L’amnesia sentimentale

Negli ultimi tempi, ho raccolto diverse confidenze di care amiche alle prese con individui affetti da una particolare forma di amnesia.

I tipi in questione, sostanzialmente, flirtano con loro e/o “ce le fanno credere”, dimenticando di menzionare il fatto che sono già legati sentimentalmente ad un’altra persona.

Niente di nuovo, mi direte. Finché non si fa niente di male (!), tutto è concesso. Tanto sono solo parole, allusioni, doppi sensi e frecciatine, senza misteriosi retroscena, né tanto meno secondi fini. Solo che le mie amiche (e nel gruppo mi annovero anch’io) sono buone, sincere, trasparenti e …
Si fidano.
Si illudono.
Si espongono.
Si bruciano.
E, per fortuna, imparano. 🙂

Ora, lungi da me scrivere un post alla Sailor Moon – paladina della giustizia e del girl power – so benissimo che lo stesso fenomeno si riscontra anche al contrario e che di fanciulle “svolazzanti” ce ne sono in quantità.
So anche che in ciascuno di noi (me compresa) c’è quel tratto un po’ birichino che ci spinge a cercare spesso la tensione dell’ambiguità, del dico non dico – guarda che hai frainteso, che ci fa gongolare quando siamo oggetto di adulazione o quando possiamo esercitare sugli altri un certo, “innocente”, potere.

Eppure, il fatto che ci dimentichiamo del/della pinco pallino/a che abbiamo “scelto” come partner, sentendoci autorizzati a giocare con i sentimenti degli altri a mo’ di passatempo, credo sia la conseguenza di un problema più profondo: la vera amnesia coincide con il totale oblio dei nostri stessi sentimenti.

Molti hanno bisogno di un legame per colmare la solitudine, per combattere la noia, per esibire un trofeo, perché “se no, sei sfigato/a”.
Ma l’impegno, normalmente compreso nel pacchetto di una relazione amorosa degna di questo nome, viene concepito come optional.

Prima ancora che al partner, ideale o reale, dovremmo pensare a chi siamo e a come stiamo noi da soli: avere il coraggio di esplorare l’abisso della nostra ontologica solitudine, di scavare nei solchi delle nostre ferite e dei nostri traumi, per scovare i germi dei nostri sogni e desideri più veri, anche quelli riconducibili ad una vita di coppia piena e soddisfacente (sempre ammesso che ne vogliamo una).

Scavare per scovare.

Il più delle volte, invece, preferiamo fluttuare e rimbalzare tra mutevoli emozioni e stati d’animo, evitando il più possibile di fermarci in un luogo (uno stato mentale, una condizione di vita, una persona) che possiamo a tutti gli effetti chiamare casa.
Ci accontentiamo di bettole e tuguri, ogni tanto ci concediamo il lusso di una scappatella in hotel, ma sempre là torniamo, al nostro rifugio stretto e angusto, illusoriamente sicuro.
Tutto questo per non metterci in discussione, per non dover ammettere che ci siamo sbagliati, per non dover riconoscere che, se quella relazione non ci appaga, forse sarebbe meglio darci un taglio piuttosto che trascinarla oltre a scapito della nostra felicità.
Il fatto è che il tugurio, oltre che sicuro, lo troviamo anche incredibilmente comodo.

Due mesi fa scrivevo di empatia, e non posso che ritornare sull’argomento, anche in questo caso. Quando le circostanze (o i passi falsi dei tipi amnesici) ci fanno scoprire l’esistenza di una pinco pallina “innocentemente” presa per i fondelli, noi – ragazze che si fidano, si illudono, si espongono, si bruciano e, per fortuna, imparano – proviamo a metterci nei suoi panni, pensando: “E se mi trovassi io al posto suo?“. Inutile dire che un pensiero del genere ci rattrista e mina un po’ la fiducia che, sempre per indole, tendiamo a riporre nel prossimo. Ma no, non siamo di quelle che dicono: “Gli uomini so’ tutti uguali, tutti stronzi.” Continuiamo a credere che ce ne siano anche di onesti, sinceri con se stessi e disposti ad abitare la loro solitudine per saper riconoscere la Verità in una relazione (il legame che rende liberi).

Il paradosso è che finché teniamo i piedi in due scarpe, in realtà restiamo fermi e impantanati, perché niente di serio e duraturo può sbocciare nell’ambiguità.
Le camminate più lunghe e sorprendenti le intraprendiamo quando scegliamo il paio di scarpe migliore, quelle che non solo ci piacciono esternamente, ma nelle quali possiamo percorrere i sentieri più impervi senza stancarci.
Alla fine della strada, saranno logore e sdrucite, ma avranno lasciato le impronte più belle.

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“Agisci prima, pensa dopo”: il mio incontro con Roman Krznaric

Chi mi conosce bene sa quanto negli ultimi anni mi sia dedicata per lavoro (ma anche per diletto!) alla teoria e alla pratica dell’empatia.

Tra le più importanti fonti di ispirazione per le mie attività didattiche e ludiche, molte delle quali proposte nell’ambito del progetto If You Were Me, c’è sicuramente il libro Empathy di Roman Krznaric. Per due anni – da quando ho letto per caso un articolo sull’Empathy Museum, da lui fondato – ho inseguito il sogno di conoscerlo e collaborare con lui e il suo team. Poco dopo l’esplosione di interesse mediatico intorno all’iniziativa “A Mile in My Shoes”, la prima organizzata a Londra dall’Empathy Museum, scrissi una mail all’indirizzo indicato sul sito per raccontare a Roman la storia di IYWM e per ringraziarlo di quante cose, inconsapevolmente, mi aveva insegnato. Purtroppo, non ricevetti risposta.

Qualche giorno fa, grazie al Presidente della Fondazione Empatia Milano – che conosce personalmente Roman – sono riuscita a contattarlo!
Gli ho rimandato la mail di due anni fa e l’ho aggiornato su quanto nel frattempo è accaduto, compresi i progetti che mi vedono coinvolta proprio a fianco della FEM, in collaborazione con l’Empathy Museum (chi l’avrebbe mai detto!). Nel rispondermi, si è scusato della mancata risposta a quel primo messaggio (non gli era stato recapitato dal suo team!) e, a sua volta, ha manifestato grande interesse per le idee di cui gli avevo scritto a suo tempo e per le novità che oggi bollono in pentola. Super-fomento!! Poiché sapevo che avrebbe partecipato al Festival delle Scienze, organizzato dal National Geographic al Parco della Musica, gli ho chiesto di poterci incontrare di persona e lui è stato così gentile ed entusiasta da darmi appuntamento ieri pomeriggio prima della sua conferenza, durante la quale avrebbe presentato il suo nuovo libro Carpe Diem Regained – The Vanishing Art of Seizing the Day.

Abbiamo trascorso una piacevolissima ora, fitta fitta di chiacchiere sui temi più disparati: il progetto IYWM, Platone, Pirandello, come trasmettere e coltivare l’empatia, come affrontare il bullismo a scuola, la mia passione per il coro, i suoi libri, i suoi viaggi e le sue ricerche, il coraggio contro i pregiudizi, le sorprese di una conversazione con uno sconosciuto, le espressioni latine che hanno forgiato la cultura occidentale… arrivando così ai contenuti del suo intervento sull’importanza e le molteplici interpretazioni attuali del “Carpe Diem” oraziano.

