Sproloqui

Non basta una scusa…

… serve un motivo.

Questo pensiero mi frulla in testa da un po’.
Lo associo alle volte in cui, negli ultimi tempi, ho ricevuto messaggi volti ad attirare la mia attenzione, alcuni prevedibili, altri un po’ ridicoli, dietro ai quali non c’era alcuna reale intenzione comunicativa.

Carinerie, battute, provocazioni, pretesti per avviare una conversazione che poi l’interlocutore, per primo, non aveva la capacità o la voglia di portare avanti. Ed è così fastidioso constatare quante energie perdo con l’idea di fare spazio a persone che hanno solo voglia di affacciarsi nella mia quotidianità, vedere che aria tira, piazzare dove capita un pensiero e poi dissolversi come una folata di vento. Bussano alla porta, entrano spavaldi, portano un po’ di scompiglio e, quando si dileguano, non hanno nemmeno la cura di raccogliere le loro cose e scusarsi per il disturbo.
Per questo mi dico che, se proprio vogliono punzecchiare, sarebbe auspicabile che avessero almeno un motivo per farlo. Le persone non sono pupazzetti o passatempi, sono mondi complessi e complicati.
Ricordatevelo, per favore, quando per noia o per curiosità, e a intervalli piuttosto irregolari, vi viene lo sghiribizzo di interrompere il loro fluire.

È pure vero che, il più delle volte, cerchiamo una scusa perché abbiamo paura di svelare subito il motivo che ci spinge a bussare, il pretesto ci serve per sondare il terreno e fugare il timore che ci venga sbattuta la porta in faccia se ci esponiamo troppo presto. Più che legittimo, direi, e anche rispettoso della controparte.
Il problema, però, è che a lungo andare rischiamo di perdere di vista il motivo e riduciamo la comunicazione a pretesti per contattarci, anche se non abbiamo realmente qualcosa da dirci.

Non so voi, ma io assisto spesso a dinamiche del genere, soprattutto quando hanno a che fare con i primi stadi di una conoscenza che stenta a prendere una chiara direzione.
Tutto questo per dire che, di questo modo di fare, io mi sono ampiamente rotta le scatole.

In punta di piedi

Ho sempre pensato che, nelle vite degli altri, bisogna saperci entrare in punta di piedi, facendosi strada con delicatezza e pazienza, con la stessa attenzione che si presta quando si cammina in un bosco.
Solo con questo incedere lento e rispettoso, possiamo imparare a cogliere la multiforme bellezza della natura circostante, ma anche a scorgere per tempo le radici insidiose che sporgono dal terreno.

La scusa può aiutarci ad aprire uno spiraglio, per non dare l’idea di un’irruzione improvvisa, ma quando da quel varco cominciamo ad addentrarci nel campo minato della vulnerabilità, sarebbe carino – oltre che corretto – rendere noti i motivi che ci spingono a restare… o ad andare via.

Siamo abili a trovare pretesti originali per manifestarci senza rischi, ma quanti di noi sono in grado poi di comunicare apertamente un interesse o, al contrario, di dire con franchezza che, dopo aver perlustrato il bosco, l’interesse non è nato?

D’altra parte, penso sempre più di frequente che, quando una persona arriva a palesare ad un’altra il proprio nascente interesse, sia piuttosto sciocco svilire quell’atto di sincerità limitandosi a cogliere la vanità di una lusinga.
Dire a una persona che vorresti conoscerla meglio significa appiopparle un bel carico di responsabilità, perché è un invito implicito a mettersi in gioco e a lasciarsi guardare.

Dura troppo poco la vanità di sentirsi amati,
un po’ di gratitudine
poi voglia di fuggire via…

Mario Venuti, Un altro posto nel mondo

Anche la risposta, qualunque essa sia, richiede sincerità e coraggio…

… in mancanza dei quali si può sempre ricorrere ad un originale apparato di scuse.

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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