Come “facciamo” l’amore

Ieri sera, su Deejay tv ho visto lo spot di un nuovo programma intitolato “Undressed” (Svestiti), che recitava così: “Un esperimento romantico per trovare il tuo partner ideale. Due sconosciuti in cerca dell’anima gemella si incontrano per la prima volta direttamente a letto. Sei pronto a spogliarti e a condividere la tua intimità con uno sconosciuto? Trenta minuti per conoscersi e scegliersi…”
Ovviamente i due sconosciuti sono giovani e aitanti, ti pare che ingaggiavano una fanciulla tutta brufoli e cellulite o un maschietto ipo-dotato? Il programma non è ancora in onda, per cui esprimo la mia perplessità giusto in base a 50 secondi di spot…Poi chissà, quella di farsi dire da un terzo incomodo come gestire un primo appuntamento si rivelerà un’idea geniale e ci saranno sempre più persone accoppiate e felici nel mondo, non metto limiti alla “fantasia” umana.

Ripensando a quanto ho visto, però, c’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa e che, fondamentalmente, è al centro di tutta la mia riflessione: il letto. Su di esso è costantemente puntata la telecamera, su di esso nasce e si consuma questo “rito” un po’ anomalo e piuttosto rapido di conoscenza reciproca.

La mia innata tendenza a perdermi (per ritrovarmi) nelle associazioni di idee, stamattina, mi ha condotto nientemeno che all’Odissea, precisamente al Libro XXIII.
Mi riferisco al momento in cui Penelope riconosce senza più esitazioni Odisseo, dopo che quest’ultimo le ha rivelato il segreto (noto solo a loro due) legato alla costruzione del talamo nuziale.
Per mettere alla prova l’ospite misterioso, Penelope aveva ordinato all’ancella Euriclea di far spostare il letto all’esterno affinché l’uomo potesse riposarvi.

E Odisseo, sdegnato, disse alla moglie solerte:
“Donna, è assai doloroso quello che hai detto.
Chi mise altrove il mio letto? Sarebbe difficile
anche a chi è accorto, se non viene e lo sposta,
volendolo, un dio in un luogo diverso, senza difficoltà.
Nessun uomo, vivo, mortale, neppure giovane e forte
lo smuoverebbe con facilità: perché v’è un grande segreto
nel letto lavorato con arte; lo costruii io stesso, non altri.
Nel recinto cresceva un ulivo dalle foglie sottili,
rigoglioso, fiorente: come una colonna era grosso.
Intorno ad esso feci il mio talamo, finché lo finii
con pietre connesse, e coprii d’un buon tetto la stanza,
vi apposi una porta ben salda, fittamente connessa.”

Dopo aver spiegato nei minimi dettagli tutte le fasi del suo faticoso lavoro, Odisseo non lascia più alcun dubbio alla consorte:

Disse così, e lì le si sciolsero ginocchia e cuore,
nel riconoscere i segni che Odisseo le rivelò, sicuri.
Piangendo gli corse incontro, gettò le braccia
al collo di Odisseo e gli disse…

penelopeulisse

Dopo tanto vagare, tante peripezie, tante avventure amorose che sembravano aver distolto l’eroe dal pensiero dell’unica donna della sua vita, è lì che torna Odisseo, in quel luogo che solo lui e la moglie conoscono perché insieme lo hanno costruito e vissuto, prima che la guerra separasse i loro corpi ma non i loro cuori. Quel talamo è l’unico luogo nel quale Odisseo può rivelare – completamente – la sua identità, perché esso contiene una storia. …Che non è stata scritta in mezz’ora.

Alla luce di questi pensieri più recenti, ho deciso che è arrivato il momento di pubblicare uno scritto che avevo cominciato a imbastire ad aprile dello scorso anno e che ho continuato a rimpolpare fino ad oggi. L’ho tenuto così tanto tempo nel cassetto, forse perché lo ritenevo scomodo, o perché mettevo in conto che la mia opinione in merito potesse cambiare. E per un “attimo”, in effetti, ho pensato di poter confutare questa riflessione con un approccio più easy. Ma non ha funzionato.

Al centro, come sempre, ci sono le parole, il peso e il significato che attribuiamo loro, soprattutto quando le usiamo troppo, senza fermarci a pensare.

Fare l’amore.
La chiave è tutta lì, nel verbo fare.
Agire, costruire, faticare.

Due persone che si amano davvero fanno l’amore sempre, anche quando non sono insieme. Perché la forza che li unisce e che, al tempo stesso, li lascia liberi, li spinge ad agire con amore verso tutti, a fare e comunicare l’amore con la loro stessa vita, fuori, anche alle persone che non conoscono.

Molte persone si accontentano di fare sesso per scappare da quelle nevrosi a cui non sanno dare un nome, limitandosi a godere del corpo dell’altro/a in un atto che il più delle volte è fine a se stesso.
Chiusi in una stanza, chiusi verso il mondo, chiusi in un egoismo che non ha niente a che fare con l’Amore, che è conoscenza di sé nell’esplorazione dell’altro/a.

Nulla di sbagliato in tutto ciò; fortemente limitato e limitante, quello sì. Come una conversazione telefonica interrotta perché cade la linea, come un film appassionante di cui non hai visto l’inizio e non vedrai la fine, come la torta più buona del mondo che hai dovuto lasciare nel piatto dopo il primo morso.
Il godimento prima o poi si esaurisce, spesso proprio dopo una sola “botta e via”: soddisfatto il capriccio, si cerca il prossimo dove, come e se capita, senza responsabilità, senza impegno, senza amore.

Abbiamo tanto decantato il “sesso libero” e non abbiamo idea di cosa sia la libertà nelle relazioni, soprattutto in quelle sentimentali. Ovvio che poi sgraniamo gli occhi e ci straniamo, non riuscendo a concepire l’apparente ossimoro contenuto nella frase: “Ti amo, ma sono felice anche senza di te” (titolo di un libro di J. Jaramillo).

Quando due persone fanno l’amore si cercano, hanno bisogno l’uno dell’altra per ricaricarsi di quell’amore che il mondo assorbe con le sue sfide, le sue cattiverie, le sue richieste di aiuto.
Allora gli amanti, nel segreto del loro talamo, uniscono i loro corpi per ri-donarsi a vicenda quell’energia vitale che li tiene aperti e attenti verso il mondo.
È il momento eterno più sublime in cui la dolcezza e la passione sprigionano una vita sempre nuova, che non lascia mai spazio al vuoto.

La dipendenza deriva dalla mancanza e genera il vuoto.
La libertà deriva dalla consapevolezza e genera vita.

Poi non venite a dirmi che leggo troppi libri.

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Dall’ “Alta infedeltà” agli “Atti dell’amore”: il salto (im)possibile.

Quest’estate, mentre tornavo dalle vacanze, ho scritto sul mio cellulare la bozza di un post con l’idea di pubblicarlo su facebook.
Dopo l’ennesima delusione ricevuta da un soggetto di sesso maschile ero piena di rancore+risentimento+stanchezza emotiva+malinconia+cinismo+spirito di vendetta e ho cominciato a rimuginare su tutte le volte in cui ho provato lo stesso subbuglio interiore e sul perché, ancora una volta, non riuscissi a venirne a capo.

Il post in questione si articolava in una serie di “Dovevo capirlo quando…” e  giù l’elenco di 7 episodi legati ad altrettanti individui a causa dei quali, negli ultimi dieci anni, mi sono sentita offesa+trascurata+maltrattata+presa in giro, ma ai quali ho sempre dato più di una seconda possibilità, fino a che i motivi per “sperarci ancora” sono scemati da sé.
Man mano che scrivevo cercavo di tirare fuori nient’altro che la verità, ma al tempo stesso non potevo fare a meno di dar spazio a quell’ironia tagliente e un po’ cattivella che mi caratterizza, e che avrebbe il potere di far arrossire e ridurre in merdine tante ma taaante persone che hanno “conti in sospeso con me”, se solo avessi più faccia tosta e meno scrupoli di coscienza.

Scrivere questi pensieri è stato, sì, liberatorio, ma rileggendo il testo ultimato ho capito che non potevo pubblicarlo; innanzi tutto perché, seppure non vi fosse alcun nome, i riferimenti erano abbastanza chiari e i soggetti rievocati – che tra l’altro sono ancora, tutti, tra i miei contatti – avrebbero potuto facilmente identificarsi in quelle parole, e a quel punto si sarebbero potuti verificare bei casini e incidenti diplomatici.