Durante la conferenza, Roman ha risvegliato nei presenti quella smania mista a timore che assale ognuno di noi quando ci si presenta l’occasione di mettere in pratica il motto “Act first, think later” – “Agisci prima, pensa dopo”. Per me, che sono una “rimuginona” di prima categoria, ascoltarlo ha avuto l’effetto di una bella shakerata. Certo, sarebbe folle gettare all’aria tutta la mia proverbiale lucidità nel ponderare ogni minimo dettaglio, i pro e i contro di una decisione che devo prendere, ma sto imparando, in altri ambiti, anche a fidarmi di un istinto “buono”.

Soprattutto, mi sto godendo la libertà di fare alcune cose da sola, cogliendo l’occasione per superare il primo spaesamento e buttarmi a conoscere persone e realtà nuove. Non sempre facile, ma è un esercizio davvero utile e fruttuoso!

Tornando a Roman, alla fine della conferenza ha detto di volersi dedicare ad una nuova attività empatica per godere e condividere con altre persone il momento presente… ha deciso di unirsi ad un coro!
Potete immaginare quanto mi abbia reso felice questa notizia.

Insomma, l’intenso pomeriggio di ieri mi ha dato una bella carica rispetto all’idea di prendere davvero in mano la mia vita e farne tutti i giorni un capolavoro, per me e per le persone che incontro. Allora, il primo regalo che voglio farmi è… un bel volo col paramotore!! Sapete, ogni volta che vedo omini che volteggiano per aria con parapendio e simili, dico sempre: “Vorrei farlo anch’io!!” E sono anni che lo dico soltanto… Ecco, è ora di cogliere l’attimo e godermi il sole da un’altra prospettiva!

Daje! 😀

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Sull’onore, l’auto-distruzione e l’abbandono: la ricerca di un perché.

Ieri sera, facendo zapping, mi sono imbattuta in un servizio di “Le Iene” dedicato ai ragazzi di Scampia, che hanno optato per la malavita perché privi di un’alternativa che possa risollevarli dal degrado in cui sono costretti a vivere.
Giovani che hanno già all’attivo rapine, spaccio di droga, sparatorie, intimidazioni, azioni violente non soltanto contro gruppi rivali ma anche ai danni di bambini e anziani inermi.
Durante l’intervista, rilasciata con i volti coperti dai passamontagna, questi ragazzi parlavano dell’onore, della necessità di manifestare in ogni occasione la propria forza e supremazia, dell’indifferenza rispetto al rischio di essere scoperti e arrestati, del rispetto che devono guadagnarsi per assicurarsi un futuro in un ambiente che soffoca i loro sogni e la loro semplice aspirazione a svolgere un lavoro degno di questo nome.
Gli occhi e le bocche che si intravedevano dagli spiragli della stoffa nera non lasciavano trapelare nessun moto di paura o di pietà, nessuna forma di pentimento, nessun desiderio di riscatto. La legge del più forte è la sola che sanno applicare, perché la legge “giusta” non ascolta le loro richieste di aiuto; così questi ragazzi, poco più che adolescenti, si trovano sballottati in un’arena senza regole, in cui sopravvive chi è più spietato, chi spara senza timore, chi sa annullare ogni possibile rimorso per compiere l’atto più efferato.

Queste immagini, così come tanti altri eventi tragici accaduti nei giorni scorsi, i cui protagonisti sono ragazzi e ragazze che, nell’illusione dello sballo e del successo, finiscono per distruggere se stessi e le persone che li circondano, mi hanno turbato, hanno messo in moto dentro di me il turbinio di riflessioni che sempre mi travolge quando cerco spiegazioni e imploro risposte.

Spesso mi dico che dovrei smettere di leggere, per placare questa tempesta che mi assale, tanto più che, nella maggior parte dei casi, a chi mi sta intorno questo tumulto rimane nascosto, vuoi per la mia esitazione a manifestare tali pensieri, vuoi per il timore o la pigrizia altrui nel dare seguito ai miei input, troppo “contorti”, troppo “retorici”.

Eppure è nelle parole che io trovo le risposte, in quelle scritte da chi prima di me ha avuto grandi o piccole intuizioni, essenziali per svelare quelle realtà in cui tutti noi siamo quotidianamente immersi ma che il più delle volte non siamo in grado di leggere.
Qualche giorno fa, scorrendo alcuni passi delle Confessioni di Agostino, rilevavo la corrispondenza tra alcuni episodi della sua vita turbolenta prima della conversione ed eventi a cui io stessa ho assistito negli ultimi anni, mesi, giorni.
A questo serve leggere: a riconoscere tra le righe le persone della nostra vita, a ricostruire esperienze assorbendo da chi ne ha già vissute di simili i parametri per giudicarle.

Aiace e Filottète.
Stamattina ho pensato a questi due personaggi del mito greco, collegando le loro storie a quanto ho visto e ascoltato ieri sera e ad altri fatti che ho vissuto o di cui ho avuto notizia negli ultimi tempi.
Aiace Telamonio fu uno degli eroi più valorosi durante la Guerra di Troia, l’unico a non aver avuto mai bisogno dell’intervento divino per sopravvivere e vincere in battaglia, esempio di tenacia e perseveranza per tutti gli Achei.
Dopo la morte di Achille, tra lui e Odisseo scoppiò una disputa su chi dovesse essere l’erede delle armi del grande eroe e la scelta dei capi, caduta sul re di Itaca, fu per lui motivo d’ira e di profonda invidia. Atena gli lanciò un incantesimo rendendolo folle, al punto che, credendo di far strage degli Atridi – Agamennone e Menelao – considerati ormai rivali perché traditori, Aiace si lanciò furente contro un gregge di pecore. Rinsavito e accortosi dell’errore commesso, provò una vergogna così grande per l’onore perduto da decidere di togliersi la vita: piantò nella sabbia la spada che Ettore gli aveva donato al termine del loro duello e vi si gettò in preda alla disperazione. Dal terreno macchiato del suo sangue spuntò un fiore rosso, con incise sulla foglia le lettere “Ai”, iniziali dell’eroe e richiamo al lamento della Terra per aver perso un così grande eroe.

Aiace non poteva sopportare la derisione a cui lo avrebbero condannato quelli che erano stati suoi compagni, non poteva più concepire la sua vita senza il rispetto e l’onore che si era guadagnato con fatica sul campo di battaglia. Vinto dalla sua mania di prevalere, non poteva accettare di essere messo da parte.
In tanti aspetti, secondo me, i suoi sentimenti sono sovrapponibili a quelli dei ragazzi che ho visto ieri, capaci di rivoltarsi contro i loro simili per affermare un potere che li illude e li acceca, rendendoli folli. Perdere l’onore equivale a morire, tanto vale essere essi stessi gli artefici della loro (auto-)distruzione.
D’altra parte, rilevo dinamiche corrispondenti anche in quei tanti adolescenti che, non riuscendo a gestire prese in giro e vessazioni per il loro aspetto, il loro orientamento sessuale, il loro ceto sociale, prendono talmente in odio la propria vita da decidere di porle fine, in un silenzio che diventa assordante quando è ormai troppo tardi.
Tutto l’impegno profuso in un percorso di studi che non si svolge come previsto crolla di fronte all’ennesimo fallimento, al mancato riconoscimento; e piuttosto che ammettere che forse sarebbe stato meglio intraprendere un’altra strada, anche se opposta a quella magari tacitamente imposta da altri, un ragazzo dice addio alla spensieratezza dei suoi anni più belli, terrorizzato dall’idea di dover dare spiegazioni, di trovarsi da solo nel fare qualche passo indietro. E questo perché, forse, sul suo cammino non ha mai incontrato nessuno che gli dicesse: “Vai bene così, vali per quello che sei, non per quello che sai o dimostri di sapere.”

