Ricerca di sé(nso)

Tu vivi per tutto quello che a loro sfugge*

Lunedì mattina ho fatto una passeggiata solitaria al mare.
Mi sono spinta fino a Lido dei Pini, sperando di poter arrivare in spiaggia passando per la pineta ma, purtroppo, l’ingresso del Parco della Gallinara era chiuso. Così, ho camminato direttamente lungo la riva.

Pur non potendo ignorare le bottiglie di plastica e i rifiuti sparsi sulla sabbia (argh!), mi sono voluta concentrare sulla bellezza dello scenario: le dune sinuose e le piante di agave, i tronchi dalle strane forme, il mare calmo, i gabbiani in volo, il sole alto nel cielo e un gradevole tepore sulla schiena.
Dopo aver superato tre o quattro persone con il cane e altrettanti pescatori, ho raggiunto una zona deserta in cui, finalmente, ho potuto mettere in atto il vero scopo della mia uscita: cantare in mezzo alla natura.

Non saprei dirvi perché avevo questo desiderio, anche se ci pensavo da qualche giorno. Rallentando un po’ il passo, ho intonato alcune delle mie canzoni preferite: Blue Skies, And So It Goes, I Can See Clearly Now e Lullaby of Birdland.
Poi mi sono seduta su un tronco di fronte all’acqua e, mentre con le dita disegnavo sulla sabbia, ho cantato Sittin’ On The Dock of the Bay.

Perdere tempo, o ritrovarne il senso

Penso spesso a questo brano nei momenti di tranquillità e di ritrovata fiducia in me stessa. Mi ricorda che non è giusto e non ha senso affannarmi per guadagnare consensi se questo mette a repentaglio la mia libertà e i miei valori.

So, I'm just gon' sit on the dock of the bay
Watchin' the tide roll away, ooh
I'm sittin' on the dock of the bay
Wastin' time

Looks like nothing's gonna change
Everything still remains the same
I can't do what ten people tell me to do
So I guess I'll remain the same, listen

In questo periodo, come ai tempi di Otis Redding, tutto sembra rimanere sempre uguale, con poche prospettive di cambiamento. Eppure, per quanto a volte questa fissità mi induca allo scoraggiamento, anche io non ho intenzione di porvi rimedio facendo quello che dieci persone mi dicono di fare. Ai disimpegnati dispensatori di “secondo me dovresti” risponderei col paterno motto: “Non datemi consigli, ma datemi forza” (giusto perché a parla’ so’ boni tutti).

Così, mentre vedo persone agitarsi o scannarsi rispetto a cose che a me sembrano effimere, io me ne sto seduta sul molo della mia vita, perdendo tempo.
O forse, dedicandolo finalmente alle cose importanti.

So I guess I won’t remain the same

Due settimane fa ho letto un articolo di Annamaria Testa dal titolo “Gli effetti prodigiosi della meraviglia” e un white paper da lei citato, “The Science of Awe“. In entrambi i contributi, mi ha colpito la spiegazione di uno degli effetti suscitati dalla meraviglia: the need for accomodation, ovvero il bisogno di modificare o espandere i nostri schemi mentali per attribuire un senso a ciò che supera la nostra comprensione. In sostanza, la meraviglia, scomodandoci, ci stimola ad usare il pensiero critico per adattarci più agevolmente a nuovi scenari e contesti complessi.

In effetti, a differenza di Otis, non penso di voler rimanere uguale a me stessa di fronte alla staticità del momento. Nonostante l’impossibilità di viaggiare e di conoscere nuove persone – o forse in virtù di questi impedimenti – mi sto allenando a prendere sempre più coscienza del mio e altrui divenire, proprio attraverso esperienze di solitario stupore come quella che vi ho raccontato all’inizio del post. Oltre a ridurre il senso di insoddisfazione, ansia e tristezza (come dimostrato da una ricerca di fine 2020), queste awe walks (passeggiate della meraviglia) mi aiutano a ridefinire le risposte interiori e il mio atteggiamento rispetto alla complessa realtà che mi circonda.
Forse il desiderio di cantare davanti – o insieme – al mare è scaturito proprio dal bisogno di sintetizzare questo processo nella mia flow experience per eccellenza.

Mormorare la Bellezza

Vi svelo un segreto.
Quando sono immersa nella natura, mi piace celebrare una specie di rito: recito sotto voce “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Questa poesia mi commuove e mi esalta ogni volta che ne rievoco i versi e cerco di immedesimarmi nello stato d’animo che li ha ispirati. L’ho ripetuta anche l’altra mattina, mentre contemplavo il mare illuminato dal sole, che era tutto un lampeggiare di puntini argentati. E mentre mormoravo, mi si è letteralmente allargato il cuore.

E voi? Avete una “formula magica schiudi – bellezza”?
Quali esperienze di meraviglia – naturale o umana – hanno influito sulla vostra comprensione di voi stessi e del mondo?

*Franco Arminio, La Gioia (in La cura dello sguardo)

P.S.: è molto probabile che io scriva questo genere di post essenzialmente per difendere la mia coscienza da uno strano quanto inutile senso di colpa, che deriva dall’aver maturato un’idea di lavoro totalmente agli antipodi rispetto a quella più diffusa anche tra i miei coetanei. Non ci fate caso. Ne verrò a capo.

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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