Ricerca di sé(nso)

Sapere di dover morire

In questo periodo, sto recitando con più attenzione l’Ave Maria e un’invocazione a San Giuseppe con cui ho deciso di concludere ogni giornata, in questo anno che il Papa ha voluto dedicare proprio al padre terreno di Gesù. Nei giorni scorsi, mi sono soffermata, in particolare, sulle parole conclusive di queste preghiere, che fanno entrambe riferimento alla morte.

Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori
Adesso e nell’ora della nostra morte.

…e chiedi a Gesù restituire il bacio quando sarò sul letto di morte.
San Giuseppe, patrono delle anime che stanno per morire, prega per me.

Ogni sera, quindi, mi trovo a pensare alla morte alla luce di un’esperienza di fede che la trasfigura e la proietta in una dimensione di resurrezione e gioia senza fine, così come ci ha promesso proprio Colui che ha vinto la morte.
Questa riflessione si inserisce in un orizzonte più ampio di pensieri, che hanno caratterizzato quest’ultimo periodo in cui “la conta dei morti” a causa del Coronavirus ha rappresentato l’informazione prevalente sui media e nelle nostre conversazioni quotidiane.
Ho come l’impressione che stiamo trasformando quella che San Francesco chiamava Sorella Morte in uno spauracchio da temere, evitare, combattere solo adesso che ci tocca da vicinissimo.

E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare e dell’oscura morte al passo andare…

I nostri telegiornali sono sempre stati pieni di notizie di morte, tra guerre, catastrofi naturali, carestie, attentati, assassinii… fatti sconcertanti e numeri esorbitanti che abbiamo imparato ad archiviare rapidamente, finché non ci riguardavano in prima persona.

Mi è tornato alla mente un brano di Adam Smith, piuttosto calzante rispetto al modo in cui gestiamo il carico di informazioni funeste da cui siamo bombardati un giorno sì e l’altro pure.

Supponiamo che il grande impero della Cina, con tutte le sue miriadi di abitanti, venga improvvisamente inghiottito da un terremoto, e consideriamo come un uomo che vive in Europa, che non ha nessun tipo di legame con quella parte del mondo, possa essere colpito dal ricevere la notizia di questa tremenda calamità. Immagino che, prima di tutto, egli esprimerebbe il suo dolore per la disgrazia di quel popolo infelice, farebbe molte riflessioni malinconiche sulla precarietà della vita umana … E quando avrà finito con tutta questa bella filosofia, quando avrà sufficientemente espresso tutti questi sentimenti umani, egli proseguirà la sua attività o andrà alla ricerca del suo divertimento, tornerà a godere del suo riposo e della sua distrazione, con la stessa calma e tranquillità che avrebbe se un incidente del genere non fosse accaduto. Il più stupido disastro che potrebbe capitargli causerebbe un disturbo più reale. Se dovesse perdere un mignolo domani, non chiuderebbe occhio stanotte; ma, dato che non ha mai visto quelle persone, continuerebbe a russare al sicuro sulla rovina di un centinaio di milioni di suoi fratelli, e la distruzione di quella immensa moltitudine sembrerebbe francamente una situazione meno interessante rispetto a questa insignificante disgrazia che gli è capitata.

Empatia con riserva

Mi verrebbe da chiamarla così, questa attenzione, solidarietà, partecipazione che riusciamo a manifestare a parole quando gli episodi tragici che la suscitano si svolgono a migliaia di chilometri di distanza da noi.
Nessun banale moralismo, tranquilli, visto che in questa dinamica mi ci ritrovo molto spesso anche io.
Qui, semplicemente, condivido dei pensieri e degli input che voi potete liberamente ciancicare, ingoiare o sputare a seconda del vostro vissuto e disposizione d’animo.

Pochi giorni fa, partecipando ad una conversazione sulle reazioni di panico e paura che la pandemia sta generando in tante persone, qualcuno diceva: “Beh, sei morti in un giorno non sono uno scherzo…” Dentro di me, istintivamente ho pensato: “E che dire di altri scenari in cui i morti, nello stesso lasso di tempo, sono 60, 600, 6000… a causa di ingiustizie in cui anche noi, direttamente o indirettamente, siamo implicati?” Non l’ho detto ad alta voce, per non scatenare sterili polemiche, ben sapendo che, su questi delicati argomenti, difficilmente si è disposti a mettere in stand by il proprio bagaglio di convinzioni per ascoltare opinioni diverse senza etichettare chi le sta formulando.

A questo punto, allora, preferisco tornare ad un piano generale, condividendo con voi una riflessione che per me è stata una vera e propria rivelazione nel mio ragionare sul mistero della morte.
Oh, sia chiaro, io pure in tante circostanze penso con smarrimento e angoscia alla tragedia che mi investirebbe se perdessi di punto in bianco le persone a me più care e l’idea che, da un momento all’altro, anche io potrei dire al mondo “ciao ciao” per un banalissimo incidente, mi paralizza.
Ma le parole che seguono mi aiutano a ridimensionare la paura, mi ricordano l’importanza di custodire e celebrare la vita, “cantando ogni letizia e ogni terrore”, assaporandone ogni istante.

Io credo che l’intelligenza, e quindi il progresso, esistano perché l’uomo sa che deve morire. Eppure questo sapere di dover morire è, per lo più, nascosto alla persona. O, meglio, in genere gli uomini rimuovono, dimenticano di dover morire un giorno. Anche se il loro inconscio ben sa che succederà!
Chi non tiene conto dell’esistenza della morte non può raggiungere la serenità, la gioia interiore, la pace mentale. La cifra che racchiude tutto il mistero dell’umanità sta qui: sapere di dover morire!
Non è la morte in se stessa che serve a farci capire di più, ma è il saperlo e il non volerlo sapere che ha prodotto e produce tutta la nostra spiritualità.
Dal sapere e non voler sapere della propria morte nasce la libertà dell’individuo. La libertà di vivere. La libertà di ammalarsi. La libertà consiste nel rimanere nel dualismo o nell’uscirne o nel non entrarvi. Chi non vi entra è una persona che, in realtà, non ha mai vissuto. Non è mai nata. Chi ne esce muore.
L’uomo ha la possibilità di vivere da vivo o da morto. Vivere da morto significa non decidere, non scegliere, non voler sapere, non voler conoscere; in una parola, non dare senso a se stesso e, quindi, alle cose. Decidere di vivere sta solo a noi.
Occorre avere ben presente la nostra morte, sempre, quotidianamente. Pochi, in verità, pensano alla propria morte. E fanno male. E hanno paura. La maggior parte dell’umanità prova paura. Ne è dominata. La paura non fa vivere. La quasi totalità dell’umanità ha paura della morte. Non ne parla. Addirittura questa società consumistica consuma velocemente anche la morte.
Muore un vicino, un parente: si ha paura e subito si cerca di dimenticare, pensando che, in fondo, non è toccata a noi e si è scampati un’altra volta alla morte. E invece la morte viene per tutti. Indistintamente. E’ questa la grande, vera, unica realtà che uguaglia tutti.
E allora? Viviamo.
La vita esiste perché c’è la morte!

da “Per essere felici” di Valerio Albisetti

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

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