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Anche Filottète era un eroe illustre, abilissimo arciere secondo solo ad Eracle, dal quale aveva ricevuto in dono l’arco e le frecce. Eppure, non gli fu permesso di partecipare alla Guerra di Troia; morso ad un piede da un serpente, la sua ferita si infettò talmente tanto da emanare un fetore insopportabile, al punto che Odisseo e gli altri capi degli Achei decisero di lasciarlo sull’isola di Lemno, in esilio per dieci lunghi anni. Solo alla fine della Guerra, un oracolo rivelò ai Greci che l’esito dei combattimenti sarebbe dipeso dalla presenza sul campo di battaglia dell'”erede” di Eracle. Il ritorno di Filottète fu architettato dallo stesso Odisseo e dal figlio di Achille, Neottolemo, i quali agirono dapprima con l’inganno – foriero di ulteriori equivoci e conflitti -, poi con la rivelazione sincera dello scopo della loro missione sull’isola. L’intervento dell’arciere nella Guerra di Troia sancì numerose vittorie, compresa quella definitiva, con l’uccisione di Paride.

Anche la situazione di abbandono e isolamento vissuta da questo personaggio è per molti versi riconducibile a quella dei ragazzi di Scampia, che sperimentano questa esclusione dalla vita praticamente tutti i giorni. Il puzzo che emana la loro ferita disgusta e tiene lontano il resto della società che, per paura di contaminarsi, si rifiuta di prestare una cura. Se invece lo Stato e la società civile si rendessero conto che riammettere questi ragazzi sul “campo di battaglia” è l’unico modo per ripristinare la loro dignità, davvero emergerebbero concrete possibilità di vincere la “guerra”. Invece le ferite di questi combattenti vengono lasciate imputridire e lo schifo tutto intorno non fa che aumentare, non lasciando scampo alla solitudine e dando adito al reiterarsi del male.
Eppure, nei luoghi più impensabili, esistono dei “campi di battaglia” che rappresentano un’occasione di riscatto, come il Campo dei Miracoli che oppone i suoi meravigliosi colori al grigio di un quartiere difficile, come è quello di Corviale, a Roma. I piedi incacreniti di tanti “Filottète” in questo posto vengono curati, e ciascuno viene riammesso in campo perché possa contribuire, secondo le sue singolari e insostituibili capacità, alla vittoria di un bellissimo gioco – che è un vero e proprio progetto educativo – che si chiama CalcioSociale.

Ora, io lo so che quando parto con le associazioni di idee è difficile fermarmi. Allora un freno me lo impongo io. Penso solo che, se raccontassimo ai nostri studenti, a cominciare dai più piccoli, queste storie, le antiche così come le nuove, quelle tragiche così come quelle ricche di speranza, offriremmo loro delle chiavi di lettura preziose per aiutarli a comprendere se stessi e il mondo che li circonda.
I tragediografi greci avevano in mente proprio questo intento quando allestivano le loro opere teatrali: nel raccontare le vicende degli eroi, mettevano a nudo le contraddizioni dell’umanità.

Quale rivoluzione avverrebbe se anche noi riuscissimo a fare lo stesso!

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Come “facciamo” l’amore

Ieri sera, su Deejay tv ho visto lo spot di un nuovo programma intitolato “Undressed” (Svestiti), che recitava così: “Un esperimento romantico per trovare il tuo partner ideale. Due sconosciuti in cerca dell’anima gemella si incontrano per la prima volta direttamente a letto. Sei pronto a spogliarti e a condividere la tua intimità con uno sconosciuto? Trenta minuti per conoscersi e scegliersi…”
Ovviamente i due sconosciuti sono giovani e aitanti, ti pare che ingaggiavano una fanciulla tutta brufoli e cellulite o un maschietto ipo-dotato? Il programma non è ancora in onda, per cui esprimo la mia perplessità giusto in base a 50 secondi di spot…Poi chissà, quella di farsi dire da un terzo incomodo come gestire un primo appuntamento si rivelerà un’idea geniale e ci saranno sempre più persone accoppiate e felici nel mondo, non metto limiti alla “fantasia” umana.

Ripensando a quanto ho visto, però, c’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa e che, fondamentalmente, è al centro di tutta la mia riflessione: il letto. Su di esso è costantemente puntata la telecamera, su di esso nasce e si consuma questo “rito” un po’ anomalo e piuttosto rapido di conoscenza reciproca.

La mia innata tendenza a perdermi (per ritrovarmi) nelle associazioni di idee, stamattina, mi ha condotto nientemeno che all’Odissea, precisamente al Libro XXIII.
Mi riferisco al momento in cui Penelope riconosce senza più esitazioni Odisseo, dopo che quest’ultimo le ha rivelato il segreto (noto solo a loro due) legato alla costruzione del talamo nuziale.
Per mettere alla prova l’ospite misterioso, Penelope aveva ordinato all’ancella Euriclea di far spostare il letto all’esterno affinché l’uomo potesse riposarvi.

E Odisseo, sdegnato, disse alla moglie solerte:
“Donna, è assai doloroso quello che hai detto.
Chi mise altrove il mio letto? Sarebbe difficile
anche a chi è accorto, se non viene e lo sposta,
volendolo, un dio in un luogo diverso, senza difficoltà.
Nessun uomo, vivo, mortale, neppure giovane e forte
lo smuoverebbe con facilità: perché v’è un grande segreto
nel letto lavorato con arte; lo costruii io stesso, non altri.
Nel recinto cresceva un ulivo dalle foglie sottili,
rigoglioso, fiorente: come una colonna era grosso.
Intorno ad esso feci il mio talamo, finché lo finii
con pietre connesse, e coprii d’un buon tetto la stanza,
vi apposi una porta ben salda, fittamente connessa.”

Dopo aver spiegato nei minimi dettagli tutte le fasi del suo faticoso lavoro, Odisseo non lascia più alcun dubbio alla consorte:

Disse così, e lì le si sciolsero ginocchia e cuore,
nel riconoscere i segni che Odisseo le rivelò, sicuri.
Piangendo gli corse incontro, gettò le braccia
al collo di Odisseo e gli disse…

penelopeulisse

Dopo tanto vagare, tante peripezie, tante avventure amorose che sembravano aver distolto l’eroe dal pensiero dell’unica donna della sua vita, è lì che torna Odisseo, in quel luogo che solo lui e la moglie conoscono perché insieme lo hanno costruito e vissuto, prima che la guerra separasse i loro corpi ma non i loro cuori. Quel talamo è l’unico luogo nel quale Odisseo può rivelare – completamente – la sua identità, perché esso contiene una storia. …Che non è stata scritta in mezz’ora.

