Sproloqui

«’A lingha jè n’ata massaria»: scrivere bene per capirsi meglio e ottenere di più

Anticamente, possedere una masseria era sinonimo di ricchezza: terre e animali rappresentavano un patrimonio inestimabile, soprattutto nel Sud Italia, dove le aziende rurali puntellavano le fertili campagne.
Lo sapeva bene chi ha formulato il proverbio con cui ho aperto questo post, un detto che sento spesso pronunciare da mio padre, espressione della saggezza popolare del suo paese, Verbicaro (CS).

La lingua è un’altra ricchezza.

Saper usare le parole, nella comunicazione orale così come in quella scritta, significa poter interagire con il mondo a tutti i livelli e ottenere grandi risultati in termini di comprensione reciproca, arricchimento culturale, condivisione di emozioni, persuasione. Il moderno boom del copy-writing ce lo conferma, ma quello pubblicitario è solo l’ultimo degli ambiti in cui la padronanza della lingua è un requisito fondamentale per raggiungere il successo.

Eppure, nonostante questa consapevolezza, radicata in una gloriosa tradizione oratoria e letteraria, in Italia assistiamo sempre più frequentemente a delle vere e proprie molestie nei confronti del nostro idioma, anche se ormai, con indulgenza, tendiamo a definirle gaffes.

Fiumi di parole

Per lavoro e per passione leggo e ascolto molto. Forse è per questo che ho sviluppato una specie di radar. Purtroppo mi capita spesso di trasalire di fronte a discorsi o testi senza capo né coda, sgrammaticati e poveri dal punto di vista lessicale, enunciati o prodotti da persone che, il più delle volte, nemmeno si rendono conto dei loro strafalcioni.
Il mio imbarazzo è accresciuto dal fatto che non è per niente facile far notare e correggere queste mancanze perché, chissà com’è, quando vai a toccare la debolezza linguistica, la maggior parte delle persone si offende.
Criticare l’espressione di un pensiero sembra equivalere a criticare la persona stessa che lo ha formulato (male).

Queste considerazioni emergono soprattutto quando ho a che fare con elaborati scritti – articoli, romanzi, tesi di laurea, saggi. In questo ambito, noto con stupore che a cadere in fallo sono indistintamente giovani disabituati a scrivere temi così come docenti universitari e professionisti.
Quando rifletto sulle possibili cause di questa involuzione, mi soffermo essenzialmente su due aspetti (penso converrete anche voi, non ho scoperto l’acqua calda):

  1. Gli italiani leggono sempre meno e, soprattutto, comprendono sempre meno ciò che leggono. Questo fenomeno è all’origine della scarsa dimestichezza con l’ortografia e la sintassi ma, soprattutto, di un avvilente appiattimento del lessico.
  2. Diretta conseguenza del primo punto è che si tende sempre più a scrivere come si parla, dimenticando che la scrittura ha regole specifiche, molto diverse da quelle previste per la comunicazione orale.

I fantastici quattro

Tre settimane fa vi ho parlato di alcuni corsi interessanti che ho seguito su LinkedIn Premium, tra cui “Writing with Flair: How to Become an Exceptional Writer” (“Scrivere con stile: come diventare uno scrittore eccezionale”). I quattro moduli in cui era suddiviso questo corso corrispondevano ad altrettanti pilastri sui quali dovrebbe fondarsi una strategia di scrittura vincente. Sebbene i suggerimenti si riferissero alle strutture tipiche della lingua inglese, ho notato grandi miglioramenti mettendoli in pratica anche in italiano.
Così, anziché limitarmi a gettare fango sui detrattori (spesso inconsapevoli) della mia amata lingua, ho pensato che potesse essere utile condividere con voi quanto ho appreso, per aiutarvi a non cadere nei loro stessi errori. Naturalmente, ognuno di questi argomenti meriterebbe un approfondimento a sé, ma spero che, anche con pochi input, possiate farvi un’idea del perché siano così importanti.