Ma in realtà, il vero motivo per cui non potevo compiere un gesto simile è un altro. Ma non ve lo svelo subito.
Il carico di riflessione che la stesura di questo post ha generato in me non si è esaurito in quel pomeriggio di viaggio. Nei giorni seguenti ho continuato a pensare se veramente la ripicca e lo sputtanamento potessero essere il rimedio contro il mio senso di frustrazione e profonda amarezza.

Ho cominciato a guardarmi intorno con occhi diversi, a provare a leggere le mie relazioni, non soltanto “sentimentali”, attraverso altri filtri. Ho vissuto esperienze significative come “Dialogo nel buio“, ho letto libri su come sviluppare l’empatia, ho scoperto la realtà straordinaria di Calciosociale, ma ho anche raccolto testimonianze di persone frustrate e infelici che non sanno come cambiare la loro condizione. Ho osservato il modo in cui le persone intorno a me gestiscono i loro rapporti e con grande tristezza ho dovuto constatare che prevalgono, negli atteggiamenti di molti, concetti come: non mi cerchi->sparisco, mi tratti male->te la faccio pagare, mi hai tradito-> te ne faccio una ancora più grossa che te la ricorderai per tutta la vita.
Quel programma di Real Time dal titolo “Alta infedeltà” mi ha illuminato in questo senso…Più di una volta ho voluto forzarmi a guardarlo per capire cosa diamine frulla in testa alla gente che propina ‘ste schifezze (“Uomini e donne” non è da meno). A parte le dubbie doti degli attori (quella, forse, è l’unica parte del programma che fa ridere) mi atterrisce proprio l’idea che si possa costruire una serie dedicata al modo in cui le persone si tradiscono e si vendicano adottando i metodi più subdoli e cattivi che la mente umana possa concepire e godendoci a non finire. Ancor di più mi atterrisce la consapevolezza che, per quanto pompate da esigenze televisive, le storie narrate non siano così distanti dalla realtà: morbosità, possessività, aggressività, passioni torbide, calcoli egoistici e bugie…Tutta robaccia a cui sarebbe lecito ricorrere in nome dell’amore. :/

Ecco allora che il tarlo è tornato a bussare al mio cervello, ecco che la spada ha ricominciato a spappolarmi le budella…E il tarlo e la spada hanno un nome: Søren Kierkegaard.

Ho letto il suo “Atti dell’amore” per la prima volta nel 2012, ma questo libro fa parte della schiera di amici di carta che da sempre vagano per casa decidendo di fermarsi sul comodino a intervalli regolari. E ogni volta è una scoperta. Oggi riapro il “mattone” lì dove avevo lasciato il segnalibro. Si tratta di un passaggio in cui K. spiega il rapporto rivoluzionario che Cristo ha instaurato con Pietro, proprio “in virtù” del suo tradimento…

Il Salvatore del mondo non commise l’errore di pensare che la sua causa era perduta, perché non era stato Pietro a salvare Lui, ma pensò ch’Egli avrebbe perduto Pietro se non fosse corso a salvarlo. […] Ma soltanto il fatto che nel momento più importante ti tocchi trovare pusillanimità e astuzia dove tu in forza dell’amicizia ti aspettavi di trovare coraggio e risolutezza; trovare ambiguità, falsità, evasione invece di apertura, risolutezza, fiducia; trovare soltanto chiacchiere invece di assennata riflessione: ahimè quant’è difficile allora, sotto la pressione del momento e della passione, poter capire da quale parte è il pericolo, quale fra gli amici è più in pericolo, se tu o lui che ti lascia a terra. Com’è difficile allora amare l’uomo che si vede – quando lo si vede cambiato a quel modo! […] L’amore di Cristo per Pietro fu così senza limiti: nell’amare Pietro Egli mostrò come si ama l’uomo che si vede. Egli non disse: “Pietro deve cambiare e diventare un altro uomo prima ch’io possa tornare ad amarlo”. No, tutt’al contrario, Egli disse: “Pietro è Pietro e io lo amo; è il mio amore semmai che l’aiuterà a diventare un altro uomo!” Egli non ruppe quindi l’amicizia per riprenderla forse quando Pietro fosse diventato un altro uomo; no, Egli conservò intatta la sua amicizia, e fu proprio questo che aiutò Pietro a diventare un altro uomo. […] Di solito si pensa che quando un uomo è cambiato essenzialmente in peggio, questo cambiamento dispensi dall’amarlo. Bella confusione di linguaggio: essere dispensati dall’amare, come se questo fosse una costrizione, un peso di cui si desidera sbarazzarsi! Ma il Cristianesimo domanda: forse che tu, per questo cambiamento, non lo vedi più? E la risposta sarà: certo che lo vedo, io vedo appunto che non merita più di essere amato. Ma se tu vedi questo, allora in fondo non vedi lui: tu vedi soltanto l’indegnità, l’imperfezione, ed ammetti con questo che tu, quando amavi lui, in un altro senso non amavi lui, ma soltanto vedevi le sue qualità e perfezioni che tu amavi. […] Il punto non è di amare le perfezioni che si vedono in un uomo: ciò che conta non è che l’uomo sia o non sia perfetto, ed anche se è doloroso che quest’uomo sia cambiato, non ha cessato tuttavia di essere lo stesso uomo. […] Nel campo dell’amore noi parliamo sempre dell’uomo perfetto e della donna perfetta; anche il Cristianesimo parla sempre, nel campo dell’amore, dell’uomo perfetto e della donna perfetta: ahimè, ma noi uomini parliamo dell’uomo perfetto per amarlo, il Cristianesimo parla dell’uomo perfetto che ama senza limiti l’uomo che vede. Se vuoi perciò diventare perfetto nell’amore, cerca di compiere questo dovere di amare l’uomo che vedi come tu lo vedi: quando egli è completamente cambiato, quando non ti ama più e forse con indifferenza si volta dall’altra parte o si volta ad amare un altro – amalo come tu lo vedi, quando ti tradisce e ti rinnega.

Ora, io ho un “problema”: io non riesco più a ignorare queste parole. Non riesco a fare a meno di ripetermele in testa ogni volta che mi sento tradita, delusa, amareggiata…Per quanto tante volte la parte più fragile ma anche più incazzosa di me vorrebbe dare spazio a sentimenti di odio e chiusura, queste frasi sono le uniche che riescono a dare un senso a tutte le lacrime e i ribollimenti interiori che mi tormentano quando penso a chi mi ha fatto del male, consapevolmente o meno. Mi ribatte in testa sempre una frase: “Non smettere di pregare per lui/lei”. Non è per niente facile, ed è frequente il cedimento: spesso corrisponde ad irascibilità, acidità e silenzio ostile…Ma poi, in un modo o nell’altro, mi converto e non riesco più a negare a me stessa che questa sia l’unica e imprescindibile strada per liberare me e gli altri da pesi emotivi che rischiano di schiacciarci.

Tempo fa, un amico mi disse di aver trovato un po’ troppo azzardata una frase che accompagnava un mio post pubblicato su facebook, relativo sempre alla tematica dell’amore; “Non vedo alternative al Vangelo”, avevo scritto…Il rischio che lui ravvisava in un’affermazione di questo tipo era di generare chiusura e ostilità, o addirittura il timore di non essere all’altezza da parte di persone che non si ritrovavano in quella “scuola di pensiero”, perché lontane dalla Chiesa o dal Cristianesimo in senso lato. Io ero perfettamente cosciente di questa possibilità quando avevo scritto quella frase, ma al tempo stesso mi animava la consapevolezza che non c’era niente di male ad esprimermi così chiaramente e che, anzi, fosse necessario “mettere i puntini sulle i” in quella circostanza.
Del resto questo è l’obiettivo che mi prefiggo d’ora in avanti: dimostrare che, proprio perché non ha niente a che fare con le bigotte e insensate chiusure che hanno messo in fuga tanti battezzati e non, quella del Vangelo è davvero la prospettiva più inclusiva che si possa desiderare, rispetto all’esigenza che ciascuno di noi sente di essere accettato ed amato per quello che è.

Ricordo ancora una conversazione telefonica decisamente animata in cui tirai fuori un concetto che nemmeno io pensavo, fino a quel momento, di avere dentro di me: rispetto alla pretesa (spesso inconscia) che l’altro ci ami come noi pensiamo di meritare di essere amati o come noi stessi ameremmo l’altro, la sfida più grande sta nell’accettare l’altro proprio per il modo in cui è capace di amarci, con i suoi limiti, la sua incostanza, finanche la sua assenza.