Alla luce di questi pensieri più recenti, ho deciso che è arrivato il momento di pubblicare uno scritto che avevo cominciato a imbastire ad aprile dello scorso anno e che ho continuato a rimpolpare fino ad oggi. L’ho tenuto così tanto tempo nel cassetto, forse perché lo ritenevo scomodo, o perché mettevo in conto che la mia opinione in merito potesse cambiare. E per un “attimo”, in effetti, ho pensato di poter confutare questa riflessione con un approccio più easy. Ma non ha funzionato.

Al centro, come sempre, ci sono le parole, il peso e il significato che attribuiamo loro, soprattutto quando le usiamo troppo, senza fermarci a pensare.

Fare l’amore.
La chiave è tutta lì, nel verbo fare.
Agire, costruire, faticare.

Due persone che si amano davvero fanno l’amore sempre, anche quando non sono insieme. Perché la forza che li unisce e che, al tempo stesso, li lascia liberi, li spinge ad agire con amore verso tutti, a fare e comunicare l’amore con la loro stessa vita, fuori, anche alle persone che non conoscono.

Molte persone si accontentano di fare sesso per scappare da quelle nevrosi a cui non sanno dare un nome, limitandosi a godere del corpo dell’altro/a in un atto che il più delle volte è fine a se stesso.
Chiusi in una stanza, chiusi verso il mondo, chiusi in un egoismo che non ha niente a che fare con l’Amore, che è conoscenza di sé nell’esplorazione dell’altro/a.

Nulla di sbagliato in tutto ciò; fortemente limitato e limitante, quello sì. Come una conversazione telefonica interrotta perché cade la linea, come un film appassionante di cui non hai visto l’inizio e non vedrai la fine, come la torta più buona del mondo che hai dovuto lasciare nel piatto dopo il primo morso.
Il godimento prima o poi si esaurisce, spesso proprio dopo una sola “botta e via”: soddisfatto il capriccio, si cerca il prossimo dove, come e se capita, senza responsabilità, senza impegno, senza amore.

Abbiamo tanto decantato il “sesso libero” e non abbiamo idea di cosa sia la libertà nelle relazioni, soprattutto in quelle sentimentali. Ovvio che poi sgraniamo gli occhi e ci straniamo, non riuscendo a concepire l’apparente ossimoro contenuto nella frase: “Ti amo, ma sono felice anche senza di te” (titolo di un libro di J. Jaramillo).

Quando due persone fanno l’amore si cercano, hanno bisogno l’uno dell’altra per ricaricarsi di quell’amore che il mondo assorbe con le sue sfide, le sue cattiverie, le sue richieste di aiuto.
Allora gli amanti, nel segreto del loro talamo, uniscono i loro corpi per ri-donarsi a vicenda quell’energia vitale che li tiene aperti e attenti verso il mondo.
È il momento eterno più sublime in cui la dolcezza e la passione sprigionano una vita sempre nuova, che non lascia mai spazio al vuoto.

La dipendenza deriva dalla mancanza e genera il vuoto.
La libertà deriva dalla consapevolezza e genera vita.

Poi non venite a dirmi che leggo troppi libri.

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Dall’ “Alta infedeltà” agli “Atti dell’amore”: il salto (im)possibile.

Quest’estate, mentre tornavo dalle vacanze, ho scritto sul mio cellulare la bozza di un post con l’idea di pubblicarlo su facebook.
Dopo l’ennesima delusione ricevuta da un soggetto di sesso maschile ero piena di rancore+risentimento+stanchezza emotiva+malinconia+cinismo+spirito di vendetta e ho cominciato a rimuginare su tutte le volte in cui ho provato lo stesso subbuglio interiore e sul perché, ancora una volta, non riuscissi a venirne a capo.

Il post in questione si articolava in una serie di “Dovevo capirlo quando…” e  giù l’elenco di 7 episodi legati ad altrettanti individui a causa dei quali, negli ultimi dieci anni, mi sono sentita offesa+trascurata+maltrattata+presa in giro, ma ai quali ho sempre dato più di una seconda possibilità, fino a che i motivi per “sperarci ancora” sono scemati da sé.
Man mano che scrivevo cercavo di tirare fuori nient’altro che la verità, ma al tempo stesso non potevo fare a meno di dar spazio a quell’ironia tagliente e un po’ cattivella che mi caratterizza, e che avrebbe il potere di far arrossire e ridurre in merdine tante ma taaante persone che hanno “conti in sospeso con me”, se solo avessi più faccia tosta e meno scrupoli di coscienza.

Scrivere questi pensieri è stato, sì, liberatorio, ma rileggendo il testo ultimato ho capito che non potevo pubblicarlo; innanzi tutto perché, seppure non vi fosse alcun nome, i riferimenti erano abbastanza chiari e i soggetti rievocati – che tra l’altro sono ancora, tutti, tra i miei contatti – avrebbero potuto facilmente identificarsi in quelle parole, e a quel punto si sarebbero potuti verificare bei casini e incidenti diplomatici.

Ma in realtà, il vero motivo per cui non potevo compiere un gesto simile è un altro. Ma non ve lo svelo subito.
Il carico di riflessione che la stesura di questo post ha generato in me non si è esaurito in quel pomeriggio di viaggio. Nei giorni seguenti ho continuato a pensare se veramente la ripicca e lo sputtanamento potessero essere il rimedio contro il mio senso di frustrazione e profonda amarezza.

Ho cominciato a guardarmi intorno con occhi diversi, a provare a leggere le mie relazioni, non soltanto “sentimentali”, attraverso altri filtri. Ho vissuto esperienze significative come “Dialogo nel buio“, ho letto libri su come sviluppare l’empatia, ho scoperto la realtà straordinaria di Calciosociale, ma ho anche raccolto testimonianze di persone frustrate e infelici che non sanno come cambiare la loro condizione. Ho osservato il modo in cui le persone intorno a me gestiscono i loro rapporti e con grande tristezza ho dovuto constatare che prevalgono, negli atteggiamenti di molti, concetti come: non mi cerchi->sparisco, mi tratti male->te la faccio pagare, mi hai tradito-> te ne faccio una ancora più grossa che te la ricorderai per tutta la vita.
Quel programma di Real Time dal titolo “Alta infedeltà” mi ha illuminato in questo senso…Più di una volta ho voluto forzarmi a guardarlo per capire cosa diamine frulla in testa alla gente che propina ‘ste schifezze (“Uomini e donne” non è da meno). A parte le dubbie doti degli attori (quella, forse, è l’unica parte del programma che fa ridere) mi atterrisce proprio l’idea che si possa costruire una serie dedicata al modo in cui le persone si tradiscono e si vendicano adottando i metodi più subdoli e cattivi che la mente umana possa concepire e godendoci a non finire. Ancor di più mi atterrisce la consapevolezza che, per quanto pompate da esigenze televisive, le storie narrate non siano così distanti dalla realtà: morbosità, possessività, aggressività, passioni torbide, calcoli egoistici e bugie…Tutta robaccia a cui sarebbe lecito ricorrere in nome dell’amore. :/

Ecco allora che il tarlo è tornato a bussare al mio cervello, ecco che la spada ha ricominciato a spappolarmi le budella…E il tarlo e la spada hanno un nome: Søren Kierkegaard.

