Ricerca di sé(nso),  Sproloqui

Tempo al tempo

Nel corso di questa settimana, più che concentrarmi su un tema specifico, ho appuntato mentalmente alcune riflessioni sparse.
In realtà, hanno tutte a che fare con il tempo e la sua percezione, ma non c’è un filo logico che possa giustificarne l’ordine di esposizione.
Per cui ve le riporto così come le ho elaborate in questi giorni piuttosto complessi dal punto di vista emotivo. Vai a capi’ perché.

Il giorno della marmotta

Qualche giorno fa, ho letto un articolo sulla rivista Se Vuoi (ve la consiglio vivamente, 20 € di abbonamento annuale per un patrimonio inestimabile di pensieri, testimonianze e input intelligenti e profondi), che si apriva con il racconto della trama di un film del ’93, “Ricomincio da capo” di Harold Ramis. Incuriosita, l’ho guardato: oltre a divertirmi tantissimo, questa storia mi sta ancora dando tanto da pensare.
Il protagonista, Phil Connors – interpretato da un esilarante Bill Murray – è un meteorologo spocchioso e scontroso, concentrato esclusivamente su se stesso. In occasione del Giorno della marmotta – che si celebra ogni anno negli Stati Uniti il 2 febbraio – viene inviato nella cittadina di Punxsutawney in Pennsylvania per documentare il tradizionale annuncio del prolungato inverno o della precoce primavera, affidato proprio ad una simpatica e “veggente” marmotta. Piuttosto controvoglia, Phil si reca per l’ennesima volta sul posto, pensando di sbrigarsela nell’arco di quella fredda e nevosa giornata. Tuttavia, misteriose circostanze lo costringono a passare lì anche la notte, innescando un bizzarro incantesimo: ogni mattina alle 6:00, Phil viene svegliato dalla stessa canzone ascoltata il 2 febbraio e il Giorno della marmotta si ripete (quasi) all’infinito, tale e quale a quello già vissuto, come se tutto accadesse per la prima volta. Solo lui si rende conto di questo strano prodigio e ci vorrà del tempo (!) prima che riesca a trovare il modo di volgere il corso degli eventi nella giusta direzione.

Credo che una storia come quella di Phil si adatti perfettamente al periodo che stiamo vivendo. Non so voi, ma devo ammettere che le mie giornate, in modo molto simile al primo lock-down, sono un tantino monotone, scandite da azioni collaudate e senza esaltanti colpi di scena.
Tra marzo e maggio, avevo vissuto questo rallentamento e la solitudine in modo molto positivo e produttivo, forse per la novità che rappresentavano in una vita che, fino a quel momento, era stata piuttosto frenetica e stancante.
Adesso non è che la stia vivendo male però, ecco… al di là degli impegni lavorativi felicemente ridimensionati, delle dosi massicce di musica e letture che ingurgito quotidianamente e del fatto che ho ricominciato a scrivere su questo blog con una certa regolarità… non so più che inventarmi!
Eppure, mentre scrivo queste parole, ogni tanto guardo fuori dalla finestra, e i miei occhi si soffermano sulle forme delle nuvole che fino a pochi minuti fa erano in tutt’altra posizione, sui moscerini che si affollano sopra l’albero di mandarini, su una foglia stuzzicata da un uccellino, che cade a terra non appena lui, sbattendo velocemente le ali, se ne va e si posa su un altro ramo.
Cosa ci vuole, allora, per rompere la monotonia di questo tempo dilatato e – apparentemente – sempre uguale?
Uno sguardo nuovo, mi dico, i miei occhi curiosi che scrutano un particolare nascosto. Poteva essere lì già da ieri ma io, forse, non lo avevo ancora notato.
Nel suo reiterato Giorno della marmotta, Phil incontra sempre le stesse persone e vive gli stessi episodi, finché non è lui stesso a impartire un moto diverso a ciò che, stando al “destino”, si sarebbe dovuto svolgere in un determinato modo.
Nella ripetitività di questi giorni, la novità sono io.
Il tempo più lento che scorre fuori di me si sincronizza con quello interiore, un tempo che non lascio passare ma che imparo a riempire, anche quando sembra che lo stia perdendo.

Non ho l’età

Tempo perso. Ecco, un collegamento con quanto scritto finora forse c’è. Perché questo è il pensiero che a volte si insinua nella mente di una trentatreenne (che sarei io) quando, guardandosi intorno, constata che i suoi coetanei hanno già raggiunto determinati achievements, mentre lei quei traguardi non li vede (o forse non li vuole vedere) nemmeno col lanternino.
Matrimonio, casa, figli. Mi fermo qua? Sì, mi sembra sufficiente.
Quando mi metto a riflettere su questo aspetto della mia vita, sinceramente, mi sento divisa. Fatemi esagerare: dilaniata.
Mi sembra che per gli altri sia filato tutto liscio – hanno messo le spunte lì dov’erano previste – e mi domando se sono io ad avere qualche “difetto di fabbrica”, per cui non funziono come dovrei (secondo quali regole, poi?!), o se per me c’è in serbo qualcos’altro… e mi aspetto sia un qualcosa di davvero strafantafighissimo, se ci sta mettendo così tanto ad arrivare.
D’altra parte, mi dico pure che, a fronte di tante conquiste culturali della nostra epoca, potrei anche fare a meno di uniformarmi mentalmente a quello che la società potrebbe aspettarsi da me. Del resto, a me la vita che conduco adesso piace, e pure tanto! Libera da impicci mentali e materiali, posso gestire il mio tempo come voglio, coltivare i miei interessi e far coincidere passioni e lavoro… e mi domando: in cambio di cosa, davvero, sarei disposta a rinunciare a tutto questo? In quali aspetti la vita che desidero si discosta da quella che ho? Risposte all’orizzonte ancora non avvistate.
Però mi consola ripensare ad una pagina dell’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, che mi ha regalato una nuova dimensione del tempo, descrivendo il funzionamento di uno strano orologio.

