un’amicizia “di vecchia data”, ma si rinnova e si rafforza ogni volta che ci sentiamo o trascorriamo un po’ di tempo insieme.

Ho incontrato per caso Gian Marco alla Stazione Termini e, durante il viaggio in treno, mi ha invitato ad assistere ad una prova aperta dell’attore, regista, perfomer (e tante altre cose) Antonio Rezza. Ancora non ho imparato che le proposte di Jama hanno spesso dei risvolti folli. Per cui non mi sono ritrovata ad assistere ad un semplice spettacolo ma… a farne parte! Con tutta una serie di sketch e gag, in cui Rezza affidava a ciascuno un determinato ruolo o movimento. Divertentissimo 🙂 Ormai Gian Marco non è più Jama, ma “il fratello che è tornato Fresco Fresco dalla Germania”! XD

Mercoledì, 14 febbraio

Sono andata alla Sapienza per partecipare ad un incontro con Michela Murgia, dal titolo “La libreria come spazio narrativo”, organizzato dalla Scuola Librai Italiani di Roma. Ascoltare dal vivo questa scrittrice è davvero un’esperienza illuminante, resa ancora più piacevole dalla sua autoironia e spontaneità. Al centro del suo discorso, l’importanza della libreria come luogo vivo, nel quale si possono intrecciare relazioni profonde con i libri e le persone. La lettura come esercizio faticoso, un corpo a corpo tra lettore e libro – la Murgia, in questo senso, “tifa” per il cartaceo ed io condivido pienamente il suo pensiero: con l’e-book, molte sfumature dell’esperienza si perdono – che ciascuno svolge a modo suo, nei luoghi e con i tempi che, di volta in volta, gli sono più congeniali. La lettura come esperienza travolgente, che ha il potere di suscitare nel lettore la sensazione di aver vissuto realmente episodi riferiti o persino inventati da un altro, che riconosce la libertà del fruitore nella sua scelta di salvare e ricordare determinate pagine e scartarne altre, per motivi del tutto personali e strettamente soggettivi.
Mi ha particolarmente colpito il riferimento che l’autrice ha fatto all’episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto, per spiegare la bibliodiversità che dovrebbe caratterizzare una libreria. Ai tentativi di corruzione da parte del diavolo, Gesù risponde citando la Scrittura; nel bel mezzo del dialogo, allora, Satana cerca di cogliere in fallo l’avversario e cita per primo la Bibbia quando propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del tempio, tanto Dio stesso darà ordini ai suoi angeli affinché lo salvino. E la risposta di Gesù suona “furba” e inaspettata:

“Sta scritto anche…”

Come a dire che il pericolo più grande consiste nell’assolutizzare un pensiero o una condotta senza mai considerare le alternative, che potrebbero essere altrettanto valide. Questa replica è l’emblema della bibliodiversità che caratterizza la Bibbia stessa (non a caso, è un insieme di libri e di idee, spesso in contraddizione tra loro, checché ne dicano quelli che, forzando il testo, intravedono “continuità” e “completamento” tra episodi e affermazioni incompatibili tra loro e con lo stesso messaggio cristiano) e che, applicata all’orizzonte più ampio dell’editoria e della cultura, garantisce il rispetto della democrazia contro ogni forma di fondamentalismo.

Giovedì, 15 febbraio

Quella di oggi non è una nota positiva sola, neppure una singola canzone, ma una sinfonia spettacolare: il nuovo album di Max Gazzé, “Alchemaya”, inciso con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga. Concedetevi il tempo di ascoltarlo, senza fare nient’altro.

Venerdì, 16 febbraio

Ho visto “La felicità è un sistema complesso“. Protagonista eccezionale (Valerio Mastandrea), trama originale e scelte di regia particolarmente creative. Lungi dal presentare l’idea di felicità in termini didascalici e moralisti, il film è costellato da scene “evocative” che sospendono l’azione (piuttosto lenta, in verità, ma proprio per questo davvero interessante), lasciando allo spettatore una grande libertà interpretativa. Io vado matta per quelle narrazioni “incomplete”, nelle quali il non detto è molto più importante delle cose raccontate e spiegate.

Sabato, 17 febbraio

Sono andata in TIVVÙ! Con il Coro Lavinium, ci siamo esibiti durante il programma “Ci vediamo da Arianna” di TV2000.  Una giornata piena di risate, musica, luci e colori, persone molto simpatiche – tra i VIP: i Sonohra, Dario Ballantini, Michele La Ginestra, Fioretta Mari -, accoglienti e professionali. Una bellissima esperienza, che spero si possa ripetere in futuro!