Semplicità

Avete presente il detto inglese “Less is more” (“meno è di più”)? Ecco, nella maggior parte dei casi, quando scrivete, evitate di complicarvi la vita. Se potete esprimere un concetto utilizzando poche parole (purché siano quelle giuste), preferite questa via piuttosto che girarci intorno e rischiare di essere fraintesi. In prima battuta, concentratevi sull’essenziale. Fate sempre in tempo ad aggiungere e a togliere, se necessario. Tracciate il pensiero con un tratto deciso e poi passate alle sfumature.
Io, ad esempio, ho un vizio: nei passaggi descrittivi tendo ad utilizzare coppie di aggettivi o di verbi con il rischio di risultare ridondante. Così mi esercito a ridurre queste ampollosità, soprattutto quando vedo che intaccano la fluidità o rallentano la comprensione del testo.
Altre volte, incappo in trabocchetti mentali che mi diverto a scovare in fase di correzione, come quando nel post della scorsa settimana avevo scritto “ho raggiunto una zona completamente deserta”: deserto già significa completamente vuoto, per cui l’avverbio non sarebbe servito e l’ho eliminato! Sembrano accorgimenti banali ma vi assicuro che fanno la differenza.

Chiarezza

Molte persone pensano di fare colpo se scrivono periodi lunghi e articolati, per non dire contorti. Il problema è che poi si incartano in sproloqui spiriformi (bella st’allitterazione, eh?), fatti di subordinate che dipendono da altre subordinate che non dipendono da altrettante principali, tenuti insieme da pronomi, incisi e segni di interpunzione che non assolvono a reali funzioni sintattiche ma servono solo a far inciampare più spesso nella lettura e a confondere le idee. Per non parlare della maltrattatissima consecutio temporum, per cui non si riesce a capire se un episodio raccontato all’interno di un paragrafo o, peggio ancora, di una sola frase, si è svolto due minuti o due secoli fa oppure è ancora in corso.
La chiarezza va a braccetto con la semplicità: meglio frasi brevi e lineari che attacchi di ipotassi compulsiva, repentini cambi di soggetto (ammesso che ce ne sia uno!) e indicativi imperfetti che, in malafede, promettono di salvarvi dall’impiccio congiuntivo/condizionale.

Scrivi senza paura. Correggi senza pietà.

Eleganza

A volte mi trovo a leggere testi tutto sommato ben scritti e comprensibili, ma dei quali mi viene da pensare: “Beh, però lo potevi dire meglio”. L’eleganza, certamente, è una questione di gusto, pertanto strettamente soggettiva: uno stile più asciutto potrebbe piacere ad una persona pragmatica, mentre un individuo incline al ragionamento potrebbe preferire un lessico più ricercato.
Tuttavia, più modi sperimentate per esprimere un’idea, più possibilità ci sono che troviate la combinazione di parole che suona meglio in quello specifico contesto. Ecco, è essenziale che sappiate scegliere il registro giusto a seconda della destinazione d’uso del vostro testo. Inoltre, conoscere sinonimi, locuzioni, perifrasi ed epiteti vi permetterà di evitare il fastidioso fenomeno della ripetizione di uno stesso termine nel giro di poche righe e l’uso di parole inappropriate.

Capacità di evocare

Qui entriamo a tutti gli effetti nel campo dell’arte. La capacità di far apparire immagini e suscitare emozioni è la ciliegina sulla torta e, al tempo stesso, l’ingrediente segreto che esalta il sapore degli altri tre. Si pensa erroneamente che questo aspetto riguardi solo la poesia o la narrativa, ma vi renderete facilmente conto che, in una società dominata dalla visione, l’abilità più richiesta (soprattutto per fini economici) è proprio quella di riuscire a costruire mondi con le parole.
Oltre che in testi poco eleganti, mi imbatto spesso in contenuti che “non mi dicono niente”: elenchi di fatti o informazioni, come se gli autori si fossero limitati a stilare la lista della spesa.
Avere ben chiara la trama (non a caso uso questo termine anziché “messaggio”) che volete veicolare è fondamentale per riuscire a condurre il lettore nella tridimensionalità del vostro pensiero e consentirgli di aggirarsi in quello spazio senza il rischio di perdersi o annoiarsi. Partite impostando una scaletta, ma proponetevi di trasformarla in un intreccio. La pagina è un supporto statico, ma i caratteri devono essere metaforicamente pronti a schizzare via per ricomporsi altrove.