Ci ho messo un po’ ad arrivare a queste conclusioni. Mi sono costate isolamento, senso di inadeguatezza, pianti inspiegabili e tante cadute.
Però il fatto che abbia sentito forte il bisogno di scriverle adesso è la conferma che si tratta di un modo di intendere e vivere l’amore dal quale io non posso più prescindere; anche se questo dovesse comportare l’allontanamento o la derisione di quelli che mi dicono che così dimostro di essere debole, manipolabile, troppo disponibile, facile bersaglio di gratuite vessazioni.

Ma io sono sempre più convinta che il mondo abbia bisogno di QUESTO amore. La gente ha bisogno di un’alternativa all’infedeltà, ai giochi di potere, alla malignità, alla confusione.

Amare l’uomo che si vede, senza pretendere di cambiarlo.

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“La paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.”

ominimusicaVi ricordate quando, a scuola, ci dicevano di isolare il bullo di turno, affinchè si rendesse conto da solo dell’inefficacia delle sue azioni “violente”?

Riflettevo sul fatto che, almeno in linea di principio, If You Were Me – Se Tu Fossi Me si fonda sulla stessa logica: io non voglio DOVER PARLARE della violenza. Non la ignoro quando viene commessa, anzi, la analizzo a fondo! Ma decido di non darle seguito, affinchè non si amplifichi nelle parole (che spesso la distorcono rendendola “spettacolo”) e soprattutto nei gesti di altri. E a lungo andare, spererei di non doverne parlare perchè effettivamente non ce n’è più motivo. Utopia?

Ora, il problema, secondo me, risiede nel fatto che all'”isolamento” del violento (ben altra cosa rispetto alla punizione) non sempre corrisponde un’azione più forte e più efficace in termini educativi. Si tratta di far crescere i bambini in una mentalità basata sul rispetto reciproco, che NON DIA “RAGIONE” ALLA VIOLENZA DI EMERGERE come risposta alla diversità e alle inevitabili incomprensioni tra generi, razze, culture…

In sostanza, paradossalmente, bisognerebbe agire come se la violenza non ci fosse, comunicando concetti come l’accoglienza, l’ascolto, l’immedesimazione nell’altro e non favorendo comportamenti negativi come la fuga, il sospetto, la vendetta. Bisognerebbe arrivare a concepire la violenza così come andrebbe concepita la paura: un sentimento che emerge di fronte a un pericolo che, realmente, (ancora) non c’è. Quindi, come qualcosa che, razionalmente, non ha motivo di esistere; l’unico motivo che ne spiegherebbe l’esistenza, se proprio vogliamo trovarne uno, è, in entrambi i casi, la NON CONOSCENZA (del pericolo temuto, così come della persona resa oggetto di violenza). Tant’è vero che, una volta “smascherato” l’oggetto della paura, la paura svanisce. Toh!

A questo punto, giustamente, qualcuno potrebbe dire che l’aggressività e la violenza sono insite nell’uomo come “energie” che in qualche modo vanno sfogate, ma tra la pulsione e l’azione, per fortuna c’è la ragione. E nella maggior parte dei casi si tratta di un problema culturale più che “psichico”.

Come lo facciamo funzionare ‘sto cervello?

La paura bussò alla porta. La conoscenza andò ad aprire e non trovò nessuno.

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Benedire…in che modo?

Quando usiamo il verbo “benedire”, la maggior parte delle volte, lo coniughiamo al congiuntivo: “Che Dio ti benedica!”

Ma “benedire” non è semplicemente auspicare che qualcosa di bello accada in un futuro più o meno prossimo. Nella benedizione, per come la intendo io, le categorie della possibilità, dell’incertezza, dell’attesa – tipiche dell’augurio – vengono meno. Per questo io preferisco l’indicativo. Presente. 🙂

Non “Dio ti benedicA”, allora, ma “Dio ti benedicE”, qui ed ora.
Lo so già che “dice bene” di te, così come “dice bene” di me e di tutti i Suoi figli, a prescindere dal loro comportamento. Non è un augurio, ma una constatazione. “Dire bene” corrisponde, così, a “volere bene” e a “volere Il Bene” per l’altra persona.

Non è forse questo l’atteggiamento di Dio verso di noi?
Il congiuntivo implica una condizione, ma l’Amore, quello vero, è incondizionato.

Quanto più bello ed efficace sarebbe, alla fine della Messa, sentir pronunciare le parole “Dio vi benedicE”, piuttosto che “Vi benedicA Dio Onnipotente…” : comunicare ai figli che l’amore del Padre c’è già, da sempre, e non “solo se loro si comportano bene”.

Quel congiuntivo mi fa pensare ad un messaggio sottinteso che, più o meno, interpreto così: “Fate in modo che Dio vi benedica, mettetelo voi nella condizione di dire bene di voi, con la vostra sana e retta condotta”.

Ancora CONDIZIONI.

L’indicativo, invece, rovescia il pensiero: “Dio dice bene di voi perchè vi ama così come siete. La vostra condotta può essere una conseguenza di questo amore, ma può anche non esserlo. Dio vi ama lo stesso.”

L’indicativo, come modo della realtà, non ammette incertezze nè rimandi e, lungi dal privare l’uomo di responsabilità (“tanto, se Dio mi ama lo stesso, a che serve che io mi comporti bene?”), investe ognuno di un incarico più grande verso il prossimo, spezzando la catena azione-merito-premio per istituire il circolo vitale consapevolezza-azione-gioia condivisa.

Da un calcolo individualista si passa alla gratuità, da una “raccolta punti” si passa ad una concreta e sempre nuova esperienza di comunità. Perchè, se Dio dice bene di tutti, non sussistono più differenze, nè tanto meno gerarchie.

Adottando questo punto di vista, riesco a smontare “persino” Wikipedia (ahahah) che, alla voce “Benedizione” spiega: Per alcune religioni è l’azione che un uomo investito di uno speciale potere sacerdotale può esercitare su altre persone o cose affinché queste ultime abbiano il “favore divino” (aiuto!).

Se Dio, per primo, dice bene di tutti indistintamente, quanto più noi siamo chiamati a dire bene del nostro prossimo, a volere il suo bene, a lavorare per il suo bene, nell’esercizio completo della nostra libertà.

 Solo attraverso questa consapevolezza la smetteremo di storcere il naso quando in chiesa mette piede “quella lì”, o di rivendicare qualche diritto in più perchè noi andiamo tutte le domeniche a Messa e “quegli altri” no.

La vera “benedizione” si vede fuori dalla chiesa, quando il segno è tradotto in vita.

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L’Eterno Adesso

Habet etiam mala fortuna levitatem; fortasse erit, fortasse non erit, interim non est; meliora propone. – Seneca, Lettere a Lucilio, Libro II

Sono giorni che ripeto questa frase, in testa, bisbigliandola tra me e me, o comunicandola alle persone che, come me, hanno un estremo bisogno di positività per iniziare al meglio il nuovo anno. La ripeto continuamente per non lasciare più spazio nel cervello a pensieri come “Oh, ma tutte a me!”, “Oh, ma sempre a me!”, “Ma cacchio, mai ‘na gioia!” ecc. ecc.

In sostanza: MO’ BBBASTA.

La traduzione più diffusa è: “Anche la sfortuna è mutevole; forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu spera nel meglio.” Ci può stare…Però a me piace soffermarmi su due termini che rendono più particolare  il significato di questa esortazione.

Levitatem: levigatezza, scorrevolezza. L’immagine che mi salta in mente è quella di una “sfiga che mi scivola addosso”, una circostanza sfortunata che, seppure mi colpisce, non si attacca, non resta lì a compromettere il mio aspetto esteriore né tanto meno quello interiore. Il fatto che la sfortuna sia “mutevole” dipende innanzi tutto da come io la percepisco, e poi dal semplice fatto che, di per sé, è passeggera (vorrei vede’! ihihih).

Propone: qui tradotto con “spera”. Mh, ok… a patto che la speranza in questione sia una “speranza attiva”. Propono significa letteralmente “metto davanti”, quindi, in questo caso, dò la precedenza alle cose migliori, quelle che mi capitano, ma soprattutto quelle che io faccio capitare. Questo implica una capacità di affidarsi, ma al tempo stesso di non restare passivi rispetto allo scorrere degli eventi.

Ritorniamo sempre alla famosa e a me carissima distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi (Manuale di Epitteto); di quest’ultima categoria fanno parte i giudizi e le opinioni della gente sul mio conto e le reazioni che il mondo ha rispetto alle azioni che io liberamente compio. Facile a dirsi, moooolto difficile a mettersi in pratica.