Domenica, 18 febbraio

Dopo una settimana così intensa, direi che una domenica a casa, all’insegna del relax, è la cosa migliore che si possa desiderare. Sul canale NOVE stanno trasmettendo “Serendipity”, uno dei miei film preferiti. So tutte le battute a memoria – chi mi conosce lo sa -, ma non riesco a resistere all’inguaribile romanticismo di Jonathan Trager. E poi è grazie a questo film che ho conosciuto Nick Drake… la bellissima “Northern Sky” che fa da sottofondo all’ultima scena… Uaaah. Basta, ora pubblico l’articolo e mi bevo una bella tisana. What else? 😀

 

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La nota positiva

Dopo più di un anno, torno per soffiare via la polvere da questo archivio digitale.
Qualche giorno fa, ho fatto lo stesso con i miei vecchi taccuini.
Ho ritrovato molti pensieri, bozze di lettere, testi e accordi di canzoni, poesie e aforismi, disegnini e citazioni, un mondo di parole e immagini che, per molti aspetti, mi rappresenta ancora.
Mi ha fatto uno strano effetto constatare la presenza di temi ricorrenti nel corso degli anni, legati soprattutto a dubbi interiori che si riaffacciano nella mia vita ad intervalli più o meno regolari.
Al tempo stesso, ho a disposizione abbastanza “cronologia” per poter individuare, in retrospettiva, le tappe della mia crescita interiore.

Oggi torno su questo blog con lo stesso spirito che mi aveva spinto ad aprirlo 6 anni fa, animata dalla voglia di raccontare un po’ di me e delle mie avventure quotidiane, soprattutto quelle che mi permettono di conoscere persone e cose nuove.
Pensando a quali temi “importanti” avrei potuto affrontare, non mi sono venute in mente grandi idee. Così, ho deciso di ispirarmi ad un esperimento proposto da uno scrittore israeliano, Yuval Abramovitz, che ho avuto il piacere di conoscere per via del mio lavoro in casa editrice.
Yuval è autore di un libro intitolato “The List“, nel quale racconta com’è la cambiata la sua vita da quando ha dato retta all’impulso di condividere sul suo blog una personale “lista dei desideri”, scritta quando, da adolescente, aveva dovuto trascorrere un lungo periodo su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente.
Condividendo i suoi sogni e obiettivi con il resto del mondo e chiedendo ai followers di fare altrettanto, Yuval ha dato vita ad un vero e proprio movimento di persone che si aiutano a vicenda per realizzare i propri e gli altrui desideri, mettendo a disposizione contatti, competenze, consigli.
Tirare fuori i sogni più semplici così come quelli che riteniamo irrealizzabili, ragionarci un po’ su e scrivere per ciascun desiderio i passi concreti che possiamo compiere per arrivare alla meta, condividere la lista con il maggior numero di persone possibili: il “gioco” funziona perché insegna a trovare il giusto equilibrio tra l’avere la testa tra le nuvole e il tenere i piedi ben piantati a terra, ancorati alla realtà e preparati a percorrerla in lungo e in largo.

La mia versione dell’esperimento parte dalla constatazione di quante persone intorno a me siano essenzialmente insoddisfatte della vita che conducono.
Amici vicini e lontani mi raccontano delle loro frustrazioni e delusioni, di quanto si sentano inadeguati, stanchi, demotivati.
Anche io mi trovo in un (ennesimo) periodo della mia vita piuttosto inquieto: provo a portare avanti la composizione del mio puzzle e, accanto alle sezioni già ultimate, ne vedo tante altre ancora vuote; sul mio tavolo ci sono molti pezzi sparpagliati, alcuni potrei averli persi o forse devo ancora trovarli; altri continuo a rigirarli tra le dita, a volte mi ostino a pigiarli in uno spazio che non può accoglierli perché i bordi non coincidono, altri ancora li osservo e li esamino e non ho proprio idea di dove piazzarli.

L’esercizio che ho provato a fare per non cedere allo sconforto (che ogni tanto mi prende eh, non è che ne sia totalmente immune!) consiste nell’annotare ogni giorno una o più “note positive”, episodi che mi fanno sorridere, gioire, provare gratitudine, divertire: circostanze che, in generale, mi fanno stare bene. Ogni giorno, voglio prestare sempre più attenzione alle persone e alle cose belle che mi circondano, trovare motivi per amare la vita e stimoli per continuare a plasmarla in vista dei miei obiettivi più importanti.
Non voglio indossare lenti rosa e correre il rischio di distorcere la realtà; mi basta allenare una facoltà che troppo spesso diamo per scontata: accorgersi.
Voglio tenere gli occhi aperti e le orecchie tese per rendermi conto del bene che già esiste intorno a me e di quello che sono in grado di compiere io quando resto aperta alla vita.
Questo non vuol dire che ignorerò i motivi di fastidio, rabbia o tristezza; altrimenti finirei per vivere una vita a metà, fondata su una pericolosa illusione. Annoterò anche i momenti NO ma, alla fine della partita, non permetterò che abbiano la meglio.

Venerdì, 2 febbraio

Ho ricevuto un messaggio inaspettato dalla mia amica Valentina, che mi ha riempito il cuore.
Termina con queste parole:

So che tu puoi farcela, credo in te.
Non dubitare mai di te stessa Marias,
perché credimi, sei una persona davvero speciale.
Sei una persona amabile, stimabile e anche un modello per me!
Non hai nulla di cui temere!