Ho letto il suo “Atti dell’amore” per la prima volta nel 2012, ma questo libro fa parte della schiera di amici di carta che da sempre vagano per casa decidendo di fermarsi sul comodino a intervalli regolari. E ogni volta è una scoperta. Oggi riapro il “mattone” lì dove avevo lasciato il segnalibro. Si tratta di un passaggio in cui K. spiega il rapporto rivoluzionario che Cristo ha instaurato con Pietro, proprio “in virtù” del suo tradimento…

Il Salvatore del mondo non commise l’errore di pensare che la sua causa era perduta, perché non era stato Pietro a salvare Lui, ma pensò ch’Egli avrebbe perduto Pietro se non fosse corso a salvarlo. […] Ma soltanto il fatto che nel momento più importante ti tocchi trovare pusillanimità e astuzia dove tu in forza dell’amicizia ti aspettavi di trovare coraggio e risolutezza; trovare ambiguità, falsità, evasione invece di apertura, risolutezza, fiducia; trovare soltanto chiacchiere invece di assennata riflessione: ahimè quant’è difficile allora, sotto la pressione del momento e della passione, poter capire da quale parte è il pericolo, quale fra gli amici è più in pericolo, se tu o lui che ti lascia a terra. Com’è difficile allora amare l’uomo che si vede – quando lo si vede cambiato a quel modo! […] L’amore di Cristo per Pietro fu così senza limiti: nell’amare Pietro Egli mostrò come si ama l’uomo che si vede. Egli non disse: “Pietro deve cambiare e diventare un altro uomo prima ch’io possa tornare ad amarlo”. No, tutt’al contrario, Egli disse: “Pietro è Pietro e io lo amo; è il mio amore semmai che l’aiuterà a diventare un altro uomo!” Egli non ruppe quindi l’amicizia per riprenderla forse quando Pietro fosse diventato un altro uomo; no, Egli conservò intatta la sua amicizia, e fu proprio questo che aiutò Pietro a diventare un altro uomo. […] Di solito si pensa che quando un uomo è cambiato essenzialmente in peggio, questo cambiamento dispensi dall’amarlo. Bella confusione di linguaggio: essere dispensati dall’amare, come se questo fosse una costrizione, un peso di cui si desidera sbarazzarsi! Ma il Cristianesimo domanda: forse che tu, per questo cambiamento, non lo vedi più? E la risposta sarà: certo che lo vedo, io vedo appunto che non merita più di essere amato. Ma se tu vedi questo, allora in fondo non vedi lui: tu vedi soltanto l’indegnità, l’imperfezione, ed ammetti con questo che tu, quando amavi lui, in un altro senso non amavi lui, ma soltanto vedevi le sue qualità e perfezioni che tu amavi. […] Il punto non è di amare le perfezioni che si vedono in un uomo: ciò che conta non è che l’uomo sia o non sia perfetto, ed anche se è doloroso che quest’uomo sia cambiato, non ha cessato tuttavia di essere lo stesso uomo. […] Nel campo dell’amore noi parliamo sempre dell’uomo perfetto e della donna perfetta; anche il Cristianesimo parla sempre, nel campo dell’amore, dell’uomo perfetto e della donna perfetta: ahimè, ma noi uomini parliamo dell’uomo perfetto per amarlo, il Cristianesimo parla dell’uomo perfetto che ama senza limiti l’uomo che vede. Se vuoi perciò diventare perfetto nell’amore, cerca di compiere questo dovere di amare l’uomo che vedi come tu lo vedi: quando egli è completamente cambiato, quando non ti ama più e forse con indifferenza si volta dall’altra parte o si volta ad amare un altro – amalo come tu lo vedi, quando ti tradisce e ti rinnega.

Ora, io ho un “problema”: io non riesco più a ignorare queste parole. Non riesco a fare a meno di ripetermele in testa ogni volta che mi sento tradita, delusa, amareggiata…Per quanto tante volte la parte più fragile ma anche più incazzosa di me vorrebbe dare spazio a sentimenti di odio e chiusura, queste frasi sono le uniche che riescono a dare un senso a tutte le lacrime e i ribollimenti interiori che mi tormentano quando penso a chi mi ha fatto del male, consapevolmente o meno. Mi ribatte in testa sempre una frase: “Non smettere di pregare per lui/lei”. Non è per niente facile, ed è frequente il cedimento: spesso corrisponde ad irascibilità, acidità e silenzio ostile…Ma poi, in un modo o nell’altro, mi converto e non riesco più a negare a me stessa che questa sia l’unica e imprescindibile strada per liberare me e gli altri da pesi emotivi che rischiano di schiacciarci.

Tempo fa, un amico mi disse di aver trovato un po’ troppo azzardata una frase che accompagnava un mio post pubblicato su facebook, relativo sempre alla tematica dell’amore; “Non vedo alternative al Vangelo”, avevo scritto…Il rischio che lui ravvisava in un’affermazione di questo tipo era di generare chiusura e ostilità, o addirittura il timore di non essere all’altezza da parte di persone che non si ritrovavano in quella “scuola di pensiero”, perché lontane dalla Chiesa o dal Cristianesimo in senso lato. Io ero perfettamente cosciente di questa possibilità quando avevo scritto quella frase, ma al tempo stesso mi animava la consapevolezza che non c’era niente di male ad esprimermi così chiaramente e che, anzi, fosse necessario “mettere i puntini sulle i” in quella circostanza.
Del resto questo è l’obiettivo che mi prefiggo d’ora in avanti: dimostrare che, proprio perché non ha niente a che fare con le bigotte e insensate chiusure che hanno messo in fuga tanti battezzati e non, quella del Vangelo è davvero la prospettiva più inclusiva che si possa desiderare, rispetto all’esigenza che ciascuno di noi sente di essere accettato ed amato per quello che è.

Ricordo ancora una conversazione telefonica decisamente animata in cui tirai fuori un concetto che nemmeno io pensavo, fino a quel momento, di avere dentro di me: rispetto alla pretesa (spesso inconscia) che l’altro ci ami come noi pensiamo di meritare di essere amati o come noi stessi ameremmo l’altro, la sfida più grande sta nell’accettare l’altro proprio per il modo in cui è capace di amarci, con i suoi limiti, la sua incostanza, finanche la sua assenza.

Ci ho messo un po’ ad arrivare a queste conclusioni. Mi sono costate isolamento, senso di inadeguatezza, pianti inspiegabili e tante cadute.
Però il fatto che abbia sentito forte il bisogno di scriverle adesso è la conferma che si tratta di un modo di intendere e vivere l’amore dal quale io non posso più prescindere; anche se questo dovesse comportare l’allontanamento o la derisione di quelli che mi dicono che così dimostro di essere debole, manipolabile, troppo disponibile, facile bersaglio di gratuite vessazioni.

Ma io sono sempre più convinta che il mondo abbia bisogno di QUESTO amore. La gente ha bisogno di un’alternativa all’infedeltà, ai giochi di potere, alla malignità, alla confusione.