In Cina, fino alla fine del 1800, esistevano gli orologi a incenso. […] I maestri artigiani costruivano eleganti scrigni forati dentro i quali, sopra uno strato sottile di brace, veniva applicato un sigillo di metallo, che imprimeva nella brace un solco con la forma di un disegno o di una lettera. Ne risultava una scultura in rilievo che per bruciare impiegava un tempo proporzionale alla sua lunghezza. […] Il profumo accompagnava una conversazione, una lettura, un impegno quotidiano, segnandone non il perdersi, ma il compiersi.

Metaforicamente, direi che è proprio così che voglio misurare il mio tempo e le fasi della mia vita. Al diavolo clessidre e cronometri!

Le spunte blu

Qualche mese fa ho tolto da WhatsApp le famose spunte blu.
Ora il mio interlocutore non può verificare quando visualizzo il suo messaggio e, viceversa, io non posso sapere quando lui visualizza il mio.
Risultato: grande senso di liberazione.
Prima, in effetti, ero parecchio influenzata da quel segnale di avvenuta lettura.
Nel rispondere, mi sentivo costretta a scrivere qualcosa nell’immediato per non risultare scortese.
Nel ricevere, smaniavo soprattutto quando ritenevo che i miei messaggi fossero di vitale importanza (non è vero, smaniavo pure se mandavo cretinate) e rosicavo se, una volta che le spunte cambiavano colore, non arrivava una risposta entro pochi minuti.
Poi ha cominciato a farsi strada dentro di me un’immagine, a cui tuttora mi aggrappo quando penso alla frenesia e all’impazienza con cui tendiamo a gestire le nostre dinamiche relazionali.
Mi vengono in mente i nostri nonni che, a causa della guerra o delle ristrettezze economiche, magari erano costretti a vivere per tanto tempo separati e l’unico modo che avevano per comunicare era lo scambio epistolare.
Tra l’invio di una lettera e la sua ricezione potevano passare mesi.
Cerco di immedesimarmi nel senso di apprensione che i nostri antenati potevano provare quando leggevano buone notizie che forse non erano più tali rispetto a quando erano state scritte, o nella foga con cui raccoglievano i pensieri e le comunicazioni davvero importanti da recapitare oltre oceano, per non sprecare carta, inchiostro e parole.
Quante parole sprechiamo noi, invece, per dire cose superflue, mentre prendiamo e perdiamo tempo per paura di dire le cose essenziali.
Un pensiero come questo mi aiuta a ridimensionare la smania, a ridare senso all’attesa, a rispettare i tempi degli altri senza pretendere che coincidano con i miei.

Quando dovevo decorare l’orologio solare di casa Cetraro, tra le tante frasi suggerite scelsi questa: Torna il sole, non il tempo.
Credo sia proprio un bell’invito a non lasciarsi fagocitare dall’apparente ciclicità degli eventi, ma a vivere insensamente ogni momento.
Stavo per correggere con “intensamente” la parola digitata poco fa.
Invece un piccolo cortocircuito mentale me l’ha fatta leggere come un neologismo utile ad esprimere quanto sia importante essere presenti in ogni istante con tutti i nostri sensi, per vivere in pienezza ciò che accade fuori e dentro di noi.
Vabbè, qui se comincio con i giochi di parole mi si impiccia il cervello per cui è meglio se mi fermo.

Tempo scaduto. Pardon… compiuto. Senti che profumo!! 😉

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Laureata in Lettere, ideatrice del progetto If You Were Me, esperta di editoria e scrittura, soprano nel Coro Giovanile Lavinium, community manager di GigsGuide e Calciosociale Italia.

Un commento

  • Maurizio Papa

    Il bello dell’umanità e di noi esseri umani è che ognuno di noi è unico ed irripetibile, ed è meraviglioso così com’è. Quest’anno ci ha messo a dura prova perché durante un periodo di lontananza forzata dagli altri siamo costretti a stare in compagnia di noi stessi e scopriamo che, insomma, non siamo così belli come speravamo.

    Ma ognuno in questo mondo ha il suo ruolo, la sua missione, i suoi obiettivi e chi vede in quelle “standard” (de chi poi?) i propri probabilmente sta solo seguendo il gregge.

    Fortunatamente però, tu non sei pecora ma farfalla. Ecco fossimo tutti un po’ meno pecore e più farfalle sarebbe sicuramente un mondo migliore.

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