Eppure, io che da un po’ di tempo sto provando non soltanto a pensare, ma anche a comportarmi così, anche se non posso dire di essere già diventata una filosofa (sono ancora progrediente, come avrebbe detto Epitteto!), vi assicuro che… funziona! Questo atteggiamento ha lo straordinario potere di creare un’inattaccabile e profondo senso di serenità che persiste nonostante noi stessi. Ed è una cosa fichiiiiiiiissima.

Nel corso di quest’anno, ci sono stati mesi in cui ho ceduto ad attacchi di ansia e di panico, ed è stato bruttissimo. In quei momenti ti sembra che anche i tuoi amici più cari possano prenderti per pazza se ammetti di essere arrivata ad uno stato così estremo di incontrollabilità della tua mente e del tuo corpo, e opti per il silenzio. Niente di più sbagliato.

Ultimamente mi sono successe cose che in altri periodi della mia vita mi avrebbero fatto stare male, con il broncio per giorni, intrattabile e sfiduciata verso qualsiasi essere umano.
Oggi mi stupisco perchè, seppure mi dico “Cacchio, dovrei essere inca…ta per come mi ha trattato (o non trattato) tizio/a”, “Si meriterebbero tutti di essere mandati a quel paese”…dentro di me sento più forte una voce che grida: “Non te sta’ a preoccupà!”, “Take it easy!”, “Sorridi e vai avanti per la tua strada!” E ci tengo a dire che non è menefreghismo bensì la traduzione pratica della frase di Seneca, che implica un profondo rispetto per l’altro, anche quando, a livello superficiale, il suo comportamento mi fa inca…re.

Anche la sorte avversa ha una sua levigatezza; forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu metti davanti le cose migliori.

Accettare la realtà e restare aperti alla possibilità, senza accanirsi né tanto meno perdersi d’animo. Tutto quello che è in nostro potere fare, lo dobbiamo fare. Il resto non dipende da noi. Fine.

pessott

Ieri ho stilato un elenco delle cose rimaste in sospeso nel mio 2013. Ve lo risparmio, anche perchè alcune di queste sono molto personali. Nell’anno che sta per iniziare voglio impegnarmi a rendere concrete queste cose, a sciogliere i nodi, a vivere più tranquilla, insomma! E vorrei farlo così:

1) Agire più per iniziativa che per reazione: troppe volte ho aspettato improbabili coincidenze astrali o segnali dall’alto (o dagli altri) prima di fare qualcosa. Poi il tempo è passato, l’entusiasmo pure…e tutto si è spento (tranne il rimpianto).
2) Fare le cose che mi piacciono anche da sola e perseguire i miei obiettivi anche se nessuno mi segue o mi supporta: qualche mese fa ho rinunciato ad un concerto fichissimo, perchè tra gusti musicali diversi e impegni vari, nessuno mi poteva accompagnare. Il concerto è solo una cosa tra le tante…Che poi, d’altra parte, in alcune circostanze, ho sperimentato quanto è bello fare cose da sola, tipo gustarsi una mostra o una passeggiata senza dover rendere conto a nessuno, rispettando i propri tempi e i propri desideri! La compagnia è bella, ma a volte la solitudine è meglio! 😛
3) Essere sincera ma non del tutto trasparente: sembra un controsenso, lo so. In verità, troppe volte ho vissuto il dolore di veder calpestati una confidenza, un sogno, un progetto per il semplice fatto di averne parlato troppo presto. I confidenti vanno scelti con moooolta oculatezza, i momenti in cui si decide di parlare di sè devono essere protetti come scrigni di cristallo. Condividere pensieri e esperienze è fondamentale per crescere, ma tutelare la propria intimità è altrettanto importante per restare integri.
4) Amare senza considerare le eventuali risposte (che il più delle volte, infatti, non arrivano): Tosto, tostisssssimo proposito. Eppure è il segreto della felicità. Tempo fa riflettevo sulla diffusa consapevolezza che ci sia “più gioia nel dare che nel ricevere”. Molto vero. Ma, per quanto faticoso possa essere “dare”, ritengo che sia molto più faticoso “dare séguito”: un gesto, una parola, una piccola attenzione, troppo spesso restano isolati perchè ci demoralizza la mancanza di una risposta immediata. Dare séguito significa insistere, restare fiduciosi, confidare della bontà del nostro agire, credere nella verità e nella bellezza del nonostante tutto. Molto spesso ho letteralmente soppresso iniziative di “amore” (in senso ampio), perchè ho avuto la presunzione di pensare che il destinatario non le meritasse o perchè mi sono lasciata sopraffare da quella paura troppe volte spacciata per prudenza…
Dal punto di vista, chiamiamolo così, “sentimentale”, non soltanto il 2013, ma tutto il senno di poi accumulato dagli anni precedenti mi ha fatto arrivare alla conclusione che… non si sa mai; finché non c’è una “fede al dito”, non si sa mai; e pure quando c’è… (mo’ la sparo grossa, ma manco tanto -.-) …non si sa mai! I rapporti umani sono così complessi, imprevedibili e unici che, a dispetto della rassicurante fissità che tutti cerchiamo, – lo ripeto, per convincermene anch’io – …non si sa mai!!! E quindi, mai dire mai!

Concludo l’ennesimo papocchio, con un’altra frase di Seneca, che è tutt’altro che una conclusione.
Anzi, è proprio l’inizio di tutto!

Magna pars est profectus velle proficere.
Gran parte del progresso sta nella volontà di progredire.

Buon Anno, gente! Buona Vita! 🙂

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A volte ritornano… La risata pensante e la politica dell’allegria

fade1Sono passati 4 mesi (quattro??!!) dal mio ultimo post. I motivi sono tanti, troppi da elencare. Fondamentalmente, c’è da dire che il mio rapporto con la scrittura è un po’ particolare: ci sono periodi in cui imbratto continuamente il taccuino con pensieri, storie, appunti e disegnini, e periodi di aridità to-ta-le; per quanto la mia mente sia in costante iper-attività, mi risulta difficile mettere per iscritto ciò che accade dentro di (ma anche intorno a) me.
Pigrizia, sfiducia nel potenziale lettore, irriducibilità in forma scritta di pensieri troppo elaborati? Fate un po’ voi.

Oggi torno a scrivere su questa piattaforma, nel tentativo di sintetizzare gli avvenimenti interiori e quelli “mondani” degli ultimi 4 mesi e trarne delle utili conclusioni da consegnare alla “me” dell’anno venturo. Bell’impresa. -.-”

Il 2013 è stato l’anno di “If You Were Me – Se Tu Fossi Me”. Non ne ho mai parlato qui e in effetti il progetto sarebbe troppo lungo da spiegare adesso. Vi rimando per questo alla pagina facebook (clicca qui), dicendovi che, in sostanza, si tratta di un’idea alternativa e positiva per combattere il problema della violenza sulle donne, ma applicabile altresì a tutti i contesti di discriminazione e ingiustizia nei confronti dell’ “altro”. “If You Were Me”, negli ultimi 4 mesi, è cresciuto assumendo forme che io e Serena (la mia amica co-autrice) non avremmo mai immaginato: siamo state invitate a Milano e a Cesena per collaborare con gallerie d’arte e scuole e continuiamo a ricevere riscontri positivi e proposte in diversi settori di produzione culturale e promozione sociale. Questo ci rende molto orgogliose e piene di fiducia rispetto alla possibilità di rendere concreto qualcosa che fino al maggio scorso era un’idea bella ma piuttosto aleatoria. 🙂

In realtà, “If You Were Me” costituisce per me la punta di un iceberg, la sintesi di un sistema di pensiero e di vita elaborato da tempo, arricchito giorno dopo giorno e che sto mettendo in pratica soprattutto in quest’ultimo periodo. E arriviamo così al capitolo “avvenimenti interiori”.

Inevitabile, a questo punto, dare la “colpa” a certi libri letti e a certi film visti recentemente, che mi hanno offerto chiavi di lettura nuove e più profonde rispetto ad alcuni episodi di vita quotidiana, di quelle che ti fanno sentire la “sorpresa della relazione tra le cose” e del “tutto torna”. So che corro il rischio di annoiarvi e di farvi abbandonare il campo esattamente ADESSO, ma io vado avanti e qualcosa la devo pur citare.