Amare l’uomo che si vede, senza pretendere di cambiarlo.

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“La paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.”

ominimusicaVi ricordate quando, a scuola, ci dicevano di isolare il bullo di turno, affinchè si rendesse conto da solo dell’inefficacia delle sue azioni “violente”?

Riflettevo sul fatto che, almeno in linea di principio, If You Were Me – Se Tu Fossi Me si fonda sulla stessa logica: io non voglio DOVER PARLARE della violenza. Non la ignoro quando viene commessa, anzi, la analizzo a fondo! Ma decido di non darle seguito, affinchè non si amplifichi nelle parole (che spesso la distorcono rendendola “spettacolo”) e soprattutto nei gesti di altri. E a lungo andare, spererei di non doverne parlare perchè effettivamente non ce n’è più motivo. Utopia?

Ora, il problema, secondo me, risiede nel fatto che all'”isolamento” del violento (ben altra cosa rispetto alla punizione) non sempre corrisponde un’azione più forte e più efficace in termini educativi. Si tratta di far crescere i bambini in una mentalità basata sul rispetto reciproco, che NON DIA “RAGIONE” ALLA VIOLENZA DI EMERGERE come risposta alla diversità e alle inevitabili incomprensioni tra generi, razze, culture…

In sostanza, paradossalmente, bisognerebbe agire come se la violenza non ci fosse, comunicando concetti come l’accoglienza, l’ascolto, l’immedesimazione nell’altro e non favorendo comportamenti negativi come la fuga, il sospetto, la vendetta. Bisognerebbe arrivare a concepire la violenza così come andrebbe concepita la paura: un sentimento che emerge di fronte a un pericolo che, realmente, (ancora) non c’è. Quindi, come qualcosa che, razionalmente, non ha motivo di esistere; l’unico motivo che ne spiegherebbe l’esistenza, se proprio vogliamo trovarne uno, è, in entrambi i casi, la NON CONOSCENZA (del pericolo temuto, così come della persona resa oggetto di violenza). Tant’è vero che, una volta “smascherato” l’oggetto della paura, la paura svanisce. Toh!

A questo punto, giustamente, qualcuno potrebbe dire che l’aggressività e la violenza sono insite nell’uomo come “energie” che in qualche modo vanno sfogate, ma tra la pulsione e l’azione, per fortuna c’è la ragione. E nella maggior parte dei casi si tratta di un problema culturale più che “psichico”.

Come lo facciamo funzionare ‘sto cervello?

La paura bussò alla porta. La conoscenza andò ad aprire e non trovò nessuno.

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Benedire…in che modo?

Quando usiamo il verbo “benedire”, la maggior parte delle volte, lo coniughiamo al congiuntivo: “Che Dio ti benedica!”

Ma “benedire” non è semplicemente auspicare che qualcosa di bello accada in un futuro più o meno prossimo. Nella benedizione, per come la intendo io, le categorie della possibilità, dell’incertezza, dell’attesa – tipiche dell’augurio – vengono meno. Per questo io preferisco l’indicativo. Presente. 🙂

Non “Dio ti benedicA”, allora, ma “Dio ti benedicE”, qui ed ora.
Lo so già che “dice bene” di te, così come “dice bene” di me e di tutti i Suoi figli, a prescindere dal loro comportamento. Non è un augurio, ma una constatazione. “Dire bene” corrisponde, così, a “volere bene” e a “volere Il Bene” per l’altra persona.

Non è forse questo l’atteggiamento di Dio verso di noi?
Il congiuntivo implica una condizione, ma l’Amore, quello vero, è incondizionato.

Quanto più bello ed efficace sarebbe, alla fine della Messa, sentir pronunciare le parole “Dio vi benedicE”, piuttosto che “Vi benedicA Dio Onnipotente…” : comunicare ai figli che l’amore del Padre c’è già, da sempre, e non “solo se loro si comportano bene”.

Quel congiuntivo mi fa pensare ad un messaggio sottinteso che, più o meno, interpreto così: “Fate in modo che Dio vi benedica, mettetelo voi nella condizione di dire bene di voi, con la vostra sana e retta condotta”.

Ancora CONDIZIONI.

L’indicativo, invece, rovescia il pensiero: “Dio dice bene di voi perchè vi ama così come siete. La vostra condotta può essere una conseguenza di questo amore, ma può anche non esserlo. Dio vi ama lo stesso.”

L’indicativo, come modo della realtà, non ammette incertezze nè rimandi e, lungi dal privare l’uomo di responsabilità (“tanto, se Dio mi ama lo stesso, a che serve che io mi comporti bene?”), investe ognuno di un incarico più grande verso il prossimo, spezzando la catena azione-merito-premio per istituire il circolo vitale consapevolezza-azione-gioia condivisa.

Da un calcolo individualista si passa alla gratuità, da una “raccolta punti” si passa ad una concreta e sempre nuova esperienza di comunità. Perchè, se Dio dice bene di tutti, non sussistono più differenze, nè tanto meno gerarchie.

Adottando questo punto di vista, riesco a smontare “persino” Wikipedia (ahahah) che, alla voce “Benedizione” spiega: Per alcune religioni è l’azione che un uomo investito di uno speciale potere sacerdotale può esercitare su altre persone o cose affinché queste ultime abbiano il “favore divino” (aiuto!).

Se Dio, per primo, dice bene di tutti indistintamente, quanto più noi siamo chiamati a dire bene del nostro prossimo, a volere il suo bene, a lavorare per il suo bene, nell’esercizio completo della nostra libertà.

 Solo attraverso questa consapevolezza la smetteremo di storcere il naso quando in chiesa mette piede “quella lì”, o di rivendicare qualche diritto in più perchè noi andiamo tutte le domeniche a Messa e “quegli altri” no.

La vera “benedizione” si vede fuori dalla chiesa, quando il segno è tradotto in vita.

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L’Eterno Adesso

Habet etiam mala fortuna levitatem; fortasse erit, fortasse non erit, interim non est; meliora propone. – Seneca, Lettere a Lucilio, Libro II

Sono giorni che ripeto questa frase, in testa, bisbigliandola tra me e me, o comunicandola alle persone che, come me, hanno un estremo bisogno di positività per iniziare al meglio il nuovo anno. La ripeto continuamente per non lasciare più spazio nel cervello a pensieri come “Oh, ma tutte a me!”, “Oh, ma sempre a me!”, “Ma cacchio, mai ‘na gioia!” ecc. ecc.

In sostanza: MO’ BBBASTA.

La traduzione più diffusa è: “Anche la sfortuna è mutevole; forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu spera nel meglio.” Ci può stare…Però a me piace soffermarmi su due termini che rendono più particolare  il significato di questa esortazione.

Levitatem: levigatezza, scorrevolezza. L’immagine che mi salta in mente è quella di una “sfiga che mi scivola addosso”, una circostanza sfortunata che, seppure mi colpisce, non si attacca, non resta lì a compromettere il mio aspetto esteriore né tanto meno quello interiore. Il fatto che la sfortuna sia “mutevole” dipende innanzi tutto da come io la percepisco, e poi dal semplice fatto che, di per sé, è passeggera (vorrei vede’! ihihih).