Alla scuola dei grandi

Alla fine di questo viaggio, voglio farvi un regalo, quanto meno per premiare la pazienza e la curiosità che vi hanno portati fino a qui.
Vi lascio con un meraviglioso esempio della perfetta armonia tra semplicità, chiarezza, eleganza e capacità di evocare.
Non a caso, si tratta dell’incipit di un libro del mio autore preferito – scoprirete alla fine chi è.
Come è successo a me, probabilmente, in qualche punto, anche voi dovrete ricorrere al vocabolario. Ma penso che, se leggendo questo post vi è venuta voglia di mettere in pratica i miei consigli, lo farete con piacere. 🙂

La pioggia, caduta a diluvio durante la notte, aveva reso impraticabile quel lungo stradone di campagna, tutto a volte e risvolte, quasi in cerca di men faticose erte e di pendii meno ripidi. Il guasto dell’intemperie appariva tanto più triste, in quanto, qua e là, già era evidente il disprezzo e quasi il dispetto della cura di chi aveva tracciato e costruito la via per facilitare il cammino tra le asperità di quei luoghi con gomiti e giravolte e opere or di sostegno or di riparo: i sostegni eran crollati, i ripari abbattuti, per dar passo a dirupate scorciatoje. Piovigginava ancora a scosse nell’alba livida tra il vento che spirava gelido a raffiche da ponente; e a ogni raffica, su quel lembo di paese emergente or ora, appena, cruccioso, dalle fosche ombre umide della notte tempestosa, pareva scorresse un brivido, dalla città, alta e velata sul colle, alle vallate, ai poggi, ai piani irti ancora di stoppie annerite, fino al mare laggiù, torbido e rabbuffato. Pioggia e vento parevano un’ostinata crudeltà del cielo sopra la desolazione di quelle piagge estreme della Sicilia, su le quali Girgenti, nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nell’abbandono d’una miseria senza riparo. Le alte spalliere di fichidindia, ispide, carnute e stravolte, o le siepi di rovi secchi e di agavi, le muricce qua e là screpolate erano di tratto in tratto interrotte da qualche pilastro cadente che reggeva un cancello scontorto e arrugginito o da rozzi e squallidi tabernacoli, i quali, nella solitudine immobile, guardati dagl’ispidi rami degli alberi gocciolanti, anziché conforto ispiravano un certo sgomento, posti com’eran lì a ricordare la fede a viandanti (per la maggior parte campagnuoli e carrettieri) che troppo spesso, con aperta o nascosta ferocia, dimostravano di non ricordarsene. Qualche triste uccelletto sperduto veniva, col timido volo delle penne bagnate, a posarsi su essi; spiava, e non ardiva mettere neppure un lamento in mezzo a tanto squallore. Vi strillava, al contrario (almeno a prima vista), una giumenta bianca montata da un fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino. Se non che, a guardar bene, quella giumenta bianca si scopriva anch’essa compassionevole: vecchia e stanca, sbruffava ogni tanto dimenando la testa bassa, come se non ne potesse più di sfangare per quello stradone; e il cavaliere, che la esortava amorevolmente, pur in quella vivace uniforme di soldato borbonico, non appariva meno avvilito della sua bestia, le mani paonazze, gronchie dal freddo, e tutto ristretto in sé contro il vento e la pioggia.

Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather

Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.