Ricerca di sé(nso)

Essere lieti nel proprio lavoro: si può?

Due settimane fa, chiosando l’articolo dedicato al tempo perso – o ritrovato –, accennavo alla visione del lavoro che ho maturato negli ultimi anni anche grazie alla lettura di due preziosi libri: How To Find Fulfilling Work di Roman Krznaric e Screw Work, Let’s Play di John Williams.
Entrambi gli autori approfondiscono un concetto che mi sta particolarmente a cuore, perché ha rappresentato la chiave di volta in alcune scelte che, da grande, ho potuto fare proprio in ambito lavorativo: il divertimento.

Nella nostra società, radicata in una concezione del lavoro inteso come fatica e sacrificio, l’idea che si possa trarre piacere dalle attività che si svolgono in ambito professionale è una sorta di sogno proibito, che stenta ad affermarsi come possibilità concreta.
Per questo, tendiamo a giudicare male chi a lavoro si diverte, dando per scontato che sia uno/a sfaticato/a che finge di svolgere le proprie mansioni o si limita a fare il minimo indispensabile per poi trascorrere la maggior parte del tempo a gozzovigliare.

Chi è in grado di cogliere il cambiamento in corso, invece, comprende la portata rivoluzionaria del passaggio dalle categorie di pensiero attribuite al lavoratore a quelle caratteristiche del giocatore, che nulla hanno a che fare con la pigrizia e il disimpegno.

Un maestro nell’arte di vivere non traccia una distinzione netta tra il suo lavoro e il suo gioco; tra la sua fatica e il suo piacere; tra la sua mente e il suo corpo; tra la sua formazione e il suo divertimento. Difficilmente sa qual è una cosa e quale l’altra. Semplicemente persegue la sua idea di eccellenza attraverso tutto ciò che sta facendo, e lascia che siano gli altri a determinare se stia lavorando o giocando. Per quanto lo riguarda, gli sembra sempre di fare entrambe le cose.


François-René de Chateaubriand

L’etica del gioco

Vi capita mai di sentirvi talmente coinvolti e a vostro agio nel compiere determinate azioni da arrivare a concepirle come un gioco? Se sì, potreste inconsapevolmente aver abbracciato la cosiddetta Play Ethic, teorizzata da Pat Kane.

Essere una persona attiva, creativa e totalmente autonoma. Possedere un’etica del gioco vuol dire riuscire ad essere spontanei, creativi ed empatici in ogni ambito della vita… Significa mettere se stessi, le proprie passioni e i propri motivi di entusiasmo al centro del proprio mondo.

Pat Kane

La maggior parte delle persone sperimenta questa sensazione soltanto nel tempo libero, praticando uno sport o dedicandosi al proprio hobby preferito.
La vera sfida, però, consiste nel riuscire ad applicare l’etica del gioco anche al contesto lavorativo, contrapponendola alla staticità di certe strutture organizzative e all’alienazione causata dalla ripetizione di operazioni spesso fini a se stesse, che raramente danno spazio alla libera espressione della creatività.

Alberto Savinio, “Monumento ai giocattoli” (1930)

Passione, competenza, senso

Viene da chiedersi allora se, visto il contesto generale piuttosto frustrante, esista una pozione magica per riuscire a divertirsi davvero mentre si lavora, senza sentirsi in colpa e, possibilmente, senza correre il rischio di finire sul lastrico.

La risposta è sì. La pozione esiste e per prepararla basta mescolare con criterio tre importanti ingredienti.
Il primo è la passione che, a seconda dei caratteri, può essere una sola e talmente forte da permeare ogni aspetto della nostra vita, oppure assumere diverse sembianze in base ai molteplici interessi che coltiviamo, più o meno collegati tra loro.
Il secondo è la competenza, che è importante distinguere dal talento. Quest’ultimo, infatti, si può manifestare già in tenera età, essendo un’abilità pressoché innata o naturale. La competenza, invece, subentra in un secondo momento, come risultato dell’esercizio continuativo di un talento.
Ma è con il terzo ingrediente che la magia si compie: il senso, che scaturisce dall’incontro tra ciò che ci piace fare (passione) e che ci riesce particolarmente bene (talento + competenza) e il valore che produciamo rispondendo ad un bisogno esterno.
Solo quando mettiamo le nostre risorse a servizio delle persone o di una causa, cominciamo a giocare seriamente e il nostro divertimento non si limita ad una mera evasione.

Quando immagini il tuo lavoro ideale, qual è l’esperienza che vorresti vivere?