Propone: qui tradotto con “spera”. Mh, ok… a patto che la speranza in questione sia una “speranza attiva”. Propono significa letteralmente “metto davanti”, quindi, in questo caso, dò la precedenza alle cose migliori, quelle che mi capitano, ma soprattutto quelle che io faccio capitare. Questo implica una capacità di affidarsi, ma al tempo stesso di non restare passivi rispetto allo scorrere degli eventi.

Ritorniamo sempre alla famosa e a me carissima distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi (Manuale di Epitteto); di quest’ultima categoria fanno parte i giudizi e le opinioni della gente sul mio conto e le reazioni che il mondo ha rispetto alle azioni che io liberamente compio. Facile a dirsi, moooolto difficile a mettersi in pratica.

Eppure, io che da un po’ di tempo sto provando non soltanto a pensare, ma anche a comportarmi così, anche se non posso dire di essere già diventata una filosofa (sono ancora progrediente, come avrebbe detto Epitteto!), vi assicuro che… funziona! Questo atteggiamento ha lo straordinario potere di creare un’inattaccabile e profondo senso di serenità che persiste nonostante noi stessi. Ed è una cosa fichiiiiiiiissima.

Nel corso di quest’anno, ci sono stati mesi in cui ho ceduto ad attacchi di ansia e di panico, ed è stato bruttissimo. In quei momenti ti sembra che anche i tuoi amici più cari possano prenderti per pazza se ammetti di essere arrivata ad uno stato così estremo di incontrollabilità della tua mente e del tuo corpo, e opti per il silenzio. Niente di più sbagliato.

Ultimamente mi sono successe cose che in altri periodi della mia vita mi avrebbero fatto stare male, con il broncio per giorni, intrattabile e sfiduciata verso qualsiasi essere umano.
Oggi mi stupisco perchè, seppure mi dico “Cacchio, dovrei essere inca…ta per come mi ha trattato (o non trattato) tizio/a”, “Si meriterebbero tutti di essere mandati a quel paese”…dentro di me sento più forte una voce che grida: “Non te sta’ a preoccupà!”, “Take it easy!”, “Sorridi e vai avanti per la tua strada!” E ci tengo a dire che non è menefreghismo bensì la traduzione pratica della frase di Seneca, che implica un profondo rispetto per l’altro, anche quando, a livello superficiale, il suo comportamento mi fa inca…re.

Anche la sorte avversa ha una sua levigatezza; forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu metti davanti le cose migliori.

Accettare la realtà e restare aperti alla possibilità, senza accanirsi né tanto meno perdersi d’animo. Tutto quello che è in nostro potere fare, lo dobbiamo fare. Il resto non dipende da noi. Fine.

pessott

Ieri ho stilato un elenco delle cose rimaste in sospeso nel mio 2013. Ve lo risparmio, anche perchè alcune di queste sono molto personali. Nell’anno che sta per iniziare voglio impegnarmi a rendere concrete queste cose, a sciogliere i nodi, a vivere più tranquilla, insomma! E vorrei farlo così:

1) Agire più per iniziativa che per reazione: troppe volte ho aspettato improbabili coincidenze astrali o segnali dall’alto (o dagli altri) prima di fare qualcosa. Poi il tempo è passato, l’entusiasmo pure…e tutto si è spento (tranne il rimpianto).
2) Fare le cose che mi piacciono anche da sola e perseguire i miei obiettivi anche se nessuno mi segue o mi supporta: qualche mese fa ho rinunciato ad un concerto fichissimo, perchè tra gusti musicali diversi e impegni vari, nessuno mi poteva accompagnare. Il concerto è solo una cosa tra le tante…Che poi, d’altra parte, in alcune circostanze, ho sperimentato quanto è bello fare cose da sola, tipo gustarsi una mostra o una passeggiata senza dover rendere conto a nessuno, rispettando i propri tempi e i propri desideri! La compagnia è bella, ma a volte la solitudine è meglio! 😛
3) Essere sincera ma non del tutto trasparente: sembra un controsenso, lo so. In verità, troppe volte ho vissuto il dolore di veder calpestati una confidenza, un sogno, un progetto per il semplice fatto di averne parlato troppo presto. I confidenti vanno scelti con moooolta oculatezza, i momenti in cui si decide di parlare di sè devono essere protetti come scrigni di cristallo. Condividere pensieri e esperienze è fondamentale per crescere, ma tutelare la propria intimità è altrettanto importante per restare integri.
4) Amare senza considerare le eventuali risposte (che il più delle volte, infatti, non arrivano): Tosto, tostisssssimo proposito. Eppure è il segreto della felicità. Tempo fa riflettevo sulla diffusa consapevolezza che ci sia “più gioia nel dare che nel ricevere”. Molto vero. Ma, per quanto faticoso possa essere “dare”, ritengo che sia molto più faticoso “dare séguito”: un gesto, una parola, una piccola attenzione, troppo spesso restano isolati perchè ci demoralizza la mancanza di una risposta immediata. Dare séguito significa insistere, restare fiduciosi, confidare della bontà del nostro agire, credere nella verità e nella bellezza del nonostante tutto. Molto spesso ho letteralmente soppresso iniziative di “amore” (in senso ampio), perchè ho avuto la presunzione di pensare che il destinatario non le meritasse o perchè mi sono lasciata sopraffare da quella paura troppe volte spacciata per prudenza…
Dal punto di vista, chiamiamolo così, “sentimentale”, non soltanto il 2013, ma tutto il senno di poi accumulato dagli anni precedenti mi ha fatto arrivare alla conclusione che… non si sa mai; finché non c’è una “fede al dito”, non si sa mai; e pure quando c’è… (mo’ la sparo grossa, ma manco tanto -.-) …non si sa mai! I rapporti umani sono così complessi, imprevedibili e unici che, a dispetto della rassicurante fissità che tutti cerchiamo, – lo ripeto, per convincermene anch’io – …non si sa mai!!! E quindi, mai dire mai!

Concludo l’ennesimo papocchio, con un’altra frase di Seneca, che è tutt’altro che una conclusione.
Anzi, è proprio l’inizio di tutto!

Magna pars est profectus velle proficere.
Gran parte del progresso sta nella volontà di progredire.

Buon Anno, gente! Buona Vita! 🙂

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A volte ritornano… La risata pensante e la politica dell’allegria

fade1Sono passati 4 mesi (quattro??!!) dal mio ultimo post. I motivi sono tanti, troppi da elencare. Fondamentalmente, c’è da dire che il mio rapporto con la scrittura è un po’ particolare: ci sono periodi in cui imbratto continuamente il taccuino con pensieri, storie, appunti e disegnini, e periodi di aridità to-ta-le; per quanto la mia mente sia in costante iper-attività, mi risulta difficile mettere per iscritto ciò che accade dentro di (ma anche intorno a) me.
Pigrizia, sfiducia nel potenziale lettore, irriducibilità in forma scritta di pensieri troppo elaborati? Fate un po’ voi.