#1 Aldo Palazzeschi, “Il Controdolore
#2 Luigi Pirandello, novelle, saggio sull’umorismo, opere teatrali, romanzi (tanto, con lui, come capiti, capiti bene)
#3 il film “No. I giorni dell’arcobaleno“di Pablo Larraìn

Cosa hanno in comune queste opere? Il fatto di rovesciare l’abitudinaria e piagnucolante percezione della realtà attraverso due dinamiche che mi piace chiamare “risata pensante” e “politica dell’allegria“. C’è qualcosa di rivoluzionario nel ridere con consapevolezza anche del dolore e della sofferenza più atroci. Lungi dallo “sminuire”, l’umorismo che supera la semplice ironia, il sentimento che approfondisce il mero avvertimento del contrario sono àncore di salvezza delle più meravigliose rispetto al rischio di cedere alla disperazione, quantunque sembrino passare per una sua diretta parente: la follia.

Badate bene: una volta intrapresi, questi sono discorsi che spaventano. Perchè smontano e confondono i fondamenti del “si è sempre pensato e fatto così”: il serioso e compunto rispetto per il dolore altrui (che il più delle volte si traduce in un minuto di silenzio nelle pubbliche assemblee), lo spiattellamento in prima pagina e in tv di immagini terribili, disgustose a volte, con la pretesa che servano a sensibilizzare e a generare indignazione (col risultato che si esaspera l’ “indign-” e non si potenzia l’ “-azione”, quella buona, propositiva, positiva).
Ecco cosa dice Palazzeschi:

Che il riso (gioia) è più profondo del pianto (dolore), ce lo dimostra il fatto che l’uomo, appena nato, quando è ancora incapace di tutto, è però abilissimo di lunghi interminabili piagnistei. Prima che possa pagarsi il lusso di una bella risata avrà dovuto seguire una buona maturazione. BISOGNA ABITUARSI A RIDERE DI TUTTO QUELLO DI CUI ABITUALMENTE SI PIANGE, sviluppando la nostra profondità. L’UOMO NON PUÒ ESSERE CONSIDERATO SERIAMENTE CHE QUANDO RIDE. La serietà in tal caso ci viene dalla ammirazione, dall’invidia, dalla vanità. QUELLO CHE SI DICE IL DOLORE UMANO NON È CHE IL CORPO CALDO ED INTENSO DELLA GIOIA RICOPERTO DI UNA GELATINA DI FREDDE LAGRIME GRIGIASTRE. Scortecciate e troverete la felicità.

Io lo trovo meraviglioso e troppo, troppo vero. Folle, “immorale”, ma vero. Non a caso, tra le novelle che più ho amato di Pirandello ce n’è una che s’intitola “Quand’ero matto“. Che l’autore usi l’imperfetto mi fa riflettere non poco, sulla difficoltà di tener fede nel tempo a quella “follia” che rende liberi, ma, inevitabilmente, tanto, tanto soli.

Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse veramente così e alle altre coscienze attribuisse l’identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l’idea d’una realtà comune a tutti, d’una verità e anche di un’esistenza che ci sorpassa: Dio. Ma non per la gente savia, ripeto.

L’esperienza di “If You Were Me” si esplica tutta qui. Quando osserviamo gli altri, esploriamo le loro vite, li compatiamo per le loro disgrazie o ridiamo superficialmente delle loro sfortune, non ci rendiamo conto che è di noi stessi che stiamo piagnucolando o ridendo. Arrivare alla “eguale coscienza di sè e degli altri” sembra un’operazione abbastanza scontata, ma è una faticosa conquista, terribile e splendida al tempo stesso. Ci rende consapevoli che, nella nostra solitudine (innegabile), non siamo soli.
E il paradosso è che proprio ciò che meno amiamo di noi e della nostra condizione può trasformarsi nel nostro punto di forza e di rinascita.

Il film sopracitato racconta proprio la storia (vera) della vittoria del NO al referendum del 1988 con il quale si chiedeva al Cile di mantenere al governo Augusto Pinochet. Lo slogan scelto per la campagna pubblicitaria fu “Chile, l’alegria ya viene” – “Cile, l’allegria sta arrivando” e i video-spot mandati in tv proponevano scene di gente felice, piena di speranza, di sogni, di voglia di fare. Ve l’immaginate? In un regime che si perpetuava attraverso torture, omicidi, sequestri, l’alternativa non si fondò sulla denuncia dello status quo, ma sull’idea di “ciò che può essere se…”.
Attenzione! Non si tratta di dimenticare o ignorare ciò che di brutto e di male ci accade e ci circonda, al contrario! La “risata pensante” e la “politica dell’allegria” derivano da una consapevolezza profonda e da una riflessione “tosta” sugli eventi, tutt’altro che immediate!

La radice di tutto, ad ogni modo, risiede in quella faticosisssssima, stoica, capacità di distinguere le cose che dipendono da noi da quelle che non dipendono da noi (vedi post dedicato al mio caro amico Epitteto).
Per quanto riusciamo a raggiungere un’eguale coscienza di noi stessi e del prossimo, l’altro rimane sempre “Altro da me”, unico, irripetibile, libero e “non modificabile” da un mio intervento più o meno “interessato”.

Qui si aprirebbe un altro squarcio di riflessioni che affido ad un prossimo post. Per adesso mi fermo…solo a scrivere…che a smettere di pensare proprio non ci riesco! 🙂

Ciriciao Gente!

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Utopia

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Giulia era riuscita a superare brillantemente il provino: bella presenza, simpatica e spontanea, indubbiamente la persona giusta per completare il quadro dei freaks che la Casa avrebbe ospitato.
Lei, in effetti, tra tutti gli inquilini era la più “normale”, da poco laureata in Lettere e di conseguenza, prevedibilmente, disoccupata. Gli altri erano soggetti dai trascorsi più o meno impensabili: l’immancabile gay un po’ eccentrico, il seminarista in crisi vocazionale, quello che aveva sposato in seconde nozze la migliore amica della figlia, quella che si era fatta ingiustamente cinque anni di carcere per uno scambio di persona, il cultore dei tatuaggi total body, quella che aveva mollato il lavoro da cubista per ritirarsi in un eremo sull’Himalaya, il senzatetto che per qualche sconosciuto legame di parentela aveva ricevuto in eredità una lussuosa villa del Settecento, la ventenne bocciata quattro volte alla scuola superiore e la madre di lei, iper-protettiva ai limiti dell’ossessione.

Dopo l’ingresso trionfale nella Casa, la prima settimana di convivenza era trascorsa piuttosto tranquillamente; gli inquilini avevano avuto modo di conoscersi, spendendo la maggior parte del tempo a oziare nel salotto o nel mega-giardino con piscina; chiacchieravano così, senza una reale connessione tra i vari argomenti che trattavano: il sacerdozio femminile, la relativa utilità di una laurea al giorno d’oggi, il luogo comune dell’amore che non ha età, le dinamiche organizzative di un Gay-Pride, le inaspettate botte di fortuna che ti cambiano la vita, la lentezza della giustizia italiana. Ben presto, esaurita quella casistica, capirono di non avere molto altro da dirsi. Allora cominciarono a parlare dell’arredamento della Casa e di cosa avrebbero voluto cambiare, produzione permettendo. Il senzatetto arricchito diceva che il bagno con vasca della sua villa era cento volte più confortevole del minuscolo box doccia della Casa, e quasi rimpiangeva la sua sontuosa dimora. Con tutta probabilità sarebbe stato il primo ad essere nominato per abbandonare il gioco. L’unico acceso litigio tra i concorrenti era nato a proposito dei turni per la sistemazione della cucina dopo i pasti, ma si era risolto in breve tempo con l’intervento della mammina premurosa, che si era fatta carico del lavoro che spettava alla figlia. Giulia partecipava con molto interesse ai momenti di forzata convivialità, esprimendo opinioni chiare e lineari; di rado si perdeva nei suoi ragionamenti filosofici, per poi tornare a sparare frasi ovvie non appena sentiva puntati su di sé gli occhi perplessi dei compagni.

La striscia quotidiana del programma era seguitissima perchè, dopo pochi giorni dalla prima puntata, cominciavano già a trapelare i particolari di un’imminente storia d’amore tra il timido seminarista e l’ex-cubista convertita. Dal canto suo, la pluri-bocciata faceva di tutto per attirare l’attenzione dell’uomo dal corpo dipinto; nonostante avesse la madre sempre tra i piedi, non perdeva occasione per palpargli le braccia e faceva stupidi apprezzamenti su quanto i suoi muscoli fossero esaltati dalle linee perfette dei tatuaggi. Lui, nonostante il ringalluzzimento dovuto a quella corte spietata, non la considerava più di tanto, giacchè era tutto preso a spararsi pose davanti allo specchio mentre, con enfasi coatta, svelava all’ex-carcerata e al gay la filosofia di vita che si celava dietro tutti i ghirigori che gli imbrattavano la pelle. Chi più chi meno, tutti erano consapevoli che avrebbero condiviso lo stesso spazio vitale per qualche mese, ma per tanti aspetti, inevitabilmente, sarebbero rimasti dei perfetti estranei, seppure sotto perpetua osservazione.