Sabato, 3 febbraio

Ho visitato per la prima volta il Convento di Sant’Andrea a Collevecchio, in occasione di un ritiro dedicato al tema della misericordia.
Ho conosciuto persone simpatiche e accoglienti e ho imparato una parola ebraica molto bella.

Hesed: amore fedele.

Domenica, 4 febbraio

Video-chiamata Italia-Australia con la mia amica Claudia. Abbiamo parlato di tante cose, di successi e delusioni, di progetti e desideri. Nonostante la lontananza fisica, i nostri pensieri sono sempre molto vicini.

Lunedì, 5 febbraio

Giornata NO: Risveglio con mal di testa lancinante. Noia e dolori. Tristezza a palate.

Martedì, 6 febbraio

Sono uscita dall’ufficio insieme a Lucia e, mentre chiacchieravamo, ci siamo imbattute in un cagnolino talmente piccolo e cuccioloso che sembrava un peluche. Nel giro di pochi secondi, ci siamo trasformate in due bimbette in preda alla più coccolosa tenerezza.

Sull’albero di non so cosa, che troneggia davanti alla fermata del “mio” bus, ho visto i primi germogli dei fiori rosa che lo riempiono in primavera. Mi è venuto da sorridere pensando a quando i rami saranno carichi e basterà una folata di vento a far scendere sulla mia testa una “nevicata” di petali.

Mercoledì, 7 febbraio

Uscendo di casa, verso le 7:10, ho ascoltato il canto degli uccelli con più attenzione del solito.

Sono arrivata a lavoro in anticipo e mi sono goduta il tragitto tra la fermata dell’autobus e l’ufficio camminando molto lentamente.

Giovedì, 8 febbraio

Ho incontrato una persona che non vedevo da tempo, un ragazzo conosciuto un annetto fa “grazie” alle vicissitudini legate al binomio Atac+sciopero.
Un tipo simpatico, molto cordiale. Mi fa sempre piacere chiacchierare con lui perché, nonostante le nostre conversazioni si limitino al tempo di una corsa sul bus, tra battute e risate spontanee, riusciamo sempre a raccontarci qualcosa di nuovo.

Su Facebook, ho scoperto la pagina di Giuliano, “Sorpresi dalla gioia“, il cui intento è di condividere messaggi positivi, di incoraggiamento e di speranza, ispirati soprattutto alle opere di Clive S. Lewis.

Ho terminato la traduzione dall’inglese di un libro sul mondo dei transmedia, che rappresentano il futuro (nemmeno troppo lontano) della comunicazione e dell’intrattenimento digitale. Davvero molto interessante e utile.

Venerdì, 9 febbraio

Insieme a mio padre e a Dominique, ho partecipato ad un incontro al Campo dei Miracoli (sede di Calciosociale, un luogo bellissimo in cui vi consiglio di andare, almeno una volta), dal titolo “Sperare nell’impossibile: virtù o illusione?”. Il relatore, Don Paolo Scquizzato, ha incentrato il suo discorso sull’interpretazione di alcune fiabe, spiegandone personaggi e simboli come veicoli di messaggi universali. Una delle riflessioni che mi hanno colpito di più è stata la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è vero. Mentre reale è semplicemente tutto ciò che di concreto possiamo constatare con i nostri sensi, vero coincide con fecondo, è qualcosa o qualcuno che genera vita, che la rinnova continuamente e le dà senso. (Ho la registrazione audio dell’incontro; se volete ascoltarlo, basta chiedere :D).

Sabato, 10 febbraio

Ho rivisto la mia amica Serena, compagna di pazze avventure con cui ho condiviso anni importanti della mia vita e progetti “fortunati”.
Abbiamo trascorso un pomeriggio di chiacchiere e risate, addolcito da una gustosissima cioccolata calda.

Domenica, 11 febbraio

La nota positiva di oggi è una puntata del programma “Quante storie“, intitolata “La ricerca costante del bene”. L’ospite in studio è Vito Mancuso, autore del libro “Il bisogno di pensare”. Ho letto questo testo all’incirca un mese fa, ho lasciato che mi scavasse dentro. Consiglio a tutti di leggerlo perché apre davvero la mente e il cuore.

Poco fa, la mia amica-sorella Sara mi ha taggato su Facebook, scrivendomi “Non ci sono parole per descrivere un’amica come te”. Il post contiene la foto del biglietto destinato a suo figlio Federico nel giorno del suo Battesimo, lo scorso 23 dicembre. Gli auguravo di sperimentare sempre la pienezza dell’Amore.

La partita tra le mie giornate di inizio febbraio si conclude 9 a 1. Ottimo risultato, direi. Domani si ricomincia. 🙂

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Un Natale LIBeRO

Ciao a tutti e Buone Feste!

Ieri, 25 dicembre, dopo aver festeggiato la Nascita di Gesù, ho accolto con “stupore” un’altra nascita: quella del mio blog!

A pensarci bene, un legame tra i due eventi c’è…eccome se c’è!
Quest’anno, infatti, ho deciso di allestire un albero di Natale tutto nuovo, personalizzando un’idea proposta su facebook da non ricordo chi…

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