Oggi torno a scrivere su questa piattaforma, nel tentativo di sintetizzare gli avvenimenti interiori e quelli “mondani” degli ultimi 4 mesi e trarne delle utili conclusioni da consegnare alla “me” dell’anno venturo. Bell’impresa. -.-”

Il 2013 è stato l’anno di “If You Were Me – Se Tu Fossi Me”. Non ne ho mai parlato qui e in effetti il progetto sarebbe troppo lungo da spiegare adesso. Vi rimando per questo alla pagina facebook (clicca qui), dicendovi che, in sostanza, si tratta di un’idea alternativa e positiva per combattere il problema della violenza sulle donne, ma applicabile altresì a tutti i contesti di discriminazione e ingiustizia nei confronti dell’ “altro”. “If You Were Me”, negli ultimi 4 mesi, è cresciuto assumendo forme che io e Serena (la mia amica co-autrice) non avremmo mai immaginato: siamo state invitate a Milano e a Cesena per collaborare con gallerie d’arte e scuole e continuiamo a ricevere riscontri positivi e proposte in diversi settori di produzione culturale e promozione sociale. Questo ci rende molto orgogliose e piene di fiducia rispetto alla possibilità di rendere concreto qualcosa che fino al maggio scorso era un’idea bella ma piuttosto aleatoria. 🙂

In realtà, “If You Were Me” costituisce per me la punta di un iceberg, la sintesi di un sistema di pensiero e di vita elaborato da tempo, arricchito giorno dopo giorno e che sto mettendo in pratica soprattutto in quest’ultimo periodo. E arriviamo così al capitolo “avvenimenti interiori”.

Inevitabile, a questo punto, dare la “colpa” a certi libri letti e a certi film visti recentemente, che mi hanno offerto chiavi di lettura nuove e più profonde rispetto ad alcuni episodi di vita quotidiana, di quelle che ti fanno sentire la “sorpresa della relazione tra le cose” e del “tutto torna”. So che corro il rischio di annoiarvi e di farvi abbandonare il campo esattamente ADESSO, ma io vado avanti e qualcosa la devo pur citare.

#1 Aldo Palazzeschi, “Il Controdolore
#2 Luigi Pirandello, novelle, saggio sull’umorismo, opere teatrali, romanzi (tanto, con lui, come capiti, capiti bene)
#3 il film “No. I giorni dell’arcobaleno“di Pablo Larraìn

Cosa hanno in comune queste opere? Il fatto di rovesciare l’abitudinaria e piagnucolante percezione della realtà attraverso due dinamiche che mi piace chiamare “risata pensante” e “politica dell’allegria“. C’è qualcosa di rivoluzionario nel ridere con consapevolezza anche del dolore e della sofferenza più atroci. Lungi dallo “sminuire”, l’umorismo che supera la semplice ironia, il sentimento che approfondisce il mero avvertimento del contrario sono àncore di salvezza delle più meravigliose rispetto al rischio di cedere alla disperazione, quantunque sembrino passare per una sua diretta parente: la follia.

Badate bene: una volta intrapresi, questi sono discorsi che spaventano. Perchè smontano e confondono i fondamenti del “si è sempre pensato e fatto così”: il serioso e compunto rispetto per il dolore altrui (che il più delle volte si traduce in un minuto di silenzio nelle pubbliche assemblee), lo spiattellamento in prima pagina e in tv di immagini terribili, disgustose a volte, con la pretesa che servano a sensibilizzare e a generare indignazione (col risultato che si esaspera l’ “indign-” e non si potenzia l’ “-azione”, quella buona, propositiva, positiva).
Ecco cosa dice Palazzeschi:

Che il riso (gioia) è più profondo del pianto (dolore), ce lo dimostra il fatto che l’uomo, appena nato, quando è ancora incapace di tutto, è però abilissimo di lunghi interminabili piagnistei. Prima che possa pagarsi il lusso di una bella risata avrà dovuto seguire una buona maturazione. BISOGNA ABITUARSI A RIDERE DI TUTTO QUELLO DI CUI ABITUALMENTE SI PIANGE, sviluppando la nostra profondità. L’UOMO NON PUÒ ESSERE CONSIDERATO SERIAMENTE CHE QUANDO RIDE. La serietà in tal caso ci viene dalla ammirazione, dall’invidia, dalla vanità. QUELLO CHE SI DICE IL DOLORE UMANO NON È CHE IL CORPO CALDO ED INTENSO DELLA GIOIA RICOPERTO DI UNA GELATINA DI FREDDE LAGRIME GRIGIASTRE. Scortecciate e troverete la felicità.

Io lo trovo meraviglioso e troppo, troppo vero. Folle, “immorale”, ma vero. Non a caso, tra le novelle che più ho amato di Pirandello ce n’è una che s’intitola “Quand’ero matto“. Che l’autore usi l’imperfetto mi fa riflettere non poco, sulla difficoltà di tener fede nel tempo a quella “follia” che rende liberi, ma, inevitabilmente, tanto, tanto soli.

Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse veramente così e alle altre coscienze attribuisse l’identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l’idea d’una realtà comune a tutti, d’una verità e anche di un’esistenza che ci sorpassa: Dio. Ma non per la gente savia, ripeto.

L’esperienza di “If You Were Me” si esplica tutta qui. Quando osserviamo gli altri, esploriamo le loro vite, li compatiamo per le loro disgrazie o ridiamo superficialmente delle loro sfortune, non ci rendiamo conto che è di noi stessi che stiamo piagnucolando o ridendo. Arrivare alla “eguale coscienza di sè e degli altri” sembra un’operazione abbastanza scontata, ma è una faticosa conquista, terribile e splendida al tempo stesso. Ci rende consapevoli che, nella nostra solitudine (innegabile), non siamo soli.
E il paradosso è che proprio ciò che meno amiamo di noi e della nostra condizione può trasformarsi nel nostro punto di forza e di rinascita.

Il film sopracitato racconta proprio la storia (vera) della vittoria del NO al referendum del 1988 con il quale si chiedeva al Cile di mantenere al governo Augusto Pinochet. Lo slogan scelto per la campagna pubblicitaria fu “Chile, l’alegria ya viene” – “Cile, l’allegria sta arrivando” e i video-spot mandati in tv proponevano scene di gente felice, piena di speranza, di sogni, di voglia di fare. Ve l’immaginate? In un regime che si perpetuava attraverso torture, omicidi, sequestri, l’alternativa non si fondò sulla denuncia dello status quo, ma sull’idea di “ciò che può essere se…”.
Attenzione! Non si tratta di dimenticare o ignorare ciò che di brutto e di male ci accade e ci circonda, al contrario! La “risata pensante” e la “politica dell’allegria” derivano da una consapevolezza profonda e da una riflessione “tosta” sugli eventi, tutt’altro che immediate!

La radice di tutto, ad ogni modo, risiede in quella faticosisssssima, stoica, capacità di distinguere le cose che dipendono da noi da quelle che non dipendono da noi (vedi post dedicato al mio caro amico Epitteto).
Per quanto riusciamo a raggiungere un’eguale coscienza di noi stessi e del prossimo, l’altro rimane sempre “Altro da me”, unico, irripetibile, libero e “non modificabile” da un mio intervento più o meno “interessato”.

Qui si aprirebbe un altro squarcio di riflessioni che affido ad un prossimo post. Per adesso mi fermo…solo a scrivere…che a smettere di pensare proprio non ci riesco! 🙂

Ciriciao Gente!

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