Ricerca di sé(nso)

La Bellezza nell’ordinario

La scorsa settimana vi ho parlato delle attività introspetticreative che ho intrapreso seguendo il libro di SoulPancake.
Oggi vi racconto il secondo esercizio che ho svolto, dal titolo “Beauty in the bland“, che fa parte della sezione “Esperienze ed Emozioni“.
La proposta parte dall’idea che, per passare dall’ordinario allo straordinario, sia necessario un piccolo… extra: con uno sforzo “in più”, si può trovare bellezza ovunque.

Le indicazioni sono molto semplici per cui, anche in questo caso, l’esperimento è assolutamente replicabile, se ne avrete voglia:

  1. Prendi la tua fotocamera

2. Trascorri un’intera giornata cercando la bellezza nascosta nell’ordinario

3. Realizza un album straordinario

Sempre caro mi fu questo giardino

Rispetto ad altre attività più cervellotiche, stavolta posso dire di aver giocato in casa, vista la mia innata attitudine alla meraviglia. Quando sono in giro, infatti, osservo con curiosità ciò che mi circonda, cercando di cogliere dettagli nuovi anche nei luoghi che frequento più spesso. Mi capita di soffermarmi a lungo dove altri passano di fretta, o di entusiasmarmi per cose che altri reputano banali. Ormai mi viene spontaneo ma, per quanto possa derivare da una propensione naturale, sono convinta che il radar della bellezza vada anche un po’ allenato, soprattutto in circostanze proibitive, come quelle in cui ci troviamo.

Da qualche giorno, infatti, siamo di nuovo in zona rossa, per cui non ho potuto gironzolare più di tanto fuori dal perimetro di casa mia per svolgere l’esercizio. Così, mi sono dovuta “accontentare” del giardino. Come scrivevo l’anno scorso a proposito degli effetti del primo lockdown, mi ritengo molto fortunata ad avere a disposizione questo universo di bellezza naturale. Soprattutto in questo periodo, i boccioli e i germogli che fanno capolino qua e là mi aiutano a ripassare la grande lezione dell’attesa, intesa come pratica di una speranza attiva.
Ed ecco il risultato delle mie esplorazioni.

La vita che nessuno vede

Una settimana fa ho visto un film intitolato “The Book of Love“. Racconta la storia di un giovane architetto vedovo e di una adolescente ribelle e solitaria, che instaurano un complicato rapporto di amicizia intorno alla bizzarra idea di costruire una zattera. Dedicandosi a questo progetto, entrambi intraprendono un percorso di guarigione nel territorio ostile dell’elaborazione del lutto e dell’abbandono, scoprendo di avere più cose in comune di quante ne immaginassero. Verso la fine del film, la ragazza pronuncia una frase che mi è rimasta impressa:

Una volta ho letto su un libro che il 67% delle persone muore quando nessuno guarda.
Quello che non ho mai scoperto è quante persone vivono mentre nessuno vede.

Millie – The Book of Love

Con tutti gli strumenti digitali di cui disponiamo, in effetti, ci illudiamo di vedere – e quindi conoscere – la vita degli altri, senza renderci conto che gran parte della loro esistenza, nella sua enorme complessità, si svolge lontano dai nostri occhi. D’altra parte, la nostra avidità visiva ci porta a fagocitare una quantità di immagini che non facciamo nemmeno in tempo ad elaborare. Questa sovraesposizione azzera il nostro senso critico, la capacità di cogliere i dettagli e le differenze, la percezione della realtà che è in continuo divenire.

Credo che lo stesso discorso valga per la natura e le sue trasformazioni.
Fino a qualche giorno fa, mio fratello Giampaolo, tutte le mattine, ci mandava sul gruppo di famiglia una foto di una piantina di zucca che aveva coltivato, per aggiornarci sulla sua crescita. Questo piccolo rito di tenerezza botanica ci ha regalato per un po’ bellezza e stupore. Purtroppo, un piccolo errore di valutazione ha fatto sì che la piantina non sopravvivesse. Eppure, da questo evento apparentemente banale, abbiamo riscoperto che, il più delle volte, ciò che è bello è anche molto fragile.

Forse la “rivoluzione della ribellezza” di cui parla Alessandro D’Avenia potrebbe essere innescata anche da un esercizio come quello che vi ho descritto.
Chissà che osservando il lento fiorire di un giardino non ci ri-abituiamo a contemplare i volti delle persone con lo stesso stupore. Chissà che apprezzando le sfumature di colore dei fiori e le strane forme delle piante non re-impariamo a scovare e custodire la bellezza che ci rende unici.

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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