La sera della seconda puntata il pubblico in studio era tutto in fermento; tra gli applausi entusiasti e i commenti degli opinionisti sulla settimana di clausura appena trascorsa, volavano frecciatine e pesanti insulti, soprattutto tra due ragazze sedute in prima fila; erano la figlia e la moglie di uno dei concorrenti, fino a qualche anno prima amiche per la pelle ed ora acerrime nemiche. La prima accusava la seconda di aver ridotto l’uomo ad un vecchio che si ostinava a fare il ragazzo, rendendosi ridicolo. L’altra rispondeva imputando all’invidia l’atteggiamento strafottente dell’ex-amica che, a suo dire, nascondeva in realtà il rodimento per essere stata abbandonata, dallo storico fidanzato prima e dal padre poi. E giù a contendersi l’affetto di quell’uomo, che in una confessione di qualche giorno prima, tra le lacrime, aveva ammesso di avere già nostalgia della famiglia, senza specificare se stesse parlando di quella di origine o di quella appena formata.

Verso la fine della puntata, la conduttrice annunciò le tanto attese nomination. Camminando disinvolta sui suoi trampoli vertiginosi, si avvicinò al maxi-schermo e chiese il collegamento con la Casa; dopo aver salutato i concorrenti con i soliti convenevoli banali, invitò Giulia a raggiungere per prima il confessionale. La ragazza, piena di sprint, corse verso la saletta rossa, socchiuse la porta e andò a sedersi, assicurando alla famiglia e agli amici che stava bene e che all’interno della Casa tutto procedeva alla grande. Poi, dopo la richiesta da parte della conduttrice di assumere un tono serio vista la solennità del momento, giunse la fatidica domanda: “Chi intendi nominare?”. Silenzio. La ragazza fissava la telecamera. Giulia, mi senti? Chi vuoi nominare perchè esca dalla Casa?”.
Lei sorrise fissando ancora la telecamera. Silenzio. Poi, con tutta calma, avvicinò la mano al petto, facendo attenzione a non spostare il microfono agganciato al colletto, ed estrasse da sotto il maglione un oggetto misterioso, sorrise di nuovo e abbassò lo sguardo. Iniziò a scandire le prime parole:

La vita è una mascherata, tu dici, e questo per te è fonte inesauribile di divertimento, e sei così abile che ancora non è riuscito a nessuno di smascherarti; poiché ogni manifestazione tua è sempre un inganno; solo in questo modo tu puoi respirare e far sì che la gente non si serri intorno a te e ostacoli la tua respirazione… *

Un libro??? Come aveva fatto a portare un libro nella Casa? Possibile che nessuno lo avesse trovato quando la produzione aveva ispezionato le valigie dei concorrenti per assicurarsi che non portassero con sé telefoni cellulari, pc e tutto ciò che potesse costituire un contatto con il mondo esterno? Beh, un libro non era certo da considerarsi alla stessa stregua di un quotidiano ma, in verità, fino a quella decima edizione del programma, un problema simile, a fronte del regolamento, non si era nemmeno mai posto!

La conduttrice rise divertita e cercò di interrompere Giulia con qualche battuta infelice, pensando si trattasse di uno scherzo. In realtà, avrebbe dovuto mantenere un tono più risoluto che indicasse la gravità di quella violazione da parte della concorrente, che rischiava di essere squalificata per aver introdotto in Casa un oggetto proibito, o forse semplicemente mai contemplato nelle regole del gioco. In studio era calato un silenzio pieno di imbarazzo. Nessuno si azzardava ad applaudire, per paura di essere zittito dagli autori, che nel frattempo si scapicollavano per trovare una soluzione a quell’insubordinazione inaspettata. Dapprima decisero di non interrompere il collegamento con il confessionale, per capire dove Giulia volesse andare a parare. La ragazza proseguiva imperterrita, determinata a sfruttare al meglio quel momento di gloriosa solitudine… in diretta tv.

…Non sai che giungerà l’ora della mezzanotte in cui ognuno dovrà smascherarsi? Credi che si possa sempre scherzare con la vita? Credi che si possa di nascosto sgattaiolar via un po’ prima della mezzanotte per sfuggirla? Non inorridisci a questo pensiero? In verità non dovresti scherzare su questo argomento, che non solo è molto serio, ma terribile.

Mentre Giulia ancora leggeva, il ragazzo tatuato bussò alla porta del confessionale, preoccupato che all’interno fosse successo qualcosa; presi dal gesto folle della concorrente, né gli autori né la conduttrice si erano preoccupati di avvertire gli altri inquilini di quanto stesse accadendo. Non ricevendo risposta, il giovane spalancò la porta deciso a chiedere spiegazioni, ma rimase impietrito davanti alla scena che gli si presentò davanti. Come se non lo avesse sentito arrivare, la ragazza continuava a declamare con veemenza parole taglienti.

In ogni uomo vi son degli ostacoli che, in un certo senso, non gli permettono di diventare completamente trasparente a se stesso; la cosa può raggiungere tali proporzioni, egli può, a sua insaputa, venir talmente coinvolto in circostanze di vita che stanno al di fuori di lui, che egli perde la capacità di manifestarsi; ma chi non si può manifestare non può amare, e chi non può amare è l’essere più infelice.

Diventare completamente trasparente a se stesso. Il ragazzo tatuato, all’udire quell’espressione, si rese improvvisamente conto di non essere mai riuscito a diventare trasparente, soprattutto ai propri occhi. Aveva sempre sentito la necessità di coprirsi, di rendersi ‘opaco’, per paura che il corpo nudo fosse un accesso troppo diretto ai suoi sentimenti più profondi; per questo aveva preferito ostentare il suo aspetto esteriore piuttosto che lasciarsi scrutare dentro. I vestiti non erano bastati, finanche la pelle aveva voluto mascherare, come se quei tatuaggi potessero essere la sua armatura, quella di un uomo valoroso, da temere e da ammirare al contempo.

Il resto della ciurma era rimasto nel grande salone; erano trascorsi pochi minuti da quando il ragazzo tatuato aveva raggiunto Giulia nel confessionale. Si guardavano con aria interrogativa, e dopo poco capirono che sarebbe stato inutile esprimere a voce le proprie domande, non valeva la pena sprecare altro tempo, tanto più che ormai si sentivano come abbandonati, finanche dall’occhio fisso che fino a quel momento li aveva controllati. Tutti insieme si diressero verso la stanza rossa. La porta era socchiusa e l’unica voce che sentivano era quella di Giulia, nitida, sicura.
Per primo fece capolino il seminarista in crisi, al quale quel testo suonava familiare…reminescenze degli studi filosofici di qualche anno prima. Si girò verso i compagni accalcati dietro di lui, che si spintonavano e sghignazzavano; portò l’indice davanti alle labbra e li invitò ad entrare in silenzio. Quelli, stranamente, obbedirono senza protestare. Come fossero caduti in uno stato di ipnosi, sbattendo più volte le palpebre, guardavano Giulia ed erano come rapiti dalla sua lettura. Si disposero in cerchio intorno a lei, intorno a quel corpo immobile che emetteva solo suono; per un attimo sul volto della ragazza si disegnò un sorriso, come quello di chi accoglie con gioia la visita di un amico, ma gli occhi, quelli rimasero incollati alle pagine…

E tu, per divertimento, ti eserciti nell’arte di diventare misterioso per tutti. Mio giovane amico, pensa, se non ci fosse nessuno che si interessasse di indovinare il tuo mistero, che piacere ne avresti? Ma soprattutto per te stesso, per la tua salvezza, – poiché io non conosco nessuno stato d’animo che possa meglio essere specificato come perdizione -, ferma questa pazza fuga, questa passione d’annientamento che infuria in te, perchè è questo quello che tu vuoi, vuoi annientare tutto, vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza. È a questo che ti prepari, è per questo che indurisci il tuo spirito; poiché lo ammetti anche tu, non sei capace di nulla, solo questo ti fa piacere, girare sette volte intorno all’esistenza e soffiare le trombe, e poi lasciar che tutto finisca. Se ti trovi di fronte al nulla, la tua anima si acquieta; anzi, essa può divenir malinconica, se dal nulla ti viene incontro musicalmente l’eco della tua passione, poiché l’eco risuona solo nel vuoto.