Da quando ho deciso di rielaborare il mio percorso di carriera, rifletto molto sul modo in cui le mie passioni, le competenze e il senso che do alle mie azioni possano trovare espressione in un lavoro riconosciuto come tale. In tal senso, mi conforta sapere che il fatto di avere più interessi e capacità non mi rende necessariamente una persona dispersiva e sconclusionata. Per quelle come me, finalmente, esistono delle definizioni, espressioni originali attraverso le quali posso dire di avere anch’io un’identità lavorativa, benché complessa: Renaissance person, wide-achiever, multipotenziale, portfolio worker (quest’ultima è quella che ho scelto per il mio profilo LinkedIn).

Nella mia ricerca, ho trovato molto utile svolgere alcune attività proposte dagli autori dei libri che vi ho citato, tra cui quella che mi invitava ad immaginare che tipo di esperienza volessi vivere se fossi stata libera di immaginare il mio lavoro ideale.
La risposta che ho scritto nel mio playbook credo vada ben oltre il tipo di divertimento di cui vi ho parlato finora.
L’esperienza che sogno e che, in parte, sto già vivendo, è un mix esaltante di due componenti.

Flow

Essere in flow significa essere completamente e inconsciamente assorbiti da ciò che stiamo facendo. Come spiega Mihaly Csikszentmihalyi – lo psicologo che, negli anni Settanta, ha inventato questa espressione -, siamo “così coinvolti in quella attività che nient’altro sembra avere importanza”. Ci sentiamo così immersi nel presente che il futuro e il passato tendono a svanire, perdiamo la cognizione del tempo o lo sentiamo scorrere molto più velocemente. Questa sorta di miracolo accade più spesso quando utilizziamo le nostre competenze per svolgere un’attività impegnativa, ma non così difficile da farci temere di non riuscire a portarla a termine. Io, ad esempio, mi sento in flow quando canto con il mio coro, ma anche quando elaboro un blog post provando a concentrare in una manciata di paragrafi la miriade di pensieri che mi affollano la mente (quindi anche adesso 😀 ).

Agathosyne

Questa bellissima parola greca corrisponde al latino benevolentia.
Quando ne ho letto il significato tra le pagine dell’Enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, mi sono detta: “Ecco, questo è ciò che voglio fare della mia vita”.

Procurare ciò che vale di più, il meglio per gli altri: la loro maturazione, la loro crescita in una vita sana, l’esercizio dei valori e non solo il benessere materiale.

Avere un desiderio forte del bene, un’inclinazione verso tutto ciò che è buono ed eccellente, che ci spinge a colmare la vita degli altri di cose belle, sublimi, edificanti.

Papa Francesco, Fratelli tutti

Se ponessi a voi la stessa domanda, quale risposta dareste?

Ascolta le tue inclinazioni.
Sii preparato ad essere impopolare.

Questa frase di Abraham Maslow riassume le sensazioni che provo quando intraprendo questi discorsi con chi la pensa “alla vecchia maniera”.
Molti, infatti, ritengono che l’approccio giocoso che vi ho descritto sia appannaggio esclusivo di quei tipi alternativi che – non si sa bene come – possono permettersi di vivere alla giornata pubblicando articoli di viaggio sui loro blog motivazionali.
Ai comuni mortali, invece, non resterebbe che un solo destino: sgobbare e sopportare tutto, pur di arrivare degnamente a fine mese (e magari alla pensione).

Eppure, esempi di persone normali che hanno affrontato cambiamenti di carriera sorprendenti, dettati dalla ricerca di senso e di sano divertimento, ce ne sono tantissimi (i due libri di Krznaric e Williams ne sono pieni).
Leggere le loro storie mi convince del fatto che quelle che vi ho proposto non sono soltanto delle provocazioni o idee campate in aria, ma espressioni di un sistema di pensiero che si può davvero applicare alla realtà.
Insomma, una volta accese tutte queste lampadine, io non riesco (o non voglio) più a trovare gli interruttori per spegnerle.

So perfettamente che, se posso esporre questa visione e provare a metterla in pratica, lo devo al fatto di non trovarmi in una situazione drammatica come quella che stanno affrontando tante persone in questo periodo. Per cui accetto le possibili obiezioni di chi ritiene che, visto il momento critico che la nostra economia sta attraversando, il contenuto di questo articolo potrebbe essere un po’ fuori luogo.

D’altra parte, se, come scriveva Friedrich Hölderlin, Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva, forse è proprio verso questa crescita che ho l’opportunità di volgere la mia fortuna. Perché non coglierla?

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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