Silenzio. Gli occhi di Giulia si spostarono lentamente dal libro che teneva tra le mani alla telecamera che aveva di fronte a sé. E fissi su di lei gli occhi sgranati dei compagni di gioco, svuotati di ogni fasulla certezza e in pochi minuti riempiti di stupore.
La pluri-bocciata scoppiò in lacrime. Tra i singhiozzi diceva di sentirsi come se qualcuno le avesse conficcato un pugnale nello stomaco. Perdizione, fuga, annientamento. Non potevano esserci parole migliori per descrivere il modo in cui aveva sprecato la sua giovane vita da quando aveva messo piede in quella scuola che odiava. Era stata la mamma ad iscriverla, contro la sua volontà. E si ostinava a tenerla lì, nonostante i brutti voti, nonostante la figlia non avesse mai portato a casa un’amica vera, nonostante i professori dessero per spacciato il suo futuro professionale. Le lacrime sgorgarono anche dagli occhi di quella madre troppo apprensiva, mentre tentava invano di asciugare il volto della figlia, per evitare che le colasse il trucco.
Girare sette volte intorno all’esistenza. Il seminarista in crisi aveva girato cinque parrocchie e due seminari e nessuno era ancora riuscito a spiegargli in che modo concretizzare la sua vocazione. Si rese conto che l’unica persona a cui non aveva rivolto la domanda decisiva era se stesso.
La giovane eremita aveva girato sei aeroporti prima di arrivare sull’Himalaya. Il settimo era stato quello di Fiumicino, quello del ritorno. Riconobbe che la lontananza fisica da casa non era riuscita a farle dimenticare lo schifo suo lavoro sfruttato, sepolto sotto il tappeto della camera da letto, insieme alle pailletes e alle scarpe col tacco. La vita solitaria lei l’aveva cercata, a differenza della donna incarcerata ingiustamente, che tra le mura della prigione, aveva subìto l’umiliazione e la derisione che spettano ai pazzi criminali. E per non rischiare di impazzire sul serio, aveva aggiunto un altro muro a quelli veri, lo aveva issato intorno alla propria anima ferita, per potersi convincere di essere lei la fortezza inespugnabile. E dentro una fortezza si era barricato il barbone arricchito, improvvisandosi signore, ora costretto ad ammettere a se stesso che, più del bagno lussuoso della sua villa, ciò che gli mancava davvero era il profumo dei capelli della giovane volontaria che un tempo gli serviva da mangiare alla caritas, e che non aveva avuto più il coraggio di cercare, dopo l’inaspettato sconvolgimento della sua vita; si sentiva quasi in colpa, come se l’avesse ingannata tenendole nascosta la sua vera identità ed ora non meritasse più la dedizione e l’affetto che lei gli aveva riservato quando viveva ancora per strada.
Soffiare le trombe e poi lasciare che tutto finisca. L’eco di quel suono si era spento già poco dopo il giorno delle nozze, per il sessantenne ammogliato con la venticinquenne. Ma lui voleva illudersi che potesse durare per sempre, non aveva il coraggio di tornare dalla figlia e ammettere di essere stato un idiota quando l’aveva lasciata da sola ad affrontare la sua più grande delusione d’amore; per rifarsi una vita dopo la separazione, aveva cercato la fonte della giovinezza nella fotocopia sbiadita dell’unica donna che veramente lo amava come uomo (e come padre), perchè solo così poteva sentirsi esonerato dalle responsabilità più importanti. Le stesse responsabilità che avevano deposto i genitori del ragazzo gay, quando lui aveva deciso di metterli al corrente della sua situazione sentimentale: invece che sedersi a parlare, lo avevano sbattuto fuori casa, e la sua timida indole calpestata aveva reagito sfociando nell’ostentazione estrema; sperava che, se la madre e il padre proprio non volevano incontrarlo di persona, almeno avrebbero potuto ammirare le sue prodezze o inorridire di fronte ad esse, guardando in tv le riprese di qualche manifestazione a cui lui assiduamente partecipava.

Si alzarono tutti, tranne Giulia, senza proferire parola. Si diressero verso la porta che comunicava con l’esterno. Cominciarono a bussare, a dare pugni e calci, sempre più forti, sempre più disperati: “Fateci uscireeeeeeee!!!!”
Dalla sala rossa si udiva ancora la voce di Giulia, sempre più forte, più disperata. “È anche di voi che si parla qui” – disse la ragazza rivolgendosi agli autori, mentre mostrava alla telecamera la copertina di quel libro sovversivo – “Voi che succhiate la vita delle persone per nascondere la mediocrità delle vostre esistenze. Voi che neanche ve ne rendete conto, ma vi ostinate a vivere male e la vostra sopravvivenza si decreta soltanto nella misura in cui riuscite a far sì che gli altri vivano peggio…Avete perso la capacità di manifestarvi, di metterci la faccia nelle cose che fate, subdoli manipolatori delle menti, agghindati da elargitori di buoni sentimenti. È giunta la vostra mezzanotte, è ora di togliere la maschera, di porre fine allo scherzo, di distruggere l’inganno…”

Non fece in tempo a terminare il suo discorso. Nero. Pubblicità e telepromozioni spiattellate per 20 minuti di fila. Poi di nuovo la diretta con l’annuncio inappellabile: chiusura forzata del programma, causa squalificazione di tutti i concorrenti, per il mancato rispetto del regolamento. Nei giorni successivi valanghe di mail, telefonate, talk-show fondati su misere indiscrezioni, pagine e pagine di articoli sui giornali e servizi televisivi tutti uguali. Polverone gigantesco. Poi, di nuovo, quiete.

8 mesi dopo…

Facce già viste. Sorridenti. Si muovono disinvolti, come fossero a Casa loro. La ragazza pluri-bocciata ora è matricola all’università, la madre apprensiva molto più disinvolta e spensierata. Il ragazzo gay è rimasto tale ma meno arrabbiato di prima, finalmente è riuscito a parlare con i suoi genitori. Il seminarista in crisi e la cubista-eremita sono fidanzati da 6 mesi. Il sessantenne scapestrato è tornato ad essere un semplice padre. L’ex carcerata ha fondato un’associazione per le famiglie dei detenuti. Il senzatetto arricchito ha trasformato la sua villa in una casa di accoglienza e la gestisce insieme alla volontaria di cui è innamorato. Il tatuato non ha certo perso tempo e denaro per cancellare tutti i colori appiccicati al corpo, ma almeno, quando conosce nuove persone, pensa a mostrare più il cuore che la pelle.

C’è un’unica differenza nell’arredamento di questo luogo già vissuto. Vetrate luminose e pareti piene di scaffali. Scaffali pieni di libri, di ogni genere. Libri ovunque. Dopo il fallimento della prima casa di produzione, il nuovo staff ha accettato la proposta: una Casa che è un’enorme Biblioteca. Gli inquilini trascorrono le giornate a leggere e a discutere.
Ogni tanto qualcuno va nel confessionale e legge dei brani ad alta voce, aprendo il dibattito con gli spettatori, che possono telefonare o scrivere ai concorrenti.
Anche se la striscia pomeridiana non registra un’audience molto alta nessuno se ne preoccupa, anzi: quelle sono le ore in cui la gente, impaziente di conoscere il finale dei libri segnalati, invade le librerie e le biblioteche italiane. Non si è mai visto un afflusso di persone così affamate di letture.
Le nomination non si usano per mandare via l’antipatico di turno: nella Casa nemmeno si litiga più; servono per permettere al pubblico di eleggere il libro della settimana abbinato ad ogni concorrente, così che un gran numero di copie possa poi essere distribuito nei piccoli paesi o nei centri che intendono fondare nuove biblioteche.

Hanno scelto un titolo simpatico per questo programma, a detta dei più colti un tantino ossimorico: “Grande Libello”. E la nuova conduttrice… beh, non potevano ingaggiarne una migliore di Giulia.

Febbraio 2012

*Tutto il brano è tratto da Aut Aut di S. Kierkegaard.

 

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I libri della mia vita – #6 “Edipo Re”, Sofocle

A malapena, le tragedie greche – e tutte le opere del teatro antico – si leggono al Liceo Classico e, considerando il fatto che questo indirizzo scolastico viene scelto da un numero sempre più esiguo di studenti, è un vero peccato.

Capolavori che meriterebbero di essere tramandati come un “possesso perenne” al pari della Storia (l’espressione fu adottata da Tucidide in riferimento alla sua opera sulla Guerra del Peloponneso), vere e proprie “scuole del sentimento” in cui ciascuno può imparare a riconoscere e decifrare i propri moti interiori, confrontandosi con semi-dèi ed eroi, immortali modelli di virtù e al tempo stesso emblemi della caducità umana.edipo_re2

Di tragedie greche alle quali sono affezionata ce ne sono diverse; la “mia” eroina per eccellenza è senza dubbio Antigone, ma mi appassionano al pari le vicende narrate nella trilogia dell’Orestea e quelle di Aiace, Filottete, Medea…
Ma tra tutte, l’opera che più amo per la sua struggente bellezza e la profonda verità dei  contenuti è Edipo Re, di Sofocle (Colono, 496 a.C. – Atene, 406 a.C.): il dramma della scoperta di sè, del confronto doloroso con la propria identità, dilaniata da mille conflitti, col mondo esterno, col passato e con le sue conseguenze nella vita presente.

Il pensiero dominante in quest’opera è il tratto caratteristico che distingue la “filosofia” di Sofocle da quella del suo predecessore e avversario Eschilo; se per quest’ultimo la sofferenza doveva essere accettata dall’uomo come messaggio divino e occasione per imparare, per Sofocle il rapporto è nettamente invertito: ciò che l’uomo apprende (in particolare, ciò che riguarda la sua stessa vita) è per lui fonte di sofferenza.

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Fiaba (o favola?) per bambini quasi cresciuti

nuvole

Quante volte, felicemente sospesi in un sogno ad occhi aperti, o semplicemente persi nei nostri pensieri, ci ritroviamo così, col naso all’insù, a contemplare l’azzurra immensità che ci sovrasta… Il nostro volto, solitamente teso e preoccupato, senza controllo accenna un sorriso, tra il compiaciuto e il disilluso, per quella libertà che il cielo sembra prometterci e che un momento dopo ci toglie, non appena un clacson, una spallata sull’autobus, il telefono che squilla, ci costringono a ridirezionare il naso, e così lo sguardo, verso terra, verso ciò che è più alla nostra portata e che sa davvero poco di libertà…

Un gioco. Lo facevo sempre da bambina, guardando il cielo. Beh non proprio sempre, giacchè c’era almeno una condizione necessaria per iniziare a giocare, e non dipendeva da me… Due colori: l’azzurro e il bianco. Che fossi in viaggio in macchina o sdraiata sul prato di casa mia, appena un po’ di latte cominciava a macchiare la tovaglia del cielo, fissavo gli occhi in alto e in pochi secondi…ecco delinearsi il primo disegno: “Uuuh un cane! Ahahah e quello sembra un orso! Che faccione imbronciato quel signore lassù! E lì c’è un carro…con i cavalli!”

Potevo andare avanti per ore ad inventare storie animate da quegli strani personaggi morbidosi che vedevo solo io, già perchè se poi chiedevo a qualche “grande” se riuscisse a distinguere le stesse figure, ecco che mi sentivo rispondere: “Io vedo solo un brutto acquazzone in arrivo, queste nuvole non promettono niente di buono!”

E certo! Tutti con questa predilezione, fissazione direi, per il sole, il cielo terso, il caldo, la certezza che stasera torneranno a casa con gli stessi vestiti asciutti che indossavano stamattina, senza essersi dovuti preoccupare di cercare l’ombrello in tutta casa prima di uscire, per poi scoprire, a fine giornata, di averlo irrimediabilmente dimenticato sul treno, sotto il sedile!

Io, invece, ho sempre pensato che il cielo tinta unita fosse decisamente noioso, una volta che ne vedi un lembo sgombro di nuvole sai già che tutto il resto è uguale e non ti soffermi ad osservare, a maggior ragione se nel fissare lo sguardo verso l’alto incroci la luce fulminante del sole, che ti costringe a richiudere gli occhi e a fidarti, senza consultare il bollettino meteorologico, che “anche oggi sarà una bella giornata”! Non me ne voglia Helios, chè senza di lui non potremmo vivere! Ci mancherebbe, il sole mi piace, riscalda, illumina, fa crescere le piante e al tramonto, poi, offre uno spettacolo da mozzarti il fiato, nessuna obiezione…Però ecco, hanno sempre trattato meglio lui delle nuvole, tutti che lo accolgono con grandi feste e tanta riconoscenza al Padreterno, e nessuno che dica mai “Grazie Signore!” quando invece si prospetta una giornata nuvolosa…A meno che non sia un vecchio contadino speranzoso o un Paese che lamenta siccità per undici mesi all’anno!
Bella consolazione!

Così anche oggi, seduta al solito posto del solito autobus, a differenza degli altri passeggeri assonnati che guardano a mezza palpebra la strada, le macchine e i palazzi di Roma, io, che dopo la prima settimana di lavoro, quattro anni fa, già cominciavo a snobbare questo tragitto perchè in fin dei conti anche lui è sempre il solito, lentamente lascio scricchiolare il collo mentre sollevo la testa, allungo il braccio, apro un po’ il finestrino, una bella boccata d’aria e finalmente guardo su… Oooh il cielo!

“Mmmh com’è grigio stamattina” – dice la vecchietta allo studente – “hai messo l’ombrello nello zaino, giovanotto?” “Sì, signora, in verità mia madre me l’ha voluto appioppare per forza, quella appena vede spuntare una nuvoletta ha subito paura che venga giù il diluvio universale!” La vecchia, prevedibilmente, dà ragione alla mammina premurosa, dicendo che anche lei avrebbe fatto lo stesso – “Non si sa mai!”

Sia chiaro, anche io porto sempre in borsa il mio ombrellino a fiori, o forse dovrei dire a fori, tutto sbrindellato e accartocciato, talmente piccolo che ogni volta che piove mi tocca decidere se coprirmi la schiena o la faccia…In verità mi alletta molto di più l’idea di poter giocare persino con un acquazzone, stile Gene Kelly in “Singin’ in the rain”, e sarei disposta ad inzupparmi dalla testa ai piedi se l’atmosfera fosse quella di una folle gioia che non mi fa smettere di ridere e ballare…

Accenno un sorriso guardando il cielo, non posso fare altro quando mi tocca sentire discorsi così uggiosi come quelli della vecchia e del giovanotto.

Poi, d’un tratto, al mio sorriso se ne aggiunge un altro; non è tra la gente che lo scorgo ma lassù…una figura dai contorni indefiniti, colori misti bianco e grigio, mi guarda con aria compiaciuta come a volermi rassicurare che la minaccia di oggi è solo passeggera…

Prenderanno altre forme, cambieranno colore questi quadri di nubi, o semplicemente svaniranno nel nulla, riassorbiti dalla serenità di un cielo senza increspature? Sarò l’unica a farmi simili domande, ma sono curiosa di sapere che fine farà la “Compagnia delle nuvole” quando non riuscirò più a seguirne i movimenti con lo sguardo…

La “Compagnia delle nuvole”, piccolo popolo di artisti stravaganti e… megalomani! Sai che spasso se esistesse davvero!

C’è traffico stamattina, com’è lento quest’autobus… “Mi scusi, devo scendere! Autista, non chiuda la porta, devo scendere!” – il solito rompiscatole che si accorge all’utimo momento di essere arrivato alla sua fermata, mi urta la spalla con la borsa mentre passa tra la gente; non gli do retta, nemmeno mi giro, continuo a guardare il cielo, con la testa tra le nuvole, nella mente le domande che gli altri non si pongono, nel cuore la libertà che a loro continua a sfuggire, intenti come sono a guardare per terra…

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I libri della mia vita – #5 Poesie di Sergio Corazzini

Una mattina qualsiasi di qualche anno fa.

Scendo dal 40 e mi incammino verso Sant’Andrea della Valle.
Semaforo verde, attraverso la strada, Corso Rinascimento.
Tra la gente incrocio lo sguardo di un amico.
“Che ci fai da queste parti?” mi chiede.
“Non mi prendere per pazza” rispondo, “Da queste parti visse il mio poeta preferito. Voglio cercare la sua casa.”

Sorride divertito, ma decide di assecondare la mia pazzia: “Dai ti accompagno, la troviamo insieme e poi ti saluto.”
Percorriamo la via in lungo e in largo, poche indicazioni annotate su un post-it, Piazza Navona, “Torniamo indietro”, tra le mani stringo un libro di poesie. Chiediamo ai Carabinieri, “Boh, mai sentita ‘sta Via dei Sediari, provate più avanti.” Esatto, più in là, l’insegna del McDonald, enorme, quanto stona con le sedie di paglia esposte fuori dalle botteghe.
“Oh ci siamo passati mille volte davanti a ‘sta traversa”…
“Bene, siamo arrivati! Mantenuta la promessa, io adesso mi tolgo dai piedi”…
“Grazie per avermi fatto compagnia, passerò qualche minuto qui e poi me ne vado anch’io, all’